Acusmatiq XIII: Paolo Bragaglia traccia un bilancio dell’edizione 2018

In questa intervista esclusiva, il fondatore e presidente di Acusmatiq traccia la storia del festival anconetano di musica elettronica che in 13 anni di vita ha coinvolto tantissimi artisti e macchine in un progetto nato per pura passione.

 

Si è conclusa il 22 luglio ad Ancona le tredicesima edizione del festival Acusmatiq, una due giorni tra più apprezzate e partecipate della ormai lunga storia del festival.

Il consueto taglio della manifestazione, tra proposte artistiche, nuovi formati performativi e divulgazione culturale non ha mancato di coinvolgere un pubblico composito e trasversale, interessato alle molteplici forme del rapporto tra musica e tecnologia. Dal seminario sul suono analogico e digitale al pirotecnico Modular Circus “ASMOC 04”, le pur calde giornate dedicate al festival hanno infatti attratto alla Mole Vanvitelliana centinaia di appassionati. Andiamo a scoprire nel dettaglio di questa intervista esclusiva in cosa consiste Acusmatiq dalla voce  di chi vi è coinvolto in prima persona….

New Musical Instruments: Paolo, cos’è Acusmatiq e quando è nata?
Paolo Bragaglia: L’idea originaria alla base di Acusmatiq era quella di dar vita ad un festival di musica elettronica dal taglio innovativo, capace di contenere le diverse anime e sfaccettature di questa galassia dei contorni spesso non ben definiti. D’altronde quando vuoi parlare di fenomeni musicali che si interfacciano e si relazionano con la tecnologia devi anche essere pronto ad abbandonare steccati e preconcetti, ce lo insegna la storia stessa della musica elettronica. L’idea del festival cominciò a prendere corpo circa 15 anni fa e poi riuscimmo a mettere in piedi la cosa a partire dal 2006, con una piccola edizione.

NMI: Acusmatiq è un contenitore ricchissimo: c’era dunque tutto già dentro fin dall’inizio, o idee e iniziative si sono aggiunte strada facendo?
PB: Felice che ti dia questa impressione! Acusmatiq iniziò come un festival “di concerti” ma già da subito di fece strada l’idea di creare un percorso nuovo, che unisse momenti di riflessione teorica, seminari, nuove produzioni all’offerta “standard” di performance musicali/multimediali. Poi essendo io stesso un musicista ho sempre visto con grande favore la commistione tra l’aspetto tecnico e  quello creativo, come puoi ben immaginare.

Il seminario Suono Analogico e suono digitale con Gabrielli e Teodosi

NMI: Qual è il ruolo del “sistema Marche” in tutto questo, ovvero di un territorio che è stata la culla dell’elettronica italiana? C’è un filo di continuità che porta fino ad Acusmatiq?
PB: Direi che è un ruolo fondamentale. Credo che quando fai una cosa più riesci a radicarla e a porla in simbiosi con la realtà in cui vivi, poi quello che crei riesce inevitabilmente a essere più autentico, ad arrivare con una forza maggiore. D’altro canto poi l’esotismo esterofilo a tutti i costi non l’ho mai amato e parlando di musica elettronica è un pericolo sempre in agguato. Anni fa mi sono reso conto di quanto la nostra storia nell’ambito degli strumenti elettronici fosse dimenticata e di come le parole  “sintetizzatori” e “Marche” assieme suonassero ormai quasi come un ossimoro nel sentire comune. In questa regione ci sono nato e cresciuto e ricordo, tanti anni fa, quando in ogni angolo c’erano laboratori e nell’industria musicale lavoravano tantissime persone che conosco.  C’è sempre stata l’ intenzione ben salda di sviluppare l’esperienza del festival alla luce della storia di una regione – la nostra – che con marchi come Farfisa, Crumar, Elka, Siel, Eko e tanti altri produsse strumenti che finirono in mano ai Kraftwerk, a Jean Michel Jarre, ai Tangerine Dream, agli Ultravox e a miriadi di altri musicisti. Fu fantastico portare gli  ospiti internazionali a visitare il “Museo temporaneo del synth marchigiano” nelle due edizioni fatte, e sentire i Mouse in Mars o Chris Carter  dire “questo l’avevo” e “questo l’ho usato”. Quando dissi a John Foxx che eravamo a 10 km dalla città dove veniva costruito l’Elka Rhapsody (usatissimo dagli Ultravox, ma anche da John stesso) fu sinceramente impressionato!

Il mitico Lazzabaretto, ovvero la zona leisure di Acusmatiq

NMI: Si può dire che la vostra è “elettronica colta”, o piuttosto non vedete confine tra essa ed “elettronica leggera”? C’è spazio anche per quest’ultima in Acusmatiq?
PB: Una delle missioni del festival è proprio quella di non considerare insormontabili i confini tra queste due galassie, quella di proporre, anche con un pizzico di incoscienza e di ironia, le manifestazioni più diverse della musica elettronica per mettere mondi diversi a confronto. Anche con la filosofia del contrasto, perché no? Fare un concerto di musiche di John Cage e poi proporre Thomas Brinkmann allo stesso pubblico è per me assai affascinante, così come dare spazio nella stessa edizioni all’opera di Alvin Curran di Terry Riley e ai Clock DVA. Io vengo dalla New Wave ma sono sempre stato anche assai curioso nei verso tutte le esperienze musicali del ‘900 legate in qualche modo all’elettronica. E cerco di trasferire questa curiosità anche al nostro affezionato pubblico. Devo dire onestamente che Acusmatiq non è mai stato molto sensibile alle sirene della moda momentanea, e si è legato alle situazioni da dancefloor solo episodicamente. Quest’anno per esempio nella stessa serata hanno condiviso il palco un’icona dell’industrial rock come Alexander Hacke ed i Demdike Stare. Mi piace pensare che cerchiamo di inseguire una visione della musica del nostro tempo che cerca di allargare la propria prospettiva sia in senso temporale che culturale.

Un momento della performance di Alexander Hacke e Danielle de Picciotto

NMI: Quali sono stati i momenti più belli in questi anni, gli incontri più preziosi?
PB: Senza dubbio il fantastico concerto di John Foxx and the Maths nel 2012, momento irripetibile di congiunzione con uno dei miti della mia giovinezza. Poi il concerto della Elektonische Staubband di Yann Tiersen, il suo side project elettronico che nacque come una specie di commissione di Acusmatiq. Fu assai bizzarro vederlo arriva in piena notte alla guida di un furgone carico di synth vintage dalla Bretagna: fu un pienone pazzesco ma la quasi totalità del pubblico  si aspettava ballate acustiche o la colonna sonora di Amelie ed invece fu un live di krautrock cosmico elettronico. Fu pazzesco. Per finire, tra le cose memorabili inserisco Waterfront e Maritime Rites, due concerti su diverse barche in navigazione nel bacino del porto: nel primo fu eseguito Stockhausen con i musicisti in ascolto reciproco  grazie  ad una tecnologia di trasmissione wireless dell’audio sviluppata all’Università Politecnica delle Marche, mentre il secondo fu invece una riproposizione/adattamento del pezzo “marittimo” di Alvin Curran.

Paolo Bragaglia con John Foxx all’edizione 2012

NMI: E quali invece le difficoltà più difficili da superare?
PB: La perenne scarsità di fondi, inutile dirlo, che poi induce a un grande sforzo per fare il festival e per poter comunicare i valori portanti dello stesso e attirare nuovo pubblico. Gira e rigira siamo sempre lì.

NMI: Uno dei fiori all’occhiello delle ultime edizioni del Festival è la jam session tra diversi artisti del synth modulare: come è nata, come evolve, e quali sono i suoi punti di interesse e unicità?
PB: Stai parlando di ASMOC, Acusmatiq Soundmachines Modular Circus. Uno format inaugurato dal festival quattro anni orsono e del quale siamo molto orgogliosi, proprio per le dinamiche peculiari su cui si articola. L’idea venne innanzitutto sulla base di una suggestione architettonica, il tempietto vanvitelliano al centro della corte della Mole (appunto opera del Vanvitelli) dove si tiene ogni anno il festival. Parlando tra amici nacque la visione di una piccola “città” di synth modulari tutt’intorno alla struttura circolare. Poi pian piano l’idea si strutturò e proposi a Soundmachines (il produttore marchigiano di moduli Eurorack) di diventate un po’ il “mentore” dell’iniziativa, che funziona così: ci sono da dieci a quattordici performers disposti intorno ad una struttura rettangolare, ognuno con un sistema modulare o semimodulare. Le performance individuali devono durare sette minuti ciascuna, e si succedono secondo un ordine orario. Al termine c’è una jam session di 15 minuti  prima tra vari blocchi di performer, poi tutti assieme. E tutti sono collegati a una macchina – il “Sincrotrone” – costruita da Davide Mancini di Soundmachines, che fornisce clock, trigger o segnali periodici di modulazione a tutti i sistemi. Così questa grande distesa di macchine diventa, virtualmente, un unico, grande sintetizzatore modulare. Ti posso solo dire che è un’esperienza molto affascinante, davvero intensa per tutti, proprio per la sua assoluta peculiarità. Bellissimo vedere un pubblico spesso non abituato a certi particolari suggestioni sonore restare attento per tutta la performance anche durante i momenti più “astratti”. E difatti anno dopo anno ASMOC cresce e si affina con grande soddisfazione del pubblico e dei musicisti!

Demdike Stare in azione

NMI: Raccontaci di MATME, e della vostra attività documentaristica.
PB: MATME è una nuova associazione culturale che nasce sulla base della pluridecennale esperienza maturata nell’ambito del festival e da me personalmente nella promozione e nella valorizzazione delle realtà connesse alla musica elettronica nelle Marche e al suo distretto industriale, nella storia e nel tempo presente. Lo scopo è quello di trovare una base comune per diverse attività: ricerca e documentazione, divulgazione, didattica, produzione di eventi musicali e mostre, documentari, collaborazione con le aziende (rimaste) del territorio, le realtà di ricerca scientifica e le istituzioni. Insomma tanta, tantissima, carne al fuoco ma siamo molto ottimisti perché nel corso di questi anni sono davvero tante le realtà che si sono raccolte attorno alle nostre iniziative.

NMI: Quali sono i prossimi appuntamenti di Acusmatiq e di MATME?
PB: Appena conclusasi l’edizione di quest’anno si pensa già alla prossima, tra un anno, mentre MATME ha degli importanti appuntamenti in autunno: anzitutto il 19 Ottobre si aprirà a Macerata fino al 2 Novembre il Il Museo del synth Marchigiano (e italiano), che vedrà per la prima volta esposte tutte assieme le macchine italiane dei marchi storici più significative. È previsto uno spazio per i produttori ancora attivi nell’ambito dell’elettronica musicale. A corredo ci saranno incontri, tavole rotonde e moltissimi eventi musicali. Il secondo appuntamento in programma è la nostra presenza al Soundmit di Torino, a inizio novembre.

NMI: Infine, i credits: quali sono le persone chiave del progetto?
PB: Devo assolutamente ringraziare l’ARCI di Ancona (che gestisce alcuni spazi nella Mole Vanvitelliana) che sia nella dirigenza attuale rappresentata da Michele Cantarini che in quelle del passato ha sempre sostenuto il progetto, che nacque come idea 15 anni orsono con la complicità di Carlo Pesaresi. L’incontro con Leonardo Gabrielli, musicista, programmatore e docente all’UNIVPM è stato determinante per rinforzare in maniera consistente tutte le iniziative legate alla ricerca, alla sperimentazione tecnologica e alla didattica. Fondamentale poi l’apporto dell’energico Mauro d’Addetta e di Marco Bragaglia, mio fratello, che mi aiuta a dare sempre una veste ed un’immagine al festival.

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

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