#Errore02: “Se non hai la stanza trattata, tutti i monitor suonano allo stesso modo e non serve spenderci soldi”

Da qualche anno gli integralisti del trattamento acustico minacciano sventure a qualsiasi bedroom producer che non abbia la fantomatica “stanza trattata”, arrivando al punto di negare differenze prestazionali tra monitor di fasce di prezzo diversissime. Qui invece guarderemo al sodo, e a come fare davvero.

 

Da qualche anno il trattamento acustico è alla portata di tutti: fino all’inizio degli anni 2000 per trattare acusticamente il proprio studio bisognava ricorrere a materiali per l’edilizia e progettisti specializzati, mentre un trend piuttosto recente ha portato alla fioritura di pannelli assorbitori in varie fogge e colori, trappole per bassi di ogni tecnica e dimensione, scatter e diffuser belli e pronti all’uso, tutti venduti tramite i normali canali commerciali del mercato degli strumenti musicali. In più, sui siti dei produttori di questi manufatti si trovano già schemi di installazione per situazioni tipiche, proposte di ambientazione, suggerimenti di progettazione acustica.

Tutto questo è certamente positivo perché rende più facile accedere al trattamento acustico anche da parte del singolo appassionato senza forti conoscenze tecniche e/o particolari inclinazioni al fai-da-te. Il rovescio della medaglia di tale  situazione è che i prezzi di questi prodotti finiti sono necessariamente saliti rispetto a quando ci si approvvigionava di materiali grezzi, ma complessivamente la situazione è favorevole per tutti perché chi sa progettare, realizzare e installare da solo un trattamento acustico può ancora comprarsi il necessario a basso prezzo, e chi invece non ne è capace ha accesso a soluzioni “precotte” che prima non c’erano.

Primacoustic London 12
Il kit Primacoustic London 12

C’è però un aspetto che a me non piace: per qualcuno il trattamento acustico sembra essere diventato una moda, e soprattutto una moda “a ogni costo”. Chi oggi esce da certe academy per aspiranti fonici danarosi e chi frequenta gruppi Facebook per sound engineer a-la-page non ha dubbi a sciorinare frasi sinceramente imbarazzanti. I più “tranquilli” dicono che senza trattamento acustico non si può lavorare, mentre altri negano addirittura l’udibilità di differenze tra monitor economici e monitor più impegnativi. Ma siamo sicuri che abbiano ragione?

 

I talebani del trattamento acustico

Negli ultimi anni mi è capitato di leggere su Facebook cose davvero fuorvianti: attenzione a questa parola, perché “fuorviante” vuol dire che consigli dati magari in buona fede e con la massima convinzione possono fare danni reali nei set-up e nelle scelte di utilizzo di neofiti a bassa preparazione tecnico-acustica. Chi non ha metri di paragone sviluppati sulla base di esperienza e conoscenza tecnica, e magari non ha sviluppato negli anni i necessari “anticorpi” alle tante cose diverse che si sentono in campo audio, può finire per credere in maniera cieca e acritica a posizioni che invece andrebbero contestualizzate e magari prese con le debite molle.

L’integralista di turno è dunque lì a distribuire perle come “Appena puoi sistema la stanza o non avrai mai una percezione reale di quello che ascolti!” e allora tu che il trattamento acustico non lo puoi fare perché magari vivi in un appartamento ammobiliato da studente, o perché hai gli strumenti nel salotto di casa tua e la tua compagna di caccerebbe, cominci a vivere nella profonda angoscia che non sai quello che stai facendo sulla tua musica.

Hai dei monitor economici con cui ormai non ti trovi più per la loro scarsa definizione e chiarezza e vuoi fare il salto di qualità? Arriva il santone che ti dice “Non consiglierei un upgrade di monitor se la stanza non è trattata”, e quindi tu rinunci all’acquisto, e soprattutto a sentire meglio a parità di acustica ambientale.

Ti stai chiedendo se la tua stanza di 3 x 4 metri è adatta per suonare? Ecco pronta per te la maledizione dei bassi che non sentirai mai: “Puoi avere anche le AIR della Dynaudio ma se la stanza all’interno della quale mixi è al di sotto dei 17mila litri le frequenze al di sotto dei 60 Hz non le sentirai mai”.

Infine arriva lui, quello del consiglio “totale”: niente monitor se non hai la stanza trattata!

I monitor sono inutili senza stanza trattata

Ragazzi, ma… Fate seriamente? Ma davvero pensate che siano consigli sani ed equilibrati, che nessuno debba suonare e produrre senza trattamento acustico? Ma davvero vogliamo costringere degli appassionati a restare “chiusi in cuffia” e a farli rinunciare al piacere di lavorare “in cassa”? Ma davvero credete che tra una coppia di Yamaha HS5 e una di Focal Shape o Genelec 8000 l’ambiente si mangi “talmente tutto” da non sentire alcuna differenza? Ma… davvero?!?

 

Uno non vale sempre uno

Se state pensando che io ritenga inutile il trattamento acustico, siete in errore: è indubitabile che la stragrande maggioranza degli ambienti necessitino di trattamenti per linearizzare pienamente la risposta alle basse frequenze, contenere il tempo di riverbero ed evitare fenomeni di riflessioni nefaste. Ed è indubitabile che per chi ha ambizione di creare uno studio dedicato a lavorazioni che devono andare sul mercato ed essere vendute, il trattamento acustico è una delle voci da mettere in bilancio: fa semplicemente parte della dotazione di “impianti” che servono per lavorare, esattamente come la sedia girevole è strumento di lavoro per il barbiere e non gli bastano le forbici.

Ma non si può imporre a tutti i costi il trattamento acustico anche al bedroom producer con 1.000 Euro di attrezzatura in tutto, per due ottime ragioni:

  1. Non tutti possono permettersi di modificare il loro ambiente.
  2. Non tutti gli ambienti sono uguali e quindi richiedono lo stesso trattamento.

Riguardo alla prima questione, serve un atto di realismo: molte persone suonano, registrano e producono in casa, ovvero in ambienti che non sempre si prestano a essere trattati. Mille possono essere le ragioni che conducono a questa situazione: dall’essere in affitto e non poter quindi fare modifiche strutturali, all’avere vincoli imposti da altri membri della famiglia (genitori, partner), all’usare ambienti che magari condividono altre funzioni (camera da letto, soggiorno) che portano a valutare il trattamento come antiestetico e troppo invasivo. In queste situazioni, serve la maturità umana di comprendere che il trattamento acustico non è proponibile e cercare quindi altre soluzioni senza rinunciare a fare musica.

Vi sono anche dei vincoli di budget a tutto questo: se l’intero set-up che uno possiede per suonare è economico e per i monitor sono stati spesi i canonici 300 Euro che rappresentano l’entry-level medio, proporre 1.000/2.000 Euro di trattamento è insensato. Sarebbe uno squilibrio di mezzi che porterebbe l’impresa di suonare ben oltre al livello di impegno che quell’appassionato è disposto a sobbarcarsi.

Vi è poi l’altro aspetto da considerare, quello che gli ambienti non sono tutti uguali: i talebani del trattamento a ogni costo ti consigliano di effettuarlo senza neanche chiederti come è fatta la stanza, conoscere le sue misure, il suo arredamento, il posizionamento dei diffusori e della postazione di lavoro. Perché, è bene dirlo chiaramente, tutti questi fattori incidono profondissimamente sull’acustica ambientale e quindi non è pensabile che ogni stanza sia uguale a tutte le altre e vada trattata allo stesso modo: è come se un medico vi facesse prendere un’aspirina ancor prima di visitarvi perché “tanto tutti hanno un po’ di febbre”. È ben vero che alcuni problemi sono comuni a tutti gli ambienti domestici di foggia e proporzioni medie, ma ripeto che parlare di trattamento senza prima aver visto e misurato la stanza è un po’ improprio e poco equilibrato. Ogni ambiente andrà valutato nelle sue caratteristiche reali, e l’eventuale trattamento necessario andrà definito caso per caso in funzione dei problemi effettivamente rilevati.

 

Il posizionamento

Se dunque è indiscutibile che nulla possa sostituire un trattamento acustico correttamente progettato ed eseguito in funzione delle effettive caratteristiche della stanza, è necessario pensare a delle ricette anche per quegli appassionati che non hanno il budget e/o la possibilità di intervenire in tal modo.

La prima cosa su cui lavorare è il posizionamento: esso influenza moltissimo le prestazioni di qualsiasi diffusore in ambiente, e non è possibile fornire regole valide per tutti, in qualsiasi luogo. So che molti le vorrebbero (per esempio “diffusori a tot centimetri dal muro, triangolo equilatero e sei a posto”). Ma purtroppo non funziona così, il gioco dell’acustica ambientale è assai più complesso. Bisogna anzitutto partire da una coppia di stand adeguati alla propria postazione di lavoro ed evitare come la peste la collocazione a scrivania dei monitor: in questa posizione, le riflessioni sul desk creano un’esaltazione nella gamma dei 150/200 Hz perché a tali frequenze il segnale riflesso si somma a quello diretto presso la postazione di lavoro e si verifica un boost che tende a impastare e togliere chiarezza a tutta la regione dei bassi.

L'enfatizzazione sui bassi causata dalle riflessioni a scrivania
L’enfatizzazione sui bassi causata dalle riflessioni a scrivania

Se dunque potete, dotatevi di stand a colonna da posizionare a lato della scrivania di produzione in modo che i monitor “fluttuino” nell’aria: sceglieteveli belli inerti e incapaci di risuonare, oppure smorzateli voi se vi orienterete su economici modelli in tubo di ferro: un riempimento in sabbia asciutta può aumentarne la massa e l’inerzia vibrazionale. Un’altra soluzione è costruirseli da soli, con tavole di MDF o tubi da idraulica a formare una colonna (che riempirete di sabbia anche in questo caso) con due plateau sopra e sotto.

Zaor Monitor Stand
Stand Zaor a colonna

Se invece non avete proprio spazio per degli stand a colonna perché l’ambiente è piccolo e quindi il posizionamento a scrivania è obbligato, usate almeno degli stand da tavolo che sollevano i monitor dal piano di circa 30 cm e quindi aiutano a contenere il picco sui 150/200 Hz. Per provare quanta differenza si generi con simili stand, provate a confrontare a orecchio la risposta dei vostri monitor appoggiati direttamente sul tavolo, e poi alzateli con una pila di libri. Vi convincerete da soli e correrete a comprare qualcosa del genere:

Stand da tavolo ISOacoustics
Stand da tavolo ISOacoustics

Una volta acquisiti gli stand, provate diverse posizioni rispetto alle pareti posteriori e laterali, se questo vi è possibile: allontanando o avvicinando di una decina di centimetri per volta i monitor rispetto ai muri cercherete la posizione che linearizza al massimo la risposta ai bassi. Anche arretrare o avanzare tutta la postazione di lavoro può fare miracoli: nella posizione prescelta inizialmente potreste infatti trovarvi proprio in una di quei luoghi della stanza ove si accumulano le risonanze modali dell’ambiente. Spostando quindi il punto di ascolto di qualche decina di centimetri potreste beneficiare di una risposta assai più equilibrata. È solo questione di tentativi, e soprattutto di ASCOLTARE: non correte su Internet a postare il disegno della vostra stanza chiedendo agli altri il consiglio sulla posizione migliore. Voi siete lì, mentre i commentatori di Facebook sono dietro a un computer e una tastiera. Voi siete lì e siete voi che sentite quello che sta succedendo nel vostro ambiente: lavorate dunque sul posizionamento per approssimazioni successive, e fidatevi delle vostre orecchie più che delle parole di uno sconosciuto che potrebbe millantare una preparazione che in realtà non ha e che in ogni caso non sta sentendo come suona il vostro insieme monitor-stanza.

 

Le regolazioni dei monitor

Chissà per quale motivo, ho scoperto con grande sorpresa che moltissimi appassionati non vogliono toccare i controlli di equalizzazione ambientale presenti sul pannello posteriore dei propri monitor. Il costruttore li ha messi lì apposta per adeguare la prestazione del diffusore all’ambiente, eppure molti sembrano temerne l’uso: si va dal “ho paura di fare danni”, a “non so come regolarli”, fino alla grandissima fesseria “ma io voglio ascoltare flat!”. Eppure compensare per via elettronica ciò che l’ambiente toglie o aggiunge è una pratica che si fa da decenni: già negli anni ’70, quando non esistevano altre opzioni, negli studi professionali c’era un equalizzatore a terzi di ottava fisso sull’uscita monitor che veniva calibrato una volta per tutte dal tecnico installatore dei diffusori in modo da correggere, frequenza per frequenza, le irregolarità di risposta introdotte dall’ambiente: la stanza aggiunge 3 dB a 120 Hz? E io metto un taglio di -3 dB sull’EQ alla stessa frequenza! I + 3 dB aggiunti dall’ambiente si sommano algebricamente ai – 3 dB tolti per via elettronica, et voilà la risposta a quella frequenza torna a zero e quindi si linearizza.

Un EQ a terzi di ottava (da Internet)
Un EQ a terzi di ottava (da Internet)

Nella maggior parte dei monitor attuali non ci sono regolazioni così raffinate ma controlli più macroscopici, che tuttavia sono estremamente efficaci nel riportare un po’ di regolarità in esaltazioni o buchi introdotti da posizionamenti negli angoli, irregolarità introdotte dal tavolo o risonanze modali tipiche dell’ambiente. Di solito i manuali sono abbastanza generosi di consigli su come usare al meglio questi comandi, e talvolta addirittura sul retro stesso del monitor sono serigrafati gli interventi dei filtri e le situazioni in cui utilizzarli.

Esempio di regolazione dei controlli del monitor in funzione del posizionamento (fonte Genelec)
Esempio di regolazione dei controlli del monitor in funzione del posizionamento (fonte Genelec)

Non ha quindi senso la paura di spostare i controlli dallo zero e in questo modo temere di allontanarsi dalla risposta piatta del monitor: al contrario, la sua risposta nel mondo reale e non in camera anecoica è la risultante della sua emissione intrinseca più le interferenze ambientali, quindi probabilmente è proprio con tutti i controlli a zero che non si sta ascoltando flat!

In definitiva, il mio forte, fortissimo suggerimento è quello di non aver paura di agire su tali controlli, di studiarne l’azione sul manuale, e poi ascoltare: si partirà con una regolazione teorica effettuata sulla base di quanto suggerito dal costruttore in funzione del posizionamento nonché delle proprie esperienze, per poi fare un fine tuning ascoltando e provando diverse impostazioni. Un’unica raccomandazione: non cambiate freneticamente regolazioni ma fate con calma. Scegliete un’impostazione e poi ascoltatene gli effetti per almeno 10 minuti, in modo che il cervello si abitui alla nuova sonorità. Anche ciò che all’inizio dovesse sembrarvi “povero di bassi” (giusto per fare un esempio), potrebbe poi risultare equilibrato dopo un ascolto attento e senza fretta. Se invece l’impostazione che avete selezionato non vi convince, provatene un’altra, e concedete altri 10 minuti anche a essa. Solo con l’ascolto comparativo effettuato con calma potrete trovare la posizione più adeguata dei controlli posteriori.

 

Il “trattamento acustico” coi componenti d’arredo

Anche con l’uso strategico dei normali componenti di arredo  si possono ottenere effetti di importanti miglioramenti dell’acustica ambientale, e tutto senza stravolgere l’aspetto e la destinazione d’uso di un ambiente domestico, ovvero senza dover tappezzare una camera da letto di pannelli color grigio topo. Questo non può definirsi un vero e proprio trattamento acustico, ma certamente può contribuire a significativi miglioramenti della situazione di un determinato ambiente.

Se non avete la possibilità di trattare gli angoli della stanza con opportune bass-trap, cercate almeno di evitare l’accumulo di energia in tali angoli “tagliandoli” con l’impiego di mobili a colonna di adeguata massa e inerzia: una cassettiera alta e stretta potrebbe essere una interessante soluzione, ma anche una poltrona potrebbe aiutarvi. Queste operazioni serviranno soprattutto per ridurre la “boominess” della stanza alle frequenze basse.

Per evitare che il suono rimbalzi sulle superfici vetrate delle finestre e venga riflesso a media e alta frequenza senza sostanzialmente perdere alcuna energia, copritele con delle tende di consistenza almeno media. Anche coprire pavimenti duri (marmo, piastrelle, ecc…) con un ampio tappeto in lana potrà concorrere a “pulire” l’acustica dell’ambiente d’ascolto, specie se posizionato sotto la seduta del fonico.

Il muro alle vostre spalle invece potrebbe beneficiare per esempio dalla presenza di una libreria riempita in maniera “irregolare” (evitate quelle pareti di 18 volumi dell’enciclopedia che fanno tanto appartamento borghese degli anni ’70), ottenendo un effetto di diffusione in banda media che ha effetti benefici perché evita che i suoni che colpiscono tale muro ritornino indietro coerenti e quindi contribuiscano a riverberi netti e concentrati.

Ho lasciato per ultimo il capitolo dell’abbattimento delle prime riflessioni a media e alta frequenza che si generano sul muro posteriore e su quelli laterali rispetto ai diffusori perché qui alternative al trattamento acustico propriamente detto ve ne sono davvero poche: a meno che non sistemiate in tale posizione delle tende pesanti con un buon potere di assorbimento, faccio fatica a immaginare quale altro complemento d’arredo possa essere usato per uccidere le early reflection. In ogni caso, qualunque oggetto che copra questi muri e non sia liscio e riflettente (per esempio un arazzo, un canvas) certamente aiuta a contenere il fenomeno delle prime riflessioni, per cui anche in questo caso la sperimentazione è la via maestra.

 

La correzione elettronica

La via della correzione per via elettronica della risposta in frequenza è percorsa già da molti anni nel settore dell’Hi-Fi e dell’audio-video (AV) nonché nel settore dell’audio professionale, ma è ancora relativamente poco conosciuta nel mondo del monitoraggio domestico e prosumer: si basa su sistemi che analizzano la risposta dei propri diffusori posizionati nell’ambiente d’ascolto attraverso un microfono di misura, identificano le irregolarità di risposta in frequenza (e in alcuni casi anche della risposta in fase), elaborano una correzione complementare e la applicano al segnale audio digitalizzato, tramite un DSP o un’elaborazione sulla CPU del computer. Esempi di questa tecnologia si ritrovano in hardware in prodotti come il vecchio KRK Ergo (che era uno “scatolotto” dedicato che faceva tutte queste operazioni al suo interno) o i monitor Genelec serie SAM (che contengono il circuito di correzione GLM all’interno dell’elettronica del diffusore), mentre a livello software sono implementati in soluzioni quali IK Multimedia ARC e Sonarworks.

Schema di un sistema Genelec a controllo GLM
Schema di un sistema Genelec a controllo GLM

Questi sistemi effettivamente funzionano, nel senso che applicano le correzioni necessarie a linearizzare la risposta per via elettronica, ma sono efficaci soprattutto per risolvere i principali picchi a bassa frequenza derivanti da cattivo posizionamento e/o risonanze modali dell’ambiente. Sono invece sostanzialmente inefficaci sullo smorzamento delle prime riflessioni e sullo smearing a medio-alta frequenza perché questi ultimi problemi non si possono risolvere solo attenuando le frequenze incriminate ma assorbendole e/o diffondendole in ambiente per via acustica. Dire “non ho il trattamento acustico ma ho Sonarworks e quindi sono a posto” è dunque sostanzialmente sbagliato, ma è indubitabile che alcuni problemi dell’ambiente possano essere risolti per via elettronica ove non è possibile usare altri sistemi di linearizzazione della risposta.

In ogni caso va ricordato come questi prodotti debbano agire sul bus che va agli ascolti, per cui chi lavora totalmente ITB può applicare Sonarworks o IK ARC al master durante le fasi di monitoraggio ed è a posto, ma chi lavora anche con strumenti, processori e mixer hardware deve far transitare il segnale finale attraverso una catena siffatta:

Conversione A/D > PC con Sonarworks/ARC > Conversione D/A > monitor

In questi scenari, soluzioni che integrano la correzione all’interno dei monitor (come per esempio i citati Genelec SAM) sono infinitamente più pratiche ma per chi vuole usare i prodotti che girano su PC non va esclusa la possibilità di realizzare una “appliance” (ovvero un dispositivo dedicato) tramite un PC equipaggiato con buona interfaccia audio che si occupi esclusivamente di applicare la correzione. In tal caso, anche un piccolo PC headless, purché dotato di una buona interfaccia audio a due canali come per esempio un’economica Audient iD14, può svolgere efficacemente ed economicamente tale lavoro.

 

I truffati del trattamento acustico

È la situazione peggiore: è quella dei neofiti che si sono fatti convincere che “senza trattamento acustico non si può lavorare”, poi hanno comprato quattro pannelli in croce di marca e caratteristiche incerte e li hanno disposti un po’ a casaccio, convinti di aver ottenuto d’un botto l’acustica degli Abbey Road Studios e quindi di essere “apposto”. Sono i figli dell’attuale cultura da social network che vuole ridurre problemi complessi a tre righe su Facebook ed eventualmente il solito, agognato, mitizzato tutorial, parola magica che nel lessico odierno vuol dire “non voglio sapere, non voglio imparare, dimmi passo passo cosa devo fare e lo farò”.

Costoro pubblicano orgogliosi le imbarazzanti foto di ambienti con piramidali disposti a formare vezzose scacchiere che non serviranno a niente, magari mezza bass trap a illudere la coscienza di aver “trattato i bassi” e altre soluzioni di fantasia. Il tutto appoggiandosi a materiali di cui non si conoscono le caratteristiche: va infatti rilevato come ogni diverso tipo di pannellatura abbia capacità di assorbimento diverse frequenza per frequenza, e che anche a parità di tipologia di pannello l’uso di materiali differenti possa produrre risultati diversissimi. Non basta per esempio usare un piramidale qualsiasi, ma essere consapevoli che i loro coefficienti di assorbimento possono variare grandemente da tipo a tipo, da marca a marca. Confrontiamo per esempio i coefficienti di assorbimento di due diversi prodotti della Auralex, marchio di indiscussa serietà nel trattamento acustico e fornitore di prodotti di qualità: si vede chiaramente che il piramidale da 2” differisce di molto dal piramidale da 4”, sia per un minore assorbimento generale che per un’efficacia nettamente diversa alle basse frequenze. In particolare, il 2” è sostanzialmente inefficace fino ai 400 Hz.

Le differenze tra diversi piramidali
Le differenze tra diversi piramidali

Da questa osservazione traiamo due conclusioni:

  1. Il piramidale sui bassi non dà alcun beneficio.
  2. Un piramidale non vale l’altro, e quindi è possibile che da prodotti di marche ignote e non corredati di curve di assorbimento si ottengano prestazioni peggiori.

La mia raccomandazione è quindi quella di evitare trattamenti acustici improvvisati che non tengano conto delle caratteristiche dei materiali impiegati e di una ben precisa strategia di loro posizionamento in funzione degli effettivi problemi dell’ambiente da trattare.

 

Cominciare col piede giusto

Siamo dunque giunti alla conclusione che per partire non deve essere sempre necessario invocare il trattamento acustico, e che molto può essere ottenuto già posizionando e regolando accortamente i monitor, nonché ricorrendo ad alcuni elementi di acustica ambientale forniti dal normale arredamento.

Quando poi il budget e le esigenze crescono – insieme si spera ai guadagni generati dalla nostra musica –  la prima iniziativa da intraprendere prima di posare un solo pannello è quella di fare una diagnosi dell’acustica della propria stanza. A tale scopo si può usare il software gratuito di analisi ambientale REW (Room EQ Wizard) insieme a un economicissimo ma compatibile microfono di misura, come per esempio il Behringer ECM 8000 (no, il vostro microfono per il cantato non è adatto…). Dopo che si è imparato a usare REW e a comprendere le misure che fornisce, si potrà con esso procedere a ottimizzare il posizionamento e la regolazione dei monitor.

A posizionamento effettuato può essere arrivato il momento di cominciare a pensare a una correzione acustica ambientale vera e propria. Per chi desidera una soluzione già pronta, magari non totalmente ritagliata sulle proprie esigenze ma comunque personalizzabile scegliendo diverse collocazioni dei pannelli, i citati kit di fornitori come Auralex e Primacoustic possono andare bene.

Se ambite a una soluzione sempre a partire da prodotti commerciali già finiti e di ottima estetica, ma con un maggiore grado di personalizzazione, potete rivolgervi a produttori come Artnovion, che oltre alla vendita di pannellature e trappole effettuano anche servizi di consulenza e progettazione per come sfruttare e installare al meglio i propri prodotti. In Italia in particolare Artnovion è distribuita dalla dinamica Midiware che supporta localmente questo servizio di consulenza.

Chi desidera invece un trattamento acustico strettamente personalizzato, può rivolgersi a fornitori come per esempio Soundtech, che effettuano sia la progettazione che la fornitura dei materiali, oppure a consulenti come Teetoleevio che forniscono il servizio di progettazione e poi possono dare indicazioni su dove reperire i materiali oppure fornirli essi stessi.

Infine, chi vuole procedere da solo farà bene a dotarsi di una solida documentazione teorica e poi approcciare le numerose risorse presenti in Rete che suggeriscono percorsi di realizzazione in proprio del trattamento acustico, costruzione delle trappole inclusa. In ogni caso raccomando a chi vuol percorrere questa via la lettura della mini-guida all’acustica ambientale di Francesco Cardillo realizzata per gli iscritti del gruppo Facebook Synth Cafè.

 

In conclusione…

Io vi auguro con tutto il cuore di avere, oggi o in futuro, abbastanza denaro, spazio e motivazione per allestire uno studio personale con il corretto trattamento acustico: per chi suona e produce la propria musica, nulla dà maggiore soddisfazione di poter disporre di uno spazio personale dedicato e dall’acustica controllata, precisa e sincera. Ma se per caso non foste ancora a quel livello, non rinunciate a suonare, ad ascoltare con dei buoni monitor e a realizzare la vostra musica solo perché non avete questa mitica “stanza trattata”: piuttosto, scegliete bene i vostri monitor, posizionateli e regolateli con cura, intervenite sull’ambiente per quanto vi è possibile. Gli anni corrono in fretta, e in attesa di avere la “stanza trattata”, la voglia di suonare, l’entusiasmo e l’ispirazione potrebbero essersene già andati. Fate musica già oggi, e nel frattempo costruite i presupposti per avere un domani il vostro ambiente ideale.

Vuoi leggere gli altri articoli della serie “10 errori sui monitor near-field da dimenticare prima possibile”? Clicca qui!

 

Disclaimer

Questo articolo e quelli linkati in esso sono indirizzati soprattutto al pubblico dell’home recording e all’attività di produzione, registrazione e mixaggio in ambienti domestici o comunque non professionali. Diamo per scontato che gli studi professionali non siano i destinatari di simili indicazioni poiché in tali contesti i budget, le conoscenze tecniche, le predisposizioni acustiche sono diverse.

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

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