7 ragioni per cui le polemiche verso i cloni Behringer non hanno senso

Nei giorni scorsi Behringer ha annunciato i cloni di alcuni grandi strumenti elettronici del passato, e subito si è scatenato il solito gratuito shitstorm verso la casa cino-tedesca. Si è anche parlato di etica, ma in maniera diametralmente opposta a quella che prevede la legge sui brevetti…

 

Spesso il costruttore cino-tedesco Behringer viene criticato dai più esigenti appassionati per la qualità audio non elevatissima dei suoi prodotti: ci sta, e del resto Behringer non ha mai rivendicato di appartenere al segmento high-end del mercato. Ma chi esprime critiche feroci su tale marchio sembra non tenere mai in considerazione il rapporto qualità-prezzo di questi oggetti e il forte processo di democratizzazione dell’audio innescato da Behringer. I suoi prodotti costano davvero poco, e come tali hanno contribuito forse più di qualunque altro marchio a rendere davvero democratico il mondo dell’audio: quanti musicisti dilettanti, quanti gruppi alle prime armi hanno potuto registrare i propri demo, provare in cantina i propri brani, realizzare i primi concerti live grazie ai prodotti della casa del signor Uli? Senza Behringer sarebbero stati in tanti di meno a suonare, tanti di meno a poter lavorare in maniera in qualche modo simile a quella dei professionisti. E questo è sicuramente un grande valore per tutta la comunità dei musicisti.

Adesso che Behringer ha annunciato i cloni di storiche macchine del passato (ARP Odyssey, Moog Minimoog, Oberheim OB-Xa, Roland VP-330, SH-101 e TR-808, Sequential Circuits Pro-One) la polemica sembra però essere salita ancora di tono. Personalmente ho trovato odioso il tentativo di demonizzare Behringer, e qui mi piacerebbe ricordare un po’ di fatti concreti per ristabilire l’oggettività delle cose.

Behringer UB-Xa (rendering)

 

Fact #1: Behringer non fa “cinesate”

Chi parla con spregio di “cinesate” usa una parola certamente di grande impatto emotivo, ma che non ha nessun fondamento nella realtà: da ormai vent’anni i produttori audio occidentali costruiscono quasi tutto in Cina, e sempre con risultati qualitativi eccellenti quando il budget di produzione lo consente. Ricordo ancora il primo prodotto cinese di gran marchio che mi capitò in mano: era un monitor JBL di fascia alta (3.000 Euro e più), eravamo all’alba degli anni 2000 e di prodotti high-end Made in China non ne avevo ancora visti. Lo estrassi dall’imballo. Guardai i componenti di pregio. Osservai la verniciatura impeccabile, senza mezza grinza o imprecisione. Poi voltai il monitor e sulla targhetta posteriore lessi quel “Made in China” che mi fece rimanere male. Ma fu un attimo. Da allora capii che in Cina è possibile produrre con qualità egregia e che ogni polemica sul paese di provenienza di un prodotto non ha alcun fondamento tecnico. Non a caso, negli anni successivi sono andati a costruire in Cina pressoché tutti i grandi marchi di strumenti musicali e audio pro, da Korg a Yamaha, da AKG a Roland. Del resto, l’oggetto tecnologico più avanzato e desiderato dai consumatori di tutto il mondo non è Made in China? Sì, parlo proprio del vostro iPhone 😉

Apple iPhone X

 

Fact #2: Behringer non è una compagnia “low-tech”

Nella polemica sui cloni, molti hanno cercato di dipingere Behringer come un’accolita di pasticcioni senza alcun know-how industriale, gente che sa solo copiare. Non è assolutamente vero: Behringer è una grande azienda di ben 4.000 persone che possiede la tecnologia per fare praticamente ciò che vuole in campo audio. Non solo perché negli anni ha sviluppato ricerche e prodotti propri, ma anche perché col tempo si è comprata aziende occidentali che le hanno portato in dote un sacco di tecnologia, brevetti, competenze e prodotti già sviluppati: ad oggi, la società Music Group con a capo Uli Behringer possiede infatti i marchi Cool Audio (chip e semiconduttori), Lab.Gruppen (amplificatori PA), Lake (sistemi di speaker management per PA), Midas (outboard analogico), Klark Teknik (outboard analogico e digitale), Tannoy (sistemi di altoparlanti, soprattutto consumer di alta gamma), TC Electronic (processori audio digitali), Turbosound (diffusori PA). Questo gruppo di aziende consente a Behringer di avere accesso a un vasto portfolio di tecnologie, sia analogiche che digitali e di creare quindi sinergia tra i marchi. Esempio analogo è quello del gruppo Harman International, che ha un portafoglio che comprende tra gli altri AKG, BSS Audio, Crown Audio, dbx, DigiTech, Martin Professional, Lexicon, Soundcraft, ma sul quale non ho mai letto polemiche simili.

Tornando a Behringer, c’è da dire che questo marchio può sfornare prodotti di alta tecnologia anche da solo, senza ricorrere alle altre aziende del gruppo: su tutti va considerata la serie di mixer digitali X32 e la successiva, più piccola X18. Si tratta di mixer in formato tabletop e rack con tutti i parametri memorizzabili e comandabili da tablet che hanno rivoluzionato il modo di fare live per gruppi medi e piccoli, e che non a caso hanno aperto la strada a prodotti analoghi di altri costruttori. C’è tanta di quella tecnologia in un X32 da togliere immediatamente ogni argomentazione a chi parla di Behringer come compagnia low-tech.

Il mixer digitale Berhinger X32

 

Fact #3: Behringer non fa prodotti scadenti, ma prodotti economici

Ho letto cose apocalittiche sulla qualità Behringer, ho letto la parola “merda” usata senza tanti complimenti, ho letto che si sfasciano subito solo a guardarli: sono sparate da bar, Behringer fa per scelta molti prodotti che devono costare pochissimo e che richiedono quindi importanti tagli di costo sui componenti utilizzati. È assurdo pretendere da un mixer da 20 canali e 200 Euro di prezzo la stessa qualità nei fader e potenziometri di un prodotto occidentale da 2.000 Euro: la costruzione al risparmio c’è, questo è innegabile, ma il cliente dovrebbe esserne consapevole nel momento in cui legge l’etichetta del prezzo e sarebbe quindi opportuno che adeguasse di conseguenza le proprie aspettative. Del resto, tra un mixer Behringer da 200 Euro e quelli di pari fascia di marchi più nobili, credete di trovare grande differenza? Al netto di fattori emotivi, assolutamente no.

E all’argomentazione che i synth Behringer sono costruiti dai robot a partire da economici componenti SMD mentre i synth Moog sono costruiti a mano da esperti operai-proprietari che saldano componenti Through-The-Hole (TTH), è necessario ribadire che quest’ultimo procedimento riguarda le reissue del Minimoog e dei grandi modulari, mentre macchine più economiche di Moog come per esempio il Minitaur sono comunque anch’esse in SMD e quindi realizzate a partire da tecniche analoghe a quelle usate da Behringer (e da tutti gli altri costruttori…).

Moog Minitaur (fonte Till-Kopper.de)

Ma soprattutto, sapete perché Behringer non sarebbe mai così pazza da mettere in commercio prodotti costruiti male? Semplice: perché se lo facesse sarebbe devastata dai costi di riparazione in garanzia, e questo manderebbe l’azienda a gambe all’aria in pochi anni. Ogni costruttore infatti considera tra i propri costi anche quelli per le riparazioni in garanzia (materiali, persone, spedizioni), in ragione di una certa percentuale dei prodotti venduti. Insomma, le macchine si guastano e i costruttori lo sanno: devono calcolare l’incidenza percentuale dei guasti, quanto costano gli interventi in garanzia e poi tenerne conto nel determinare il prezzo del nuovo per non andare a fondo. Sulla base di questo, chi volete che metta in commercio prodotti che sa già che si guasteranno in gran percentuale? Davvero crediamo che esistano aziende “buone” e aziende “canaglia”?

 

Fact #4: Behringer non fa sciacallaggio sui progetti dell’era vintage

Di tutte le polemiche che ho sentito recentemente, quella sulla presunta mancanza di “etica” da parte di Behringer è quella che trovo più infondata. Certo, è indiscutibile e risaputo che quelli di Behringer non ci vadano morbidi con le emulazioni di prodotti concorrenti: già nel 1997 il mixer MX-8000 venne accusato di copiare un equivalente modello Mackie e per qualche tempo ne venne quindi bloccata la vendita negli Stati Uniti sulla base di una causa discussa in tribunale. Due anni dopo però venne sentenziato da un giudice che i circuiti stampati non erano protetti da copyright e la causa venne quindi dismessa. Nel 2005 Behringer venne trascinata in tribunale da Roland per aver copiato l’estetica dei pedali Boss: il caso si risolse in maniera extra-giudiziale, ovvero con un accordo economico privato tra le parti sul quale non ci sono dettagli, come del resto succede quasi sempre in questi casi.

Pedali Boss e Behringer a confronto (fonte Reverb.com)

Nel mondo del business non ci sono chiacchiere ma solo regole, ci sono leggi e ci sono tribunali per farle rispettare in concreto. Alla fine ci si mette d’accordo su tutto, basta pagare e tanti saluti ai presunti problemi di etica. E non si pensi che le diatribe riguardino solo marchi “cinesoni” che copiano marchi “nobili”: come dimenticare la controversia legale dei primi anni ’60 tra Fender e Gibson in cui la prima accusò la seconda di averle copiato la Jazzmaster? E come non parlare della controversia in cui Moog accusò ARP di averle copiato il filtro a 24 dB/Oct del Minimoog nella seconda versione dell’Odyssey? Tutto sistemato fuori dai tribunali, perché alla fine è questione di soldi, soldi e ancora soldi: vi sono marchi di synth hardware che hanno dato l’ok a versioni software dei propri sintetizzatori più famosi purché venissero pagati loro dei diritti. E vi sono software-house che a un certo punto hanno tolto il nome dell’hardware clonato dalla schermata della loro emulazione per non pagare più tali diritti. Pensavate che fosse facile e indolore uscire con la replica virtuale 1:1 del Minimoog o dell’Odyssey?

E infine mi sapete dire perché nessuno dice mai niente ai piccoli costruttori di moduli che da anni clonano i VCO e VCF di Moog, i filtri dell’ARP, l’intero SH-101 di Roland? Semplice, perché costerebbe più la causa che il “rispetto dell’etica”.

Intellijel Atlantis, modulo Eurorack ispirato al Roland SH-101

La produzione industriale è governata da regole che fanno i governi e non i polemisti di Facebook, grazie a Dio. In base a tali regole, le case – con molta poca emotività ma molto pragmatismo – ricercano accordi economici ogniqualvolta  possano esserci problemi di proprietà intellettuale. Behringer in questo campo si muove certamente con molta aggressività e cerca di infilarsi in ogni buco della normativa per fare cloni subendo meno vincoli possibile, ma semplicemente perché è un costruttore con ancora poca tradizione di brand e vuole penetrare il mercato velocemente e con prodotti di grande visibilità.

 

Fact #5: La legge sui brevetti prevede che dopo tot anni la tutela si esaurisca e tutti possano replicare tutto. E lo fa proprio per una questione di etica, verso l’intero genere umano

Dietro a ogni legge c’è sempre una ragione. Si chiama “ratio legis” e in latino vuol dire proprio “la ragione, il motivo della legge”, come ti insegnano a giurisprudenza. Ogni legge infatti nasce per tutelare un ben preciso diritto, quello appunto che ne costituisce la ragione di esistere. Nel campo della Proprietà Intellettuale praticamente tutte le leggi mondiali sui brevetti prevedono che in un primo tempo il brevetto sia di proprietà di chi lo sviluppa e lo deposita, ma che poi esso scada senza poter essere rinnovato, in modo che la scoperta che ne è alla base diventi patrimonio dell’intera umanità che diventa libera di copiarla. È proprio una questione di etica quella che la legge tutela: all’inizio prevale il diritto dell’inventore a sfruttare commercialmente il proprio lavoro e la propria inventiva, ma poi nel lungo periodo la legge prevede che prevalga il diritto dell’umanità intera a possedere quella scoperta e a sfruttarla liberamente nell’interesse di tutti. Chi dunque dice che copiare un brevetto scaduto sarà forse legale ma non etico, non sa che la legge la pensa esattamente in maniera opposta. E si badi bene che non è solo la vituperata legge italiana a funzionare così, ma quella di tutto il mondo visto che le prime leggi sui brevetti risalgono all’Antica Grecia!

 

Fact #6: Behringer non è l’unica ad avvantaggiarsi del basso costo del lavoro in Cina

Nella polemica sull’etica si è provato a infilare anche un argomento di sicura fascinazione morale, pur senza uno straccio di prova o evidenza: Behringer sfrutterebbe i lavoratori cinesi. Qui non è neanche il caso di soffermarsi troppo, visto che le argomentazioni a supporto di un eventuale sfruttamento sono inesistenti: come abbiamo visto, vanno a produrre in Cina Behringer come Roland, JBL come Yamaha. Non si capisce dunque perché solo Behringer “sfrutterebbe” i lavoratori, mentre il nobile iPhone di cui sopra o il condizionatore hi-tech che ci rinfresca il collo in questo momento non sarebbero espressioni di tale sfruttamento ma solo di normale dinamica salariale. Che il lavoro in Cina costi poco è un fatto assodato: ma da qui a parlare di sfruttamento, e solo a carico di certi marchi “scomodi”, ce ne corre.

 

Fact #7: i cloni Behringer non sono in concorrenza coi prodotti clonati, e anzi ne rinverdiranno il mito

I prodotti appena annunciati da Behringer non sono in diretta concorrenza coi prodotti originali clonati, con la spiacevole eccezione dell’ARP Odyssey: su quest’ultimo prodotto ho in effetti qualcosa da ridire anch’io, perché se è vero che l’Odyssey di Behringer clona il prodotto ARP originale, è anche vero che sul mercato ne esiste già il clone moderno realizzato da Korg. Qui dunque c’è un caso di scontro frontale tra due prodotti nuovi direttamente concorrenti. Ma se fossi in quelli di Korg, ci sarebbe un altro aspetto che mi darebbe ancora più fastidio: nel nuovo prodotto Behringer ci sono anche i tre modelli di filtro e il circuito Drive che proprio Korg ha aggiunto alla sua reissue modificando il disegno originale. Qui abbiamo dunque un vero e proprio scopiazzamento di Behringer di un’idea contemporanea di Korg, e questo dettaglio va oltre il cloning di un modello famoso: se dunque devo immaginare un’eventuale materia di discussione per i tribunali nei recenti annunci Behringer, la vedo proprio in questo particolare dell’Odyssey. Per il resto invece va evidenziato come i cloni Behringer non vadano in concorrenza con nessun prodotto nuovo attualmente presente nei listini dei costruttori “clonati”: il Minimoog Model D, peraltro uscito da poco di produzione e quindi acquistabile solo come fondo di magazzino, non è certamente paragonabile per suonabilità, prestigio, valore emotivo e collezionistico al Model D di Behringer e nessuno comprerebbe mai quest’ultimo se potesse permettersi l’originale, quindi qui non c’è proprio partita. E non c’è partita nemmeno in casa Roland: il vocoder a tastiera VP-340 di Behringer – se mai uscirà dallo stadio di prototipo, visto che la casa ha ipotizzato che la richiesta di mercato potrebbe essere insufficiente a immetterlo in produzione – non ha contraltare in alcun altro vocoder analogico a tastiera di corrente produzione. Roland ha effettivamente in catalogo il Boutique VP-03 ma è senza tastiera, è a generazione digitale ed è di dimensioni assai più piccole: sono insomma due oggetti non direttamente comparabili. Analogamente il clone Behringer dell’SH-101 non appare in concorrenza col Roland Boutique SH-01A poiché quest’ultimo è a generazione digitale, è polifonico, di dimensioni ridotte e senza tastiera: insomma, una macchina totalmente diversa anche se il modello di riferimento preso come base di partenza è comune. Stesso discorso per il clone di TR-808 di Behringer: attualmente Roland ha in catalogo la piccola Boutique TR-08 e poi un modello flagship come la eccellente TR-8S che in un solo strumento riproduce i suoni di 606/707/727/808/909 e in più può usare campioni. Entrambi gli strumenti sono basati su tecnologia digitale e per funzioni e/o dimensioni non mi sembrano direttamente paragonabili con il clone Behringer che è real-analog e si concentra solo sui suoni 808.

Roland TR-8S

Infine, zero argomenti contro le repliche Behringer di SCI Pro-One e Oberheim OB-Xa, visto che sul mercato non ne esistono versioni contemporanee in produzione, e che nel frattempo Dave Smith e Tom Oberheim hanno preferito andare avanti e sfornare strumenti ben più aggiornati e senza dirette parentele col passato quali la serie DSI Mopho, il DSI/Pioneer Toraiz AS-1 e il DSI/Oberheim OB-6.

Insomma, io non vedo concorrenza diretta tra i modelli annunciati da Behringer e i modelli storici clonati (con la spiacevole eccezione sopra citata dell’ARP). Vedo invece la concreta possibilità che le repliche Behringer contribuiscano a tenere vivo il mito degli storici strumenti clonati, facendoli conoscere anche ai più giovani che altrimenti mai avrebbero cercato su Google la sigla “OB-Xa” e che non avrebbero mai saputo di persona come suona un kick analogico di 808. Sarebbe l’ennesimo caso in cui la riedizione non sgretola il mito del prodotto vintage, ma anzi contribuisce a rinforzarlo e rinverdirlo.

 

Conclusioni

State certi che tra qualche anno la politica dei cloni sarà acqua passata o quantomeno non sarà così centrale nel catalogo Behringer, e la casa farà soprattutto prodotti di propria inventiva come del resto ha già cominciato a fare con il DeepMind e il Neutron. Nel frattempo, sul mercato c’è posto per tutti: vi sono i prodotti low-end come Behringer che a fronte di una costruzione economica costano davvero tanto poco grazie al fatto che il costruttore riversa sul cliente finale tutti i risparmi ottenuti in produzione, e questo è lodevole. Vi sono le macchine delle tradizionali case giapponesi che hanno prezzi medi, facile reperibilità e prestazioni sempre medio-alte. E infine ci sono i produttori-boutique che realizzano macchine in piccola o piccolissima scala per chi vuole qualcosa di più particolare e “bensuonante” degli altri.

Io, dal canto mio, ringrazio ciascuno di questi costruttori perché ognuno di loro apporta ricchezza al nostro mercato e alla nostra musica.

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

2 pensieri riguardo “7 ragioni per cui le polemiche verso i cloni Behringer non hanno senso

  • 21/05/2018 in 18:32
    Permalink

    Thanks Julius for a well written and balanced blog. I am very impressed and greatly enjoyed reading it.

    Uli

  • 22/05/2018 in 15:47
    Permalink

    Caro Giulio, credo tu abbia letteralmente centrato il bersaglio. D’altronde, come ben sai, sono anni che sento cianciare di “cineserie” e, ogni volta, mi tocca fare pubblicità alla Apple per ricordare al polemico di turno che anche i prodotti Apple (come d’altronde quasi tutti quelli degli altri prodotti di elettronica di un certo peso) dovrebbero essere chiamati “cineserie”.
    In passato, credo con Andrea Libretti, ci toccò di provare un mixer che, nel prezzo e nelle prestazioni (dichiarate), si presentava come un vero concorrente di un simile prodotto Behringer.
    Peccato, però, che il mixer Behringer funzionasse (e anche abbastanza bene) mentre il prodotto concorrente aveva un rumore di fondo… da spaventare le cascate del Niagara.
    Basterebbe un giro per Shanghai o Shenzen per vedere (purtroppo) quanto i cinesi siano mille anni luce avanti a noi.
    Come poi ci siano arrivati può essere, certamente, ottimo argomento di discussione, ma i fatti non si possono di certo ignorare.
    Concordo con te sulle conclusioni e ti faccio i complimenti per il tuo sito e i suoi contenuti.

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