Moog Music Minimoog Voyager

Debbo confessare: ci fu un momento in cui pensavo che non l’avrei mai visto veramente. Eravamo all’inizio del 2001 e già da parecchio tempo girava la voce che Bob Moog stava per rilasciare una versione aggiornata del Minimoog, il suo capolavoro. Alla MusikMesse di Francoforte il nuovo strumento avrebbe dovuto venir esposto e sul Daily (il bollettino quotidiano della fiera che riporta gli annunci dei prodotti più interessanti) c’era addirittura un suo disegno e le coordinate di uno stand ove sarebbe stato visibile…

Io e Luca Pilla girammo per tre giorni intorno a quello stand come dei fessi, ma di Mini nemmeno l’ombra. Dopo un falso allarme così clamoroso, le speranze cominciarono a decrescere col passare dei mesi: sta’ a vedere che il nuovo Minimoog era nient’altro che l’ennesimo vapourware, l’ennesima macchina che non sarebbe mai uscita dallo stadio di progetto o, bene che andasse, di prototipo! Silenzio, silenzio e ancora silenzio, finché del già mitologico oggetto si cominciò a vociferare di nuovo in occasione del Winter NAMM 2002. Due mesi dopo, alla MusikMesse, io e Luca riuscimmo a metterci le mani sopra: con un po’ di delusione scoprimmo però che lo strumento era ancora a livello prototipale e il filtro ad esempio non funzionava come da specifiche. Nell’estate del 2002 il sito della rinata Moog Music annunciava che lo strumento stava entrando in produzione ed era ordinabile: le speranze ricominciavano a crescere, ma per poter toccare con mano l’esemplare numero 370, autografato da Bob Moog in persona e oggetto del test e delle foto di queste pagine, avrei dovuto aspettare ancora fino a febbraio 2003. In effetti, la produzione era partita da pochi mesi: il primo run fu di 600 esemplari in edizione limitata “Signature”, terminati i quali venne avviata quello della più normale versione “Performer”. Le differenze tra le due edizioni sono solo cosmetiche, e comunque non vi conviene crucciarvi più di tanto per la prima perché i 600 pezzi prodotti a livello mondiale furono venuti in un attimo dalla fabbrica.

MA COS’È IL VOYAGER?

Il Moog Music Minimoog Voyager (solo Voyager per gli amici) NON è il remake in chiave anni 2000 dello strumento originale: il compianto Bob Moog scelse di non clonare se stesso e preferì intraprendere una nuova strada in cui la tradizione sonora legata al suo marchio si fondeva con quelle importanti innovazioni che tutti si aspettano da un uomo del genere. Il Voyager rimane dunque un sintetizzatore monofonico a generazione analogica con quel filtro passa-basso a 24 dB/Oct che da oltre quarant’anni è uno dei tratti distintivi della maison Moog. Le somiglianze col Minimoog Model D però si fermano qui: la nuova macchina ha un LFO dedicato alle modulazioni (nel Mini originale bisognava impiegare il terzo oscillatore come LFO, distogliendolo dalle sue funzioni di generatore audio); esiste la possibilità di attivare Sync ed FM sugli oscillatori; gli inviluppi sono ora ADSR e non ADS; il nuovo filtro è in realtà doppio e può funzionare anche come passa-banda; l’uscita è stereo; è stata implementata una matrice di modulazione con due percorsi indipendenti; la tastiera, sempre a 44 tasti, è ora sensibile alla dinamica; le patch sono memorizzabili; lo strumento dispone infine di completa implementazione MIDI.
Le nuove caratteristiche, che ho esposto solo a volo d’uccello e che riprenderò in dettaglio nelle righe successive, fanno sì che il Voyager abbia una palette timbrica assai più ampia del modello di partenza, mantenendo nel contempo una forte identità di marca da un punto di vista sonoro e tracciando una sorta di ideale continuità con i prodotti Moog del passato.

L’HARDWARE

Come detto, l’oggetto di questo test è un Voyager nella lussuriosa versione Signature, calata in questo caso in un bellissimo abito di ciliegio (una delle tre essenze disponibili): appena estratto dall’imballo l’oggetto ammalia per la sua estetica classica ma non retrò, per la bellezza del legno scolpito nel pieno, per gli spigoli stondati e la sensazione di completo appagamento che ispira. Salutatemi i VST…

Moog Voyager - Le due wheel trasparenti

Accanto al Voyager, ai suoi grandi controlli fisici, alle scientifiche serigrafie bianche su fondo nero, i miei sintetizzatori da rack spariscono e le loro manopoline e scritte multicolori li fanno sembrare un ammasso di giocattoli. La tastiera (di produzione Fatar) ha un’ottima action e alla sua sinistra risiede il pannellino che ospita Pitch e Modulation Wheel, nonché gli interrutori per Release e Glide. Il pannello di controllo (che in realtà comprende tutta la sezione elettronica) è inclinabile su cinque diverse angolazioni come nello strumento originale: il layout dei controlli è però completamente diverso, ancorché molto chiaro e razionale. La sua metà sinistra è occupata dai comandi per l’LFO, i due bus di modulazione e i tre oscillatori. A centro pannello abita la sezione digitale deputata alle operazioni di programmazione e alla gestione di sistema: il display LCD alfanumerico stona un po’ col look classico del resto, ma poi ci si fa l’occhio. Sotto di esso abita il grande Touch Surface Controller, ovvero un controller tattile sensibile al movimento delle dita nelle direzioni X/Y/A (senso orizzontale, senso verticale e profondità).

Moog Voyager - Il touchpad e la sezione di controllo

La metà destra del pannello prosegue con il mixer, la sezione filtri, i due ADSR e il controllo di volume di uscita. Per manopole e interrutori, Moog è riuscito a ottenere una componentistica quasi perfettamente identica a quella delle macchine del passato, e questo sicuramente contribuisce tantissimo all’aspetto in fondo familiare di questo nuovo strumento.

Moog Voyager - Le uscite delle varie CV

Il bordo superiore del pannello ospita una selva di prese: da sinistra a destra troviamo la IEC per l’alimentazione, l’interrutore generale, le tre prese MIDI, un connettore BNC cui fissare una lampada goose-neck, 11 jack dedicati all’ingresso di tensioni di controllo (CV) in vari stadi del circuito, l’ingresso per una sorgente audio esterna, l’Effect Loop per uscire verso un processore effetti a valle del mixer e rientrare col segnale effettato nel filtro, le due uscite Left e Right e infine un connettore multipin che porta i segnali di CV e Gate in output. Questa dotazione, specialmente se si sfruttano processori esterni di tensioni di controllo, consente di usare il Voyager come un vero e proprio modulare. In particolare, l’espansione opzionale VX-351 si collega al connettore multipin e restituisce le CV in uscita sui più tradizionali jack da 6,35 mm: collegando tali jack tramite patch cord a moduli esterni o agli ingressi di CV del Voyager, si ottengono percorsi di controllo e modulazione non possibili con la sola macchina base.

Moog Voyager - Gli ingressi per le tensioni di controllo

Non ci sono informazioni sulla circuitazione utilizzata, e ciò è ben comprensibile visto che da essa dipende il suono e, in ultima analisi, l’esclusività di questa macchina.

GLI OSCILLATORI

È per me una liberazione poter parlare una volta tanto di VCO nel senso stretto del termine, visto che ci troviamo davanti a tre oscillatori effettivamente controllati in tensione. Un circuito di compensazione termica ne garantisce la stabilità, e posso anticipare che rispetto al Mini originale il progresso è notevole: il Voyager dimostra scordature trascurabili anche dopo ore e ore dall’accensione e una volta che si è scelto un ben preciso rapporto di frequenza tra i VCO, quello è e quello rimane, senza necessità di continui aggiustamenti. L’oscillatore 1 è quello master e può essere settato su sei piedaggi diversi (da 32’ a 1’), per una capacità totale dello strumento di coprire oltre otto ottave e mezza. La forma d’onda è regolabile con continuità e può essere variata finemente tra triangolare, dente di sega, quadra e rettangolare. Gli oscillatori 2 e 3 sono caratterizzati da analoga dotazione ma possiedono in più una manopola Frequency che permette di traslarli di +/- sette semitoni rispetto a Osc 1 e, nelle posizioni centrali, di impostare lievi scordature da gestire con grande precisione. Quattro switch posti sotto alle manopole dei VCO consentono rispettivamente di attivare il sync di Osc 2 su Osc 1, di abilitare la modulazione di frequenza lineare (con Osc 3 Modulator e Osc 1 Carrier), di sganciare Osc 3 dal controllo di tastiera e infine di impostarne l’oscillazione in banda audio (posizione Hi) o in quella degli infrasuoni (posizione Lo). Il pannello connessioni ospita due ingressi CV dedicati al controllo dei VCO: Pitch modifica la frequenza di tutti e tre gli oscillatori secondo una logica 1 Volt/ottava; Wave modifica invece la forma d’onda (sempre agendo su tutti i VCO contemporaneamente) e una tensione di 5 Volt permette di coprire l’intera escursione delle manopole frontali.

MIXER E FILTRI

I segnali deputati alla generazione confluiscono nel mixer a cinque canali della macchina: oltre ai tre canali dedicati ai VCO, ve ne sono due per il segnale esterno e il generatore di rumore (un circuito ibrido bianco/rosa). Ciascun canale dispone di switch di attivazione e controllo di livello: quando i livelli sono posizionati sui valori più alti, l’uscita del mixer pone in lieve saturazione la sezione filtro contribuendo così a caratterizzare la timbrica con una componente di overdrive.

Moog Voyager - Il mixer e la sezione filtri

Come anticipato, tra mixer e ingresso del VCF è posto un punto di insert per processare il segnale generato ma non ancora filtrato con un effector esterno: il manuale, a titolo di esempio, suggerisce l’inserzione di distorsori, waveshaper, phaser, ring modulator o linee di ritardo.
Il successivo stadio VCF può funzionare in due distinte modalità, definite Dual Lowpass e Highpass/Lowpass. La prima è sicuramente più tradizionale e prevede una coppia di filtri passa-basso a 24 dB/Oct connessi rispettivamente all’uscita audio destra e sinistra: oltre ai tradizionali comandi di cutoff, risonanza e tracking di tastiera, c’è anche un controllo Spacing che regola la differenza tra la frequenza di cutoff del filtro uscente a destra e quella del filtro uscente a sinistra. Il comando permette di far divergere i due punti di cutoff fino a un massimo di tre ottave, a favore dell’uno o dell’altro canale. In questa maniera il segnale si apre sul fronte stereo, dando luogo a un effetto a metà strada tra il classico filtro LPF e quello generato da un phaser. Se poi si alza un po’ la Resonance, l’effetto è ancora più rimarchevole poiché si avvertono distintamente i due picchi di risonanza che vanno a esaltare differenti frequenze. Con un valore di Spacing impostato a zero, i due filtri si comportano se fossero un unico VCF caratterizzato dal classico “Moog-sound”. In tutti i casi, la risonanza può essere alzata fino all’autooscillazione.
Nella seconda modalità operativa disponibile (Highpass/Lowpass) i due filtri operano rispettivamente da passa-basso risonante e passa-alto non risonante, entrambi con 24 dB/Oct di pendenza. Il risultato sonoro è paragonabile a quello di un passa-banda, ma dal comportamento atipico a causa del posizionamento asimmetrico del picco di risonanza. La manopola Spacing in questo caso regola la distanza fra il cutoff del passa-basso e quello del passa-alto, rendendo più o meno stretta la banda libera di transitare. Credo che sia stata la prima implementazione di questo tipo su un synth commerciale, e posso garantirvi che il suo risultato sonoro è estremamente interessante e ricco di potenzialità. Ultima annotazione per il jack Filter Control Input, che accetta una CV per controllare la frequenza di taglio di entrambi i filtri, ancora con una logica 1 Volt/ottava. Il voltaggio applicato a questa presa si somma algebricamente con quello controllato dalla manopola Cutoff presente sul frontale.

GLI INVILUPPI E LA SEZIONE DI USCITA

Due ADSR, semplici semplici ma dannatamente efficaci. Come nei progetti più tradizionali il primo è deputato a controllare il filtro e il secondo il VCA. I tre segmenti temporali di Attack, Decay e Release sono impostabili per durate comprese tra 1 msec e 10 secondi, mentre il Sustain è impostabile tra lo 0 e il 100% dell’ampiezza che il segnale raggiunge al culmine del picco di attacco. Un interrutore posto strategicamente vicino alle ruote di modulazione, a sinistra della tastiera, permette di disabilitare quasi totalmente la fase di Release.

Moog Voyager - I due inviluppi, finalmente ADSR

I due ADSR hanno ovviamente comandi separati, con in più una manopola Amount to Filter inserita nel primo modulo che dosa in maniera diretta o inversa la profondità di intervento sulla frequenza di taglio del VCF.
Un interrutore Env. Gate permette di scegliere tra due opzioni per triggerare l’intervento degli inviluppi: Keyboard corrisponde al comportamento tradizionale in cui una pressione di tastiera (o un MIDI Note On) innesca l’inviluppo, mentre On/External permette di avere gli inviluppi sempre attivi oppure, nel caso ci si colleghi al jack Envelope Gate Input, di asservirli a una sorgente di Gate esterna. Un secondo jack denominato Release Input permette di forzare la fase di Release anche se questa è stata esclusa col sopracitato interrutore posto accanto alla tastiera. Entrambi i due jack accettano tensioni di Gate di +5 V. Un terzo jack, denominato Rate Control Input, accoglie invece segnali allo scopo di gestire tramite un’unica tensione di controllo l’allungamento o l’accorciamento contemporaneo di tutti i tempi dei due inviluppi.
La sezione di uscita conta su una manopola di Master Volume e una più piccola che controlla il livello dell’uscita cuffia (posta sotto di essa). Due jack denominati Volume Control Input e Pan Input accettano tensioni di controllo deputate al controllo esterno dell’ampiezza e del panpot dello strumento. Va notato che il Voyager dispone di due VCA, uno per l’uscita destra e uno per quella sinistra: quando si utilizza il solo connettore Left/Mono, i segnali dei due VCA vengono mixati su di esso.

CONTROLLER, MODULAZIONI E SEZIONE DIGITALE

Lo strumento dispone di numerose sorgenti di modulazione: tra i controller fisici si annoverano la tastiera sensibile alla velocity e all’aftertouch di canale, le due tradizionali Pitch e Modulation Wheel e il più innovativo controller a tocco. Vi sono poi due ingressi per delle tensioni di controllo denominati Mod1 e Mod2, e un LFO: quest’ultimo oscilla tra 0,2 e 50 Hz, fornisce waveform quadra e triangolare, può passare per un modulo Sample&Hold e opera in modalità free-running, Sync (si aggancia a un clock di +5 V collegato al jack Sync del pannello posteriore), MIDI (si aggancia al Midiclock, ma non in questa versione 1.0 del sistema operativo) KB (l’oscillazione si sincronizza al Note On di tastiera), Env. Gate (si sincronizza a un segnale di gate connesso al jack Envelope Gate). Un ulteriore jack denominato LFO Rate Input accetta segnali da -5 a +5 V per controllare la frequenza di oscillazione del modulo.

Moog Voyager - La sezione modulazioni

È presente un circuito Sample&Hold che campiona una sorgente di rumore interna e viene cloccato dall’LFO, ma può anche operare su altri segnali grazie ai due jack S&H Input e S&H Gate Input (rispettivamente per il segnale da campionare e per il trigger da applicare al circuito).
Il già citato Touch Surface Controller ha le sue coordinate X, Y e A già assegnate rispettivamente a Filter Cutoff, Filter Spacing e Resonance. Gli assi X e Y possono però anche essere usati come sorgenti per i due bus di modulazione: questi ultimi costituiscono una sezione completamente nuova del Voyager e sono denominati Mod. Wheel Bus e Pedal/On Bus. Il primo bus utilizza come controller globale della modulazione la Modulation Wheel, mentre il secondo è controllato da un pedale (o altro generatore di CV) connesso al jack Mod1. In mancanza di connessione a tale jack, il bus di modulazione è in On permanente e la profondità del suo intervento è comandata esclusivamente dal frontale. Entrambi i bus sono caratterizzati da quattro controlli: Source seleziona la sorgente di modulazione (LFO onda triangolare, LFO onda quadra, Osc 3, modulo S&H, CV presente agli ingressi Mod, rumore o infine un segnale programmabile a scelta tra Filter Env, Amp Env, S&H “smussato”, Osc 1, Osc 2, Touch Surface X, Touch Surface Y); Destination sceglie il parametro da modulare (Pitch, Osc 2, Osc 3, Cutoff, Waveform, velocità dell’LFO o una destinazione programmabile a scelta tra Filter Resonance, Filter Spacing, Pan, Osc 1/Osc 2/Osc 3/Noise Level); Shaping determina da quale controller il segnale in transito nel bus deve essere modulato dinamicamente prima di essere inviato alla destinazione, con possibilità di scegliere tra le posizioni Filter Env, Velocity, Pressure, On e Pgm (quest’ultima opzione non è implementata nella versione 1.0); Amount infine dosa l’entità complessiva della modulazione.
Altre note riguardano la tastiera: la logica di trigger è impostabile sulle posizioni Multi (ogni Note On re-innesca gli inviluppi) o Single (solo le note staccate generano trigger). Il comando Keyboard Modes permette di scegliere tra le priorità di tasto (assegnabile alla nota più bassa, quella più alta, l’ultima o la prima suonata). Il portamento gode di una sua regolazione potenziometrica e in più di uno switch di attivazione posto accanto alle ruote di modulazione.
Per finire, uno sguardo alla programmabilità: lo strumento ospita 128 patch in RAM, ciascuna rinominabile con 24 caratteri. Le porte MIDI supportano i messaggi di Note On, Program Change, SysEx ma i parametri di sintesi non sono gestibili tramite Continuous Controller come invece accade in molti strumenti recenti. Vengono riconosciuti in In anche i messaggi di All Notes Off, Pitch Bend, Mod Wheel e Volume.

UTILIZZO

Lasciamo da parte ogni indicazione di contorno, perché so già che voi aspettate che io vi dica come suona il Voyager. Il suo suono è pieno, vero, succoso, originale. Non ricorda qualcosa, non emula niente, non riflette più o meno bene nulla: lui “è”. Questo è puro suono analogico nella sua forma migliore, suono che si staglia netto e definito ma in maniera naturale ed eufonica, niente affatto meccanica. Il feeling è quasi da strumento acustico, vero, organico e la qualità della pasta, rispetto ai tanti digitali che cercano di andargli più o meno vicino, si sente soprattutto nei mix: qui il timbro del Voyager “esce” con naturalezza, senza bisogno di alzare troppo il fader del mixer, e si pone da protagonista nel campo sonoro. Questo comportamento mi ricorda quello degli strumentisti più bravi, che riescono a suonare parti complicatissime senza fare smorfie, torsioni del corpo o corrucciamenti del viso, ma dimostrando invece una serenità e una facilità di articolazione che non tradiscono alcuno sforzo. I lead e i bassi sono l’ovvio terreno di elezione del Voyager, con questi ultimi che si estendono fino ai limiti dell’udibile mantenendo un’invidiabile pienezza e senza alcuna slabbratura. La dinamica è molto buona, ma emerge un po’ di rumore termico quando il VCA apre. Il filtro del Voyager dona un’incredibile apertura quando si comincia a smanettare sul comando di Spacing ed è in grado di “tenere su” un intero pezzo se si sceglie un’impostazione ricca di modulazioni. La sua sonorità è molto rotonda, piena e gustosa, con un unico momento di indecisione a metà dello sweep da tutto aperto a tutto chiuso: qui il suono diventa per un istante un po’ legnoso, salvo rinfrancarsi subito quando si va verso la chiusura quasi completa e si ha la sensazione che un uragano di basse frequenze stia per abbattersi su di noi. Gli inviluppi sono veloci e molto precisi, consentendo praticamente tutti quei suoni percussivi e con una violenta modulazione del VCF che sempre ci si aspetta da un Minimoog. Tutti i comandi esibiscono un feeling molto corretto e un’escursione omogenea e naturale: va detto che, anche grazie all’aumentata flessibilità della catena di sintesi, per tirare fuori tutto ciò che questo strumento ha da dire occorre impegnarsi a fondo nella sua programmazione, ma va anche detto che già in pochi secondi e con impostazioni da “ABC del synth” la qualità della macchina viene fuori e molti suoni fondamentali escono subito. La sezione oscillatori ha molto beneficiato del completo restyling rispetto al Mini e mentre la possibilità di FM mi lascia piuttosto indifferente (ma sono io che non amo molto questa tecnica di sintesi), devo dire che il Sync tira fuori suoni veramente bestiali e urlanti. La qualità assoluta del suono, è bene ribadirlo, è elevatissima: il Voyager si muovo in territori ben definiti da cui, per progetto, è impossibilitato a uscire, ma ciò che fa, lo fa con gran classe. Così come per apprezzare un gran vino non occorre essere dei sommelier, anche per gustare la superba pasta del nuovo Moog non occorre essere dei professionisti con vent’anni di palco alle spalle: sentitelo se vi capita e, dopo un primo momento in cui inevitabilmente e superficialmente direte “tutto qui?”, capirete che i suoni sono quelli di sempre ma la classe e la bellezza sono di quelle che si sentono poche volte nella vita.

Minimoog Voyager

CONCLUSIONI

Col Voyager, Bob Moog creò un’altra, ultima stella: forse questa non risplenderà in futuro così forte e così a lungo quanto ha saputo fare il Mini originale, ma solo perché oggi i sintetizzatori in commercio sono troppi e nei nostri cuori inariditi non c’è più spazio per i miti. Il Voyager ha suono, prestazioni e personalità: non propone una rivoluzione copernicana ma si limita a ribadire la bellezza e l’unicità dell’analogico. Ancora oggi il Moog Voyager è uno strumento altamente desiderabile, eccellentemente progettato e costruito, caratterizzato da un grande suono. Invidio chi può permettersi di averlo.

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: