Neumann KH 120 A, piccoletto dalla voce grande e molto “pro”

Il primo monitor da studio disegnato sotto l’era Neumann nasce sulla base di un’antica eredità, insita nelle lettere KH della sua sigla, ed è un prodotto vincente se si cercano prestazioni altamente professionali in piccoli spazi.

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La Georg Neumann GmbH è un’azienda berlinese che nel nostro settore non ha bisogno di presentazioni, essendo il suo nome legato indissolubilmente ai microfoni da studio forse più diffusi al mondo. Ma perché buttarsi anche nell’affollato settore dei monitor per registrazione, dopo più di settant’anni passati a fare praticamente solo microfoni? La risposta viene andando a guardare gli assetti societari di Neumann: l’azienda fa parte del gruppo Sennheiser dal 1991, e dello stesso gruppo fa parte  dal 2005 anche il costruttore di monitor Klein + Hummel. Quest’ultimo nome è poco conosciuto in Italia e più in generale al di fuori della Germania, ma vanta una produzione di diffusori professionali di tutto rispetto, contraddistinti da prestazioni elevate e un’ingegnerizzazione di eccellente livello. Proprio per ovviare ai problemi di scarsa visibilità all’estero e per consolidare la propria produzione in un numero limitato di marchi, Sennheiser ha deciso da qualche tempo di commercializzare col proprio logo i prodotti PA di Klein + Hummel (K+H per gli amici), mentre i monitor da studio sono confluiti nella product-line di Neumann. La scelta è stata probabilmente dettata dall’ampia diffusione e considerazione di cui gode il marchio berlinese presso gli studi di registrazione. Il KH 120 in prova su queste pagine e presentato già nel 2011 costituisce il primo prodotto sviluppato durante l’era Neumann.

Il box visto di lato dimostra la sua profondità

Il monitor

Il KH 120 è un monitor ultracompatto pensato in maniera estremamente rigorosa per il mercato professionale e l’home studio di alto livello. Oltre alla versione in prova contraddistinta da ingressi analogici e colore grigio scuro (suffisso A G, da Analog e Grau), ne esiste anche una identica ma rifinita in bianco (suffisso A W) e una con ingressi digitali AES/EBU (suffisso D). Il KH 120 nasce per sostituire il procedente Klein + Hummel O 110, migliorandolo sotto numerosi punti di vista pur a un prezzo di listino inferiore. L’intero cabinet deriva da una fusione amorfa di alluminio, su cui è innestato un pannello frontale dello stesso materiale. L’utilizzo dell’alluminio ha consentito la facile realizzazione di un cabinet dalle pareti non parallele (allo scopo di “uccidere” le onde stazionarie interne), un maggiore volume interno a parità di cubatura esterna, la sostanziale assenza di risonanze, la dispersione del calore dell’amplificazione senza l’uso di dissipatori aggiuntivi. La sagomatura del baffle a sua volta deriva da un attento disegno che integra una guida d’onda per il tweeter,  un raccordo privo di spigoli tra woofer e pannello, le due porte necessarie all’accordo del bass-reflex con cui l’altoparlante delle note basse è caricato. I due trasduttori sembrano anche godere dell’allineamento verticale dei centri di emissione per una più coerente emissione in fase, anche se in materia il costruttore non dice nulla. La guida d’onda del tweeter, denominata Mathematically Modelled Dispersion (MMD) ha forma ellittica pensata per massimizzare la dispersione orizzontale in modo da estendere l’area ottimale di ascolto (il cosiddetto “sweet spot”), e al contempo di controllare la dispersione verticale per minimizzare le riflessioni su superfici come console di mixaggio o tavoli su cui, in molte circostanze, il KH 120 si troverà a operare. Sempre pensando alla facilità di posizionamento e interfacciamento con l’ambiente circostante, il progettista ha collocato i dotti del reflex sul frontale in modo da non essere vincolati in fase di installazione dall’occlusione dei dotti stessi che può verificarsi in ambienti di piccole dimensioni e regie mobili quando per risparmiare spazio si vuole addossare il diffusore al muro. L’assenza di spigoli vivi su tutto il frontale invece è artifizio noto nel settore per minimizzare la diffrazione del segnale alle frequenze elevate. Il woofer è un’unità da 130 mm (5,25”) con membrana in materiale composito disposto a sandwich, ancora una volta per minimizzare risonanze, garantire leggerezza e nel contempo indeformabilità: il costruttore non fornisce purtroppo altri particolari sui materiali usati. Esteriormente l’altoparlante è protetto da una griglia sagomata in modo da seguirne il profilo: lo stratagemma, già proposto da altri costruttori, minimizza le risonanze che inevitabilmente si formano in un’ampia superficie di metallo forato e nel contempo rende la protezione più rigida e meno vulnerabile ai colpi. Il tweeter è un componente da 25 mm (1”) con cupola in alluminio, protetto anch’esso da una griglia a rete. I due componenti sono amplificati individualmente con due unità operanti in classe AB, accreditate ciascuna di 50 Watt RMS e 80 di picco. Da notare la scelta di rimanere su un’amplificazione tradizionale in tempi in cui moltissimi PA sono ormai realizzati in tecnologia a commutazione (classe D, impropriamente definita “digitale”), e anche l’hi-fi domestica si sta pian piano votando ad essa. Ricordiamo in questa sede che la classe D è sì estremamente efficiente, ma non sempre altrettanto musicale rispetto a quella analogica, almeno a parere di alcuni progettisti. L’alimentatore abbandona la circuitazione tradizionale dell’O 110 per impiegare una più efficiente tecnologia switching. Questa garantisce leggerezza e una virtuale indipendenza dal voltaggio in ingresso, ma richiede anche un’adeguata realizzazione e filtratura per evitare spurie che contaminino il segnale audio. I due altoparlanti sono incrociati a 2000 Hz con un filtro elettronico del quarto ordine: la frequenza di incrocio è piuttosto bassa e indica che da parte del costruttore si è voluto mantenere la coerenza della gamma medio-alta affidandola per quanto possibile a un unico trasduttore, confidando nelle sue qualità di bassa distorsione e tenuta.

I controlli di cui è dotato il KH 120 sono piuttosto versatili: un primo switch si incarica di sottrarre 2,5, 5 o 7,5 dB in gamma bassa per compensare la vicinanza a pareti o angoli. Un secondo switch attenua di 1,5, 3 o 4,5 dB la gamma medio-bassa allo scopo di correggere eventuali enfatizzazioni dovute alle prime riflessioni sulla superficie di appoggio. Un terzo comando infine regola il guadagno del tweeter tra +1, 0, -1 e -2 dB per compensare l’assorbimento ad alta frequenza delle pareti.

Una tabellina presente nel manuale contiene alcune combinazioni suggerite dal costruttore in corrispondenza delle più comuni tipologie di installazione, ma poi è chiaro che dev’essere l’orecchio del tecnico (o meglio il fonometro) a dettare i settaggi finali. Il reparto controlli si chiude con le regolazioni di livello di uscita e di sensibilità dello stadio di ingresso:

Le connessioni sono poste su un recesso del pannello posteriore: l’audio entra solo su XLR, mentre l’alimentazione gode del connettore IEC a vaschetta, di un selettore per disconnettere la massa dal circuito audio e di un interrutore basculante per l’On/Off.

All’accensione del monitor il logo Neumann sul frontale si illumina di bianco, ma è pronto a lampeggiare in rosso se intervengono le protezioni. Queste ultime leggono il segnale medio, quello di picco e la temperatura operativa, operando tramite limiter separati per le due vie. A ulteriore protezione il monitor dispone di un taglio passa-alto fisso a 30 Hz e 6 dB/oct di pendenza. È comunque ipotizzabile che l’elettronica interna sia incaricata anche di linearizzare la risposta in frequenza del diffusore, che appare estremamente piatta: si tratta di una prassi assolutamente comune in questa categoria di prodotti.

 

Il test

Sin dal primo ascolto il piccolo monitor Neumann sorprende per le dimensioni della scatola sonora che riesce a restituire: pur non potendo per ovvie ragioni avere l’immanenza di un grande monitor di litraggio decuplo, non sembra affatto un piccolo diffusore! I bassi ci sono, generosi, assi ben estesi in rapporto al volume, ma articolati e bilanciati, niente affatto lunghi o gommosi. E “il resto” dello spettro audio prosegue a dipanarsi da essi senza soluzione di continuità o gamme di frequenza privilegiate, questo è il bello. Il monitor berlinese dimostra subito di appartenere alla categoria degli analitici, ma senza mai risultare freddo o chirurgico: c’è solo una ristretta gamma di frequenze, direi verso i 12/13 kHz in cui il tweeter fa sentire la sua natura metallica e a volte risulta tagliente con certi piatti, ma complessivamente questo non è un diffusore aspro o particolarmente affaticante. “Neutrale” penso sia la parola che lo descrive meglio, anche se dolce o eufonico non lo sarà mai e del resto nemmeno vuole esserlo. La dinamica è eccellente, e si esprime al meglio da volumi medi in su: a livelli bassissimi il basso si alleggerisce un po’, mentre a volumi troppo elevati il piccoletto si indurisce e va prevedibilmente in crisi. Se l’analiticità e la dinamica erano in qualche modo attese c’è però un’altra caratteristica che lascia a bocca aperta, ed è la misura e la profondità della “scatola sonora”: il Neumann restituisce un campo sonoro molto omogeneo, quasi una sorta di sfera di circa 2,5 metri di diametro all’interno del quale muoversi e spostarsi liberamente, certi di continuare a sentire tutto bene e soprattutto col corretto posizionamento spaziale. Sì, perché questo è un monitor piccolo, dettagliato ma immune dal quel difetto di rappresentare tutto in “2D” che hanno altri suoi colleghi: i singoli strumenti riprodotti sono ben differenziati nel senso della profondità, il campo sonoro si estende in larghezza anche oltre il confine fisico delle casse e complessivamente si ha un eccellente risultato tridimensionale. A ciò contribuisce assai la restituzione del microdettaglio, la velocità con cui vengono riprodotte le percussioni e i segnali a decadimento complesso, che si stagliano nell’aria e disegnano chiaramente contorni naturali e perfettamente riconoscibili.

 

Conclusioni

Siamo anni luce lontani dalla prestazione mediocre di tanti mini-monitor da poche centinaia di Euro, ma anche una spanna sopra a molta blasonata concorrenza, tanto che in breve mi convinco che il Neumann KH 120 rappresenta una delle migliori scelte nel suo campo. Offre una rappresentazione assolutamente credibile in tutte le fasi di registrazione, dalla ripresa al mixaggio, e con l’eventuale aiuto di un sub potrebbe essere impiegato anche in mastering, almeno fino a livelli di project-studio. Un prodotto che apprezzo e rispetto pienamente, offerto a un prezzo non basso ma assolutamente conveniente e proporzionato all’eccellente valore che saprà offrire per molti anni a un paio di orecchie “professionali”.

 

Scheda tecnica

Prodotto: Neumann KH 120 A

Tipologia: Monitor amplificato a due vie

Dati dichiarati dal costruttore:
Woofer 130 mm (5.25″) in materiale composito
Tweeter 25 mm (1″) in titanio
Crossover incrocio a 2000 Hz del quarto ordine
Amplificazione 50 + 50 Watt RMS (80 + 80 Watt di picco), classe AB
Risposta in frequenza in campo libero 52 Hz/21 kHz, ±3 dB
SPL Max a 1 m 111,1 dB SPL
Ingressi XLR bilanciato (il modello KH 120 D offre anche un ingresso digitale in standard AES 3)
Dimensioni (A x L x P) 277 x 182 x 220 mm
Peso 6,2 kg

Prezzo medio di mercato: 645 Euro (per singola unità)

Distributore: Exhibo

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

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