Il DX7 spiegato ai Millennials

Lo storico sintetizzatore Yamaha DX7 (1983-1989) è il campione assoluto della sintesi a modulazione di frequenza (FM), o più precisamente della sua particolare declinazione teorizzata nel 1967 dallo studioso americano John Chowning e concessa in licenza a Yamaha nel 1974 dalla Stanford University ove Chowning lavorava.

Quando il DX7 uscì, la sua apparizione fu sconvolgente per almeno tre buoni motivi:

  1. la tecnica di sintesi, che costringeva il sound designer a ripensare completamente il modo di creare i timbri cui era familiare fino a quel momento (quello tipico della sintesi sottrattiva basata sulla triade VCO/VCF/VCA) e adottare invece un approccio assai meno intuitivo e più “matematico” alla creazione del suono;
  2. il pannello comandi, che invece di essere affollato di manopole, slider e interrutori come nei synth in sottrattiva visti fino a quel momento, aveva degli switch a membrana coi quali sceglievi uno degli oltre 140 parametri a disposizione, e poi lo modificavi con un unico slider di data entry leggendone il valore sul display;
    La sezione Data Entry del DX7
  3. la timbrica tipica della FM, completamente diversa da quella di un synth in sottrattiva e assai più incline a suoni brillanti, percussivi, con componenti inarmoniche che ben presto diventarono il marchio di fabbrica del DX7 e della stragrande maggioranza dei dischi pop degli anni ’80.

Insomma, il DX7 era una bestia completamente diversa dalle altre, e ancora oggi è un oggetto difficile da capire per chi gli si avvicina la prima volta. Entrato ormai a buon diritto nel circuito delle macchine “vintage” nonostante la sua generazione totalmente digitale, è ancora reperibile a basso prezzo, viene impegnato in molte produzioni contemporanee e ha avuto una rinascita di popolarità nel momento in cui si è smesso di usare i suoi suoni più caratteristici e lo si è iniziato a programmare per sonorità contemporanee.

Ecco dunque la risposta a tutte le domande di chi lo conosce adesso perché quella volta non c’era!

 

“Ma si dice LA DX7!”

Chiamare un sintetizzatore con l’articolo femminile fa schifo ai lombrichi è profondamente sbagliato. Al di là della moda dell’ultimo anno di declinare al femminile moltissimi termini della musica elettronica, il problema de “la DX7” ha però radici lontanissime, dovute alla natura tecnica dello strumento: negli anni ’80 infatti esistevano da una parte “i synth” e dall’altra “le tastiere”, ovvero tutti quegli strumenti per i quali la definizione di sintetizzatore non era adeguata (string machine, pianoforti elettrici, organi, ecc…). Il DX7, per la sua difficoltà di programmazione e per il fatto che non usava la tradizionale sintesi sottrattiva tipica dell’analogico, veniva usato spessissimo come strumento a preset, suonando i timbri di fabbrica e nient’altro. Questo diffuse nei musicisti meno tecnici di allora la convinzione che il DX7 non fosse un synth ma appunto un qualcosa di diverso, una “tastiera”. L’uso di chiamare il DX7 al femminile nacque dunque da lì, e arrivò intattamente sbagliato fino ai giorni nostri. Ma il DX7 è a tutti gli effetti un synth, che semplicemente usa una tecnica di sintesi diversa dalla sottrattiva.

 

“È difficile da programmare?”

Sì, è un incubo. Il problema principale del DX7 è che è molto difficile partire con un suono in mente, mettersi ai comandi e ottenerlo. Spesso si finisce per atterrare in posti completamente diversi da dove si voleva andare. Questo è dovuto al fatto che è assai difficile stabilire mentalmente un rapporto causa/effetto tra un valore di un parametro e il suo riflesso sul suono perché le diverse timbriche sono ottenute tramite sei oscillatori sinusoidali (definiti “Operator”, operatori in italiano) che si modulano tra di loro sino a creare waveform più complesse. Il modo in cui questi sei oscillatori sono connessi tra di loro (ovvero il “chi modula chi”) è definito algoritmo, e il synth Yamaha ne possiede 32 diversi. In ogni algoritmo il ruolo degli operatori e/o i loro collegamenti cambiano, e questo dà luogo a timbriche completamente diverse a parità di tutti gli altri settaggi. Finché un solo operatore definito “Modulator” ne modula un altro definito “Carrier”, è ancora possibile immaginare come cambierà il timbro in funzione dei rapporti di frequenza tra i due, ma quando un solo Carrier è modulato da due o tre Modulator, o quando un Modulator modula un altro Modulator (ehm…) diventa davvero difficile prevedere con precisione il risultato timbrico a priori.

Gli algoritmi del DX7 (clicca l’immagine per ingrandire)

 

Per questo, chi afferma che “basta capire qualche concetto-base e poi il DX7 è facile da programmare” dice una cosa molto imprecisa: è certo facile capire il ruolo del livello di uscita di un Modulator, afferrare il funzionamento degli inviluppi o cambiare algoritmo a caso e scegliere il suono che più piace senza sapere come è stato generato. Ma puntare a una ben precisa waveform, a una determinata sonorità e raggiungerla velocemente con precisione è affare quasi da magia nera, specialmente con gli algoritmi più complessi. In compenso, molti timbri belli saltano fuori come happy accidents: volevi fare un suono, ne ottieni uno completamente diverso, ma ti piace e te lo tieni 😊

 

“Beh ma tanto in rete ci sono decine di migliaia di preset!”

Vero. E falso. Nel senso che effettivamente in Internet ci sono centinaia e centinaia di banchi, ognuno con 32 preset. È quindi probabile che i preset che girano siano almeno 20.000, forse più. Il problema è che non sono 20.000 suoni tutti “buoni”: molti preset sono copie o lievissime variazioni di altri, spesso di quelli fondamentali che erano presenti nelle cartucce ROM fornite insieme con lo strumento. Quindi per esempio può capitare molto facilmente di imbattersi in almeno un centinaio di timbri di basso che sono più o meno uguali al mitico preset n. 15 della ROM 1A, il “Bass 1”. Sfangare tra centinaia di timbri quasi uguali può essere un lavoro frustrante, lungo e soprattutto inutile. Inoltre la Rete è piena di preset di bassa qualità, programmati magari da utenti non particolarmente bravi nella sintesi FM, oppure generati da algoritmi di randomizzazione. Questi due fenomeni (tante variazioni degli stessi suoni, più tanti preset fatti col randomizer) hanno un’origine comune: stante la difficoltà di programmazione del DX7, tra i primi programmi di computer music ad apparire nei primi anni ’90 vi furono proprio gli editor/librarian per il synth Yamaha: finalmente era possibile visualizzare a schermo tutta la catena di sintesi in FM, editare i preset e salvarli in una libreria di migliaia di titoli. Inoltre, per facilitare la creazione di nuovi timbri (altrimenti ostica per tanti utenti), quasi tutti gli editor avevano appunto un randomizer, un generatore di suoni casuali. In questa maniera, si crearono in poco tempo enormi librerie di suoni randomizzati o derivanti da sottili editing dei preset storici dello strumento. Queste librerie, ove il 90% rischia di essere fuffa, sono arrivate fino a noi.

 

“Ma allora come posso fare per trovare dei buoni suoni?”

Purtroppo non ci sono soluzioni veloci a ciò, bisogna fare una cernita a mano fino ad arrivare a un nocciolo duro di alcune centinaia di suoni davvero buoni tra gli ennemila presenti in Rete. Alcuni editor, tra cui il vecchio Emagic Soundiver di vent’anni fa, permettevano la ricerca e cancellazione dei suoni duplicati e già questo aiutava molto, ma la soluzione è ancora oggi caricare banco per banco, fare ascolti veloci preset per preset e cancellare i suoni poco significativi. In ogni caso l’uso di un editor/librarian è fondamentale per non impazzire. È una buona idea anche quella di limitarsi a caricare le librerie principali, quelle fatte dai sound designer più famosi: lì il rischio “fuffa” è minore. Un buon punto di partenza può essere la vecchia pagina di Dave Benson linkata qui, ma c’è tanto da sfangare…

 

“Posso usare un controller hardware per programmare il DX7?”

Sì, il DX7 supporta l’editing dei suoi parametri via MIDI. Tuttavia essi sono raggiungibili solo con comandi SysEx, che pochi controller odierni supportano. La maggior parte dei controller attuali a manopola e/o slider infatti supporta solo i comandi MIDI CC. Inoltre il DX7 ha oltre 140 parametri, quasi tutti con riflesso immediato sul suono, e quindi serve un controller molto potente, con un sacco di comandi fisici o almeno articolato su più “pagine” in modo che ogni manopola possa essere assegnata a più funzioni. Si può per esempio usare un controller Novation della serie REmote SL (che dovrete programmare voi), oppure l’appena presentato kit Bastl Instruments 60Knobs che ha già dalla fabbrica un set di comandi per DX7. In passato venne presentato un controller mostruoso, il Jellinghaus DX Programmer, che aveva una manopola per ciascun parametro del DX7. Prodotto in soli 25 esemplari circa, oggi è rarissimo e viene scambiato a più di 2000 Euro.

Il Jellinghaus DX Programmer, prodotto in soli 25 esemplari

“Ci sono tanti modelli di DX7 in giro, quale prendo?”

Del DX7 sono state prodotte sostanzialmente due serie, la originale del 1983 (in seguito denominata Mark I per differenziarla dalla successiva), e la seconda del 1987 (Mark II).

Di DX7 Mark I esiste una sola versione, riconoscibile per i tasti verdi a membrana piatta e la scocca color marrone scurissimo (no, non è nero che col tempo si è stinto!). Il DX7 Mark I è il suono DX originario, caratterizzato dai convertitori D/A 12 bit utilizzati all’epoca e quindi da una personalità tutta avanti e un po’ sporca, ma dannatamente efficace. Personalmente è il suono DX7 che preferisco, quello classico, molto 2D come tante altre macchine del periodo che usavano anch’esse convertitori a 12 bit.

Lo Yamaha DX7 originale, il cosiddetto “Mark I”

Il DX7 Mark II, introdotto come detto nel 1987 e prodotto fino al 1989, si differenziava anzitutto per il suono più trasparente, dinamico e pulito, molto più 3D. Questa timbrica era ottenuta grazie all’uso di un nuovo convertitore D/A 16 bit, dei quali tuttavia ne venivano usati solo 15, per una gamma dinamica risultante inferiore ai 96 dB teorici garantiti da un 16 bit “full” ma comunque nettamente superiore a quella della prima serie. Anche il suono del DX7 Mark II è molto bello, lucido e scintillante, e a qualcuno può piacere più di quello del Mark I. Questione di gusti, e di quanto si vuole stare aderenti al modello sonoro originario. In ogni caso, della serie Mark II sono state prodotte tre varianti, con funzionalità diverse ma tutte identiche sotto il profilo della qualità timbrica:

  • DX7S, che a dispetto del nome è a tutti gli effetti un Mark II come motore sonoro, e non una versione speciale del Mark I;
  • DX7 II D, che è bitimbrico in modo da poter usare due layer di programma per creare suoni più complessi e ha un’uscita stereo;
  • DX7 II FD, che è uguale al modello D ma con in più l’aggiunta di un floppy disk interno per salvare le patch.
Lo Yamaha DX7 Mark II, qui in versione II FD

“E sul fronte expander, ovvero synth a modulo senza tastiera?”

Come usava in quegli anni, anche del DX7 furono prodotte le rispettive versioni expander.

Il TX7 è l’expander del DX7 Mark I, non è programmabile da pannello ed è il modello meno desiderato di tutti a causa di questa caratteristica e della strana forma a cuneo. A me piace da impazzire proprio per essa, ma questa è un’altra storia che ha a che fare con la nostalgia…

Yamaha TX7

Il TX802 è l’expander del DX7 Mark II, ma rispetto ai modelli a tastiera è politimbrico a otto parti. Questo lo rende particolarmente apprezzato da chi pensa di sfruttarlo per programmare delle Performance che usino fino a otto diversi timbri in layer, e ottenere così un suono molto vivo e “grosso”.

Yamaha TX802

Per dovere di cronaca va segnalato anche l’expander Yamaha MIDI Rack Frame (MFR), ovvero un contenitore in cui potevano essere installati da uno a otto moduli TF1. Ciascun TF1 era equivalente a un DX7 Mark I come circuitazione sonora, per cui era possibile arrivare a uno strumento con otto canali di voce indipendenti. Tale strumento prendeva il nome commerciale di TX816 ed era molto costoso, pertanto oggi se ne trovano pochissimi in giro.

Il rarissimo Yamaha TX816, otto DX7 Mark I in un rack

 

“E il TX81z?”

Il TX81z non appartiene alla famiglia DX7, in quanto è un synth a quattro soli operatori, ma ciascuno dotato di otto waveform base invece della sola sinusoide degli Operator del DX7. In definitiva, è un synth diverso.

 

“Vorrei prendere un DX7 Mark I ma ho sentito dire che la tastiera trasmette una MIDI Velocity limitata a 100 e quindi me l’hanno sconsigliato”

È vero, la prima serie DX7 aveva una tastiera ottima che pilotava al meglio il generatore sonoro interno, ma sul fronte MIDI le prestazioni erano limitate: lo strumento trasmetteva solo sul canale 1, e soprattutto la MIDI Velocity arrivava a 100. Questo non è tuttavia un reale problema, in quanto in molte DAW è possibile impostare un modificatore dei dati MIDI in ingresso che riscali la velocità e la faccia arrivare al massimo valore di 127 previsto dal protocollo. In definitiva, è assurdo non prendere un DX7 solo per questa limitazione.

 

“Mi hanno detto che esiste Dexed, un emulatore software gratuito, e quindi non vale la pena prendere un DX7 hardware”

Dexed è in effetti un ottimo emulatore software, e certamente permette una prima presa di contatto con i suoni della famiglia DX. A chiunque sia interessato alla timbrica del DX7 consiglio sicuramente di partire da Dexed. Se poi quei suoni piaceranno poco o avranno un’importanza marginale nei vostri arrangiamenti e nel vostro genere musicale, si può restare con Dexed. Ma se piacciono, il mio consiglio è quello di prendere un DX7 hardware: lo strumento reale ha ancora un fascino insuperato, ha una tastiera dall’action ottima, e soprattutto suona meglio. Più spessore, più presenza, più vitalità, più brillantezza, e questo senza nulla togliere all’ottima emulazione di Dexed. Stesso discorso per i vecchi FM7 ed FM8 di Native Instruments: sono ottimi soft-synth che emulavano il DX7 e aggiungevano al suo motore tante importanti e utili funzioni, ma il loro suono a mio parere si confonde in un mix e si “perde” assai più di quanto non faccia la macchina hardware.

Il softsynth Dexed, emulatore di DX7 con anche funzioni di editor

 

“Ok, mi hai convinto, prendo un DX7. Come faccio a sparargli dentro i diversi banchi timbrici che trovo in Rete?”

La maggior parte dei suoni che si trovano in Rete sono “impaccati” in file contenenti 32 preset, ovvero un intero banco di DX7 Mark I. Essi sono leggibili dal Mark I e anche dalle macchine Mark II, e possono essere disponibili in formato .SYX (estensione di SysEx) o .MID. Il secondo formato è quello di uno Standard MIDI File che può essere importato in qualsiasi traccia MIDI di una DAW, messo in play e automaticamente ricevuto dal DX7. Per inviare i file .SYX è opportuno ricorrere a un’utility come per esempio MIDI-OX (Windows-only, ma ce ne sono tante altre) che ha la funzione apposita di trasmissione di file di sistema esclusivo. In ambiente Mac raccomando SysEx Librarian.

 

“E non posso usare Dexed?”

Certo, Dexed oltre che come strumento virtuale a generazione interna può funzionare anche da editor/librarian per un DX7 hardware, basta azzerare il suo output e far suonare il DX7. Una finestra di Dexed consente di importare i banchi in formato .SYX e “spararli” nello strumento hardware. Inoltre Dexed può anche fare da editor grafico per il DX7 e quindi il suo utilizzo è raccomandato senza riserve. Dove purtroppo Dexed non arriva in piena forma è nella funzione di librarian, qui assai poco sviluppata: programmi del passato come per esempio Emagic Soundiver potevano costruire un’unica libreria contenente anche migliaia di suoni, da riempire assemblando più banchi da 32 preset e poi lasciando al suo interno solo i suoni graditi all’utente. Inoltre era possibile taggarli, sortarli e organizzarli. Tra i programmi oggi in commercio che svolgono funzioni simili vanno segnalati il solito MIDI Quest (multipiattaforma, costoso, poco amato per la sua complessità), l’agile FM-Alive (20 $, Windows-only), il DX7 Librarian (MacOS) e il Coffeshopped PatchBase (iOS). Ma ce ne sono molti altri!

 

“Quanto cosa un DX7 usato?”

I prezzi dell’usato sono ancora bassi perché ci sono tante macchine in giro, e soprattutto perché il DX7 non è ancora ridiventato “una moda” come è successo a strumenti comparsi in pezzi di successo o usati da producer di grido. I prezzi indicativi, da pagare per unità in buone condizioni, possono essere i seguenti:

  • DX7 Mark I: 200/300 Euro
  • DX7 Mark II: 250/350 Euro (non esistono reali differenze di valore di mercato tra i modelli S, II D e II FD)
  • TX7: 100/150 Euro
  • TX802: 200/300 Euro

Nell’offerta di vendita è possibile che siano presenti o viceversa assenti le cartucce ROM1 e ROM2 (che erano fornite con il DX7 originale) e le opzionali ROM3 e ROM4. Queste cartucce contenevano suoni ulteriori rispetto a quelli precaricati in fabbrica nello strumento: a parte eventuali aspetti collezionistici, non aggiungono e non tolgono valore allo strumento in vendita in quanto i loro contenuti sono disponibili come patch di pubblico dominio scaricabili da Internet.

 

“E sul mercato del nuovo, c’è qualcosa?”

Esistono strumenti commerciali di produzione corrente che implementano la sintesi FM, ma lo fanno in maniera sensibilmente diversa dal DX7: in casa Yamaha, il Reface DX è un synth con minitasti che si basa su una sintesi FM a quattro operatori. Tali operatori sono multi-waveform grazie alla modifica continua del feedback tra valori negativi e positivi. Il suono della macchina è valido, ma a causa dell’architettura diversa non è un’emulazione puntuale del DX7. Korg, nell’ambito delle sue mini-groovebox, ha realizzato il Volca FM: si tratta di una macchinetta piccola, agile ed economica che può importare i SysEx del DX7 e quindi imitarne il suono. Il Volca FM tuttavia, oltre ad essere limitato a tre note di polifonia, somiglia solo parzialmente nel suono al DX7 in quanto suona più sporco, meno definito e brillante, e in compenso più grezzo e ricco. Può quindi piacere molto per queste sue caratteristiche, ma non è neanch’egli un total replacement dello storico synth Yamaha. Inoltre non risponde dinamicamente alla velocity, parametro che da sempre ha caratterizzato pesantemente i suoni DX. Infine, il maker francese Xavier Hosxe ha realizzato un synth FM in kit denominato PreenFM2 che è forse la migliore alternativa corrente al DX7 e ne importa anch’esso i SysEx. Il PreenFM2 ha tuttavia diverse funzioni in più, e in compenso manca del parametro Feedback dello strumento originale. Pertanto è possibile ottenere molti suoni non disponibili sul DX7, ma in compenso alcuni SysEx del DX non sono riprodotti perfettamente. Inoltre il suono del PreenFM2 è più clinico e digitale, pur rimanendo un validissimo strumento.

 

Video

I primi, storici 32 preset del DX7, quelli che definirono per sempre il “suono DX”:

 

Il DX7 (qui in versione expander TX802) può essere programmato anche per offrire suoni contemporanei:

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

Un pensiero riguardo “Il DX7 spiegato ai Millennials

  • 18/11/2017 in 17:44
    Permalink

    Grandissima recensione, gergo alla portata di tutti, concetti esposti sempre con chiarezza. Il nome Curiel è una garanzia che non sbiadisce nel tempo!

I commenti sono chiusi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: