Arturia MicroFreak: le freak c’est chic!

Ok, non sarà un titolo molto originale, ma con il MicroFreak c’è davvero da andare fuori di testa: ibrido digitale/analogico con 12 algoritmi di sintesi, matrice di modulazione in stile modulare, filtro real-analog multimodo, sequencer e arpeggiatore… Davvero chic!

 

Ci fu un tempo in cui il nome Arturia voleva dire esclusivamente repliche software dei grandi synth del passato, ma all’inizio di questa decade il costruttore francese è stato bravissimo a lanciare una sua linea hardware contraddistinta dal suffisso Brute: prima il Mini, poi il Micro, poi il monumentale Matrix e infine le due drum machine DrumBrute, tutti prodotti che hanno imposto il brand Arturia anche come produttore di hardware originali realmente analogici e non somiglianti a nient’altro sul mercato.

All’inizio di quest’anno però ha cominciato a circolare il nome di un ulteriore synth Arturia difficile da inquadrare in tutto il resto della produzione della casa di Grenoble: MicroFreak! Si tratta del primo synth Arturia senza il “Brute” nel nome, un prodotto che non va a rimpiazzare nulla e non si sovrappone a nulla di quanto realizzato precedentemente grazie a un disegno totalmente originale: gli oscillatori sono digitali e realizzati parzialmente a partire da codice open-source di Mutable Instruments, il filtro non è il “solito” Steiner-Parker, la tastiera non ha parti mobili ma è costituita da una superficie di circuito stampato i cui contatti sono chiusi dalle dita del musicista. Non a caso, sul suo sito Arturia definisce il MicroFreak come “experimental hybrid synth” e credetemi che la denominazione è assolutamente calzante: si tratta infatti di una macchina in cui le tecnologie digitali e analogiche si fondono in un calderone di idee originali per dar luogo a un synth senza uguali sul mercato, dal grande potenziale sperimentale e al contempo capace di entrare in contesti mainstream grazie alla elevata capacità di Arturia di sintonizzarsi sui desideri dell’utenza.

 

Cos’è il MicroFreak

Il MicroFreak è un sintetizzatore compatto che in circa 1 kg di peso offre oscillatore digitale, filtro analogico, due inviluppi, LFO, matrice di modulazione estesa, sequencer, arpeggiatore, 256 memorie di voce programmabili dall’utente (qui definite Preset). Di base sarebbe una macchina monofonica, ma in pratica implementa una parafonia a quattro voci realizzata in un modo innovativo che lo rende quasi un polifonico completo: ricordiamo in questa sede che un synth monofonico fa una sola nota per volta perché ha una sola catena di sintesi VCO/VCF/VCA, mentre invece un polifonico a N voci riesce a fare N note contemporaneamente perché l‘intera catena di sintesi è replicata appunto N volte.

I parafonici stanno un po’ nel mezzo: riescono sì a produrre più di una nota contemporaneamente grazie a due o più oscillatori capaci di suonare note diverse, ma poi filtro, inviluppi e amplificatore sono unici per tutta la macchina e allora il suono finisce tutto miscelato dentro un unico “imbuto” che, in caso di note suonate in tempi diversi, non riesce ad articolarle in contenuto armonico (VCF) e volume (VCA) differenziati. In MicroFreak però le cose sono un po’ più avanzate: premendo il tasto Paraphonic, lo strumento attiva una parafonia di quattro voci su oscillatori, inviluppi e VCA, mentre rimane unico solo il VCF realmente analogico. Gli inviluppi di ciascuna voce quindi “si muovono” in maniera indipendente, e questa articolazione delle note dà in molti casi la sensazione (posticcia, ma dannatamente reale!) di avere sottomano un’autentica macchina polifonica. Si nota in questa impostazione un approccio assolutamente originale e molto “forward-thinking” da parte di Arturia, approccio che poi si ritroverà un po’ dappertutto nella macchina.

L’altro elemento di innovazione di MicroFreak è la tastiera stampata, senza parti mobili: pur non essendo una novità assoluta (se ne ha memoria per esempio in alcuni Buchla, nell’EMS Synthi AKS e nell’EDP Wasp degli anni ‘60/’70), è un piacevole ritorno che consente di avere due ottave sensibili al tocco e alla pressione in un volume e un peso molto contenuti. È chiaro che una tastiera del genere non è stata scelta per contenere i costi di produzione, ma per dare un’espressività completamente diversa dagli altri synth a questa macchina.

Novità anche sul fronte delle classiche ruote di pitch e modulazione: qui non ci sono, sostituite da una touchstrip orizzontale posta sopra la seconda ottava di tastiera all’interno di uno spazio che Arturia definisce Icon Strip perché ospita anche altri comandi rappresentati da icone. Tale striscia può essere assegnata al bend, ma anche a due altre funzioni denominate Spice e Dice che analizzeremo meglio in seguito. La tastiera di due ottave può essere trasposta su un range di +/- tre ottave grazie a due pulsanti Range.

Arturia MicroFreak - La Icon Strip

 

Costruzione e connessioni

Ora che abbiamo capito insieme cos’è davvero MicroFreak (ma attenzione che c’è ancora tanto da scoprire…), diamo un’occhiata alla sua costruzione: si tratta sicuramente di una macchina economica il cui chassis è realizzato in una plastica grigio-topo, ma con tantissime finezze disseminate in giro. Nella riga in alto di pannello è situata la matrice di modulazione coi relativi LED indicatori, seguita poi dal display OLED monocromatico con capacità grafiche e altri tasti di controllo: il citato Paraphonic attiva l’omonima modalità, Panel richiama in attività i controlli di pannello rispetto a quanto stivato nelle memorie, Preset scorre tra le 256 locazioni disponibili, Save e Utility accedono alle omonime funzioni e Master dosa il livello alle uscite audio di linea e per cuffia.

Nella riga sottostante vi sono manopole per Glide, i quattro comandi di editing degli oscillatori, i comandi del filtro multimodo e infine le quattro manopole di un inviluppo multifunzione detto Cycling Envelope.

Nella riga ancora più in basso vi sono i citati comandi di trasposizione di tastiera, quelli per l’LFO e quelli dell’inviluppo principale.

Riguardo all’organizzazione dei controlli vi è da rilevare come il loro impianto complessivo sia stato davvero ben pensato: i LED sono bianchi e luminosi, le manopole gommate sono in tre colori per una loro migliore identificabilità e i controlli rotativi sono realizzati con diverse tecniche a seconda di ciò che devono fare. Per esempio i comandi di Glide, Inviluppi e Filtro sono dei tradizionali potenziometri con escursione a 270°, le manopole bianche controllano tutte encoder a scattini per una precisa scansione tra uno step e il successivo del comando, mentre dei quattro encoder arancioni della sezione Digital Oscillator il primo è a scatti e gli altri tre a rotazione continua perché ciò è più appropriato ai comandi che rispettivamente controllano. Finezze, ma appunto finezze che dimostrano quanto la macchina sia stata pensata bene.

Il pannello posteriore evidenzia la solita cura di Arturia per la connettività col mondo analogico e lo standard EuroRack: da sinistra a destra troviamo l’uscita per cuffia a minijack, il jack 6,35 mm per l’uscita master monofonica, tre connettori minijack per far uscire le tensioni di CV, Gate e Pressure generate dalla macchina, prese per Clock In e Out, prese per MIDI In e Out ancora su minijack (ma gli adattatori per il formato DIN pentapolare sono inclusi), porta USB B per il trasporto del MIDI, switch e connettore di alimentazione. Completa il parco-connessioni la presa per l’alimentatore esterno, fornito in dotazione.

Arturia MicroFreak - Le connessioni posteriori

 

Oscillatori scambisti

Al di là dell’ovvia considerazione alla Catalano che “è la somma che fa il totale” e quindi che tutte le funzioni della macchina contribuiscono al suo risultato sonoro, è innegabile che il cuore attorno al quale è stato concepito MicroFreak è l’oscillatore digitale multimodo. Si tratta di un modulo che, attraverso le già citate quattro manopole arancioni, può essere configurato per operare secondo 12 algoritmi diversi cui corrispondono altrettante modalità di sintesi differenti tra loro. La prima manopola Type seleziona l’algoritmo, mentre poi le successive tre denominate Wave, Timbre e Shape modificano dei parametri varabili a seconda dell’algoritmo selezionato: i nomi di tali parametri compaiono sempre nel display in modo da guidare l’utente. È importante osservare qui (ma ce ne occuperemo meglio in seguito) che tutte le manopole di editing timbrico di MicroFreak possono diventare destinazioni di modulazione all’interno della matrice apposita, per cui i comandi dell’oscillatore che vedremo tra poco possono essere modulati per rendere il timbro variabile dinamicamente.

Arturia MicroFreak - Oscillatore digitale e filtro analogico, il cuore del voicing di MicroFreak

È vitale comprendere a fondo questo modulo e le funzioni di ciascuna modalità per poter padroneggiare MicroFreak al meglio: la scelta dell’algoritmo conduce infatti a timbriche completamente diverse tra loro e quindi è necessario spendere un po’ di tempo per ascoltare la sonorità di ciascuna opzione per poter poi scegliere a colpo sicuro quella che serve al timbro che si ha in mente. Prima di passare in rassegna i 12 algoritmi, va ricordato che cinque di essi sono stati sviluppati autonomamente da Arturia mentre altri sette sono stati desunti da quelli del modulo Mutable Instruments Plaits grazie al fatto che si tratta di codice coperto da licenza MIT e quindi riutilizzabile da altri.

Entriamo dunque nel dettaglio di queste 12 modalità, cominciando da quelle più tradizionali: Basic Waves è un oscillatore tradizionale con waveform continuamente variabile col comando Wave tra quadra, sawtooth e doppia sawtooth. Timbre agisce qui sulla PW e Shape aggiunge un suboscillatore sinusoidale.

SuperWave è il classico effetto reso popolare dalla SuperSaw di Roland, ove più copie della stessa waveform vengono progressivamente scordate tra loro per un suono più grasso. Qui però l’oscillatore può usare anche quadra, sinusoidale e triangolare oltre alla dente di sega (manopola Wave). L’encoder Timbre regola il Detune e quello Shape il livello delle onde in detuning.

Wavetable è una modalità che permette di scegliere tra 16 tabelle (encoder Wave), ciascuno con 32 waveform a ciclo singolo (encoder Timbre). L’encoder Shape in questo caso introduce un interessantissimo chorusing che permette quasi di emulare l’effetto di due distinti oscillatori wavetable, ma non dimentichiamo anche la possibilità di modulare la posizione di lettura della tabella con l’LFO per ottenere i timbri cangianti che sono caratteristici di questa tecnica.

Harmonic OSC mette a disposizione una tecnica di sintesi di tipo additivo, anche se qui si va oltre perché vengono sommate non delle semplici sinusoidi ma waveform complesse. Wave qui fa il morphing tra più tabelle con contenuto armonico diverso, Timbre muta gradualmente la waveform-base da sinusoidale a triangolare, Shape introduce un chorusing.

Karplus-Strong seleziona l’omonimo algoritmo di physical modeling che è stato sviluppato per simulare suoni percussivi e di corde pizzicate: qui Wave agisce su un parametro Bow che gradualmente rende il suono meno percussivo e più sostenuto come avviene quando si usa l’archetto su una corda, Timbre incide su quanto viene eccitato il risuonatore alla base del modello e Shape sul decay della risonanza che così si genera.

Veniamo ora ai modelli derivati da Plaits: Virtual Analog contiene due oscillatori tipo VCO con triangolare, dente di sega e sawtooth. Wave agisce sull’intervallo e il detuning tra i due VCO, Timbre sulla waveform del primo (variabile con continuità tra rettangolare a quadra a hard-sync), Shape sulla waveform del secondo (variabile da triangolare a dente di sega con un carattere sempre più nasale). Si tratta di uno dei modelli di oscillatore più “sonori” presenti in MicroFreak e permette di ottenere timbri di grande incisività e presenza.

Waveshaper è un oscillatore in cui avviene la modifica della forma di una triangolare fino ad alterarne la ripidezza dei fronti di salita e discesa fino a farne una sawtooth discendente (comando Wave) rendendo così sempre più ricco il suo contenuto armonico. Vi è poi una funzione di wavefolding che “ripiega” verso il basso la parte della forma d’onda che eccede un dato livello (comando Timbre), mentre con Shape si interviene sull’asimmetria della waveform. Il segreto di questo algoritmo è modularlo ritmicamente con l’LFO e magari far girare un arpeggio in modo da avere timbri “sfaccettati” che mutano in maniera scintillante e imprevedibile.

Two Operator FM è come esplicitamente dichiara il suo nome una modulazione di frequenza tra due oscillatori sinusoidali: Wave determina il loro rapporto frequenziale, Timbre la profondità di modulazione e Shape il feedback. La specialità del modello è ovviamente quella dei suoni metallici e “clangorosi”, inarmonici, ruvidi.

Formant è un oscillatore granulare ove i grani vengono riarrangiati a formare suoni formantici: Wave determina la frequenza tra le formanti 1 e 2 su cui si basa il modello qui utilizzato (due sinusoidi in sync moltiplicate tra loro), Timbre la frequenza caratteristica della formante, Shape la larghezza e forma di tale formante.

Chord è uno dei modelli di oscillatore più sperimentali e creativi della macchina: qui ogni nota di tastiera attiva un accordo fino a quattro note. Il tipo di accordo si sceglie con la manopola Wave (disponibili Octave, 5th, sus4, minor, minor7, minor9, minor11, accordo con 6a e 9a aggiunte alla fondamentale, Major9, Major7, Major), mentre con Timbre si scelgono fino a cinque rivolti possibili dello stesso accordo. Il comando Shape infine modifica la waveform utilizzata dall’oscillatore: nella prima parte della corsa genera un suono da string machine e nella seconda scansiona una mini-wavetable da 16 waveform.

Speech attiva un algoritmo di sintesi vocale tipo quello del mitico Texas Instruments Speak&Spell, reso certamente famoso in musica dai Kraftwerk. La combinazione delle tre manopole di controllo dell’oscillatore definisce quale parola verrà pronunciata e con che timbro: Wave prima scorre le formanti e poi le “famiglie di parole” a disposizione (colori, numeri, lettere, parole), Timbre sposta le formanti in su o in giù e Shape seleziona la parola precisa da pronunciare. Il tutto va gestito in modalità trial&error, ma è estremamente creativo e divertente. Le possibilità di modulazione dei citati parametri rendono poi realistica la pronuncia di più parole consecutive da parte di MicroFreak.

L’ultimo modello di oscillatore è quello di un risuonatore modale in cui un segnale di eccitazione innesca una risonanza tipica di certi materiali, fenomeno tipico di quando si percuote un oggetto fisico. Qui Wave determina il contenuto inarmonico dell’oscillazione (varia a seconda del materiale percosso), Timbre la brillantezza del suono generato e Shape il tempo di decadimento. Modal si dimostra un algoritmo eccellente per suoni fortemente inarmonici, per emulare campane e mallet.

 

Il filtro

Il VCF di MicroFreak è un modulo realmente analogico. Secondo la pubblicistica iniziale di Arturia si diceva che questo filtro è “basato sul leggendario filtro SEM progettato da Oberheim”, ma in realtà a mio parere si tratta di due cose abbastanza diverse: il filtro SEM era un 12 dB/Oct continuamente variabile tra passa-basso, notch e passa-alto, mentre qui abbiamo un normale VCF a profilo fisso selezionabile tra LPF, BPF e HPF con tre successive posizioni di un selettore. Inoltre il filtro di Oberheim non va in auto-oscillazione, mentre quello del MicroFreak sì. Detto questo, il VCF della macchina è comunque interessantissimo e ricco di possibilità, anche se meno succoso di un classico LPF a 24 dB/Oct e meno “urlante” del filtro Steiner-Parker usato in altri progetti Arturia: probabilmente si è scelto questo profilo di filtraggio perché è quello che meglio si attaglia all’oscillatore digitale e più permette di sagomarne i timbri senza stravolgerli, e senza voler scimmiottare un classico synth analogico di impostazione vintage.

 

Inviluppi, LFO e modulazioni

MicroFreak ha un inviluppo principale a quattro stadi (ADSR), di cui tuttavia due sono permanentemente linkati: Decay e Release sono infatti controllati dalla stessa manopola, proprio come nel Minimoog e nel Minitaur, ma a differenza di queste macchine non vi è qui uno switch per attivare o meno lo stadio di Release. Accade quindi che allungando il Decay si allunga sempre anche il Release. Non ci dispiacerebbe vedere un prossimo aggiornamento di sistema operativo che permetta di regolare separatamente Decay e Release, per esempio ruotando la relativa manopola mentre si preme Shift. Questo inviluppo è attivabile in maniera On/Off sul VCA virtuale di MicroFreak attraverso il pulsante Amp Mod: quando esso è spento, il VCA opera secondo il gate di tastiera e quindi rimane aperto per tutto il tempo per cui una o più note rimangono premute, mentre appena si staccano le dita dalla tastiera il suono in uscita si interrompe. Tramite una manopola dedicata Filter Amt l’inviluppo è immediatamente indirizzabile anche al filtro, con possibilità di modulazione sia positiva che negativa.

Arturia MicroFreak - I due inviluppi

Se tutto questo vi sembra “un po’ poco”, non disperate perché MicroFreak dispone anche di un inviluppo ausiliario, probabilmente ispirato alla soluzione adottata un paio d’anni fa da Korg nel suo Monologue: abbiamo infatti qui un Cycling Envelope a tre stadi (Rise, Fall e Hold/Sustain) che può operare secondo tre diverse modalità selezionabili con un pulsante. In modo Env esso si comporta come un inviluppo Attack/Sustain/Release, in Run come un LFO free-running e in Loop come un LFO triggerato da tastiera, sequencer o arpeggiatore di bordo. Nelle ultime due modalità i comandi Rise, Hold e Fall permettono di modificare il profilo della waveform che risulta dalla oscillazione, e tramite il tasto Shift si accede anche a definire il profilo di salita e discesa. La manopola Amount dosa il livello complessivo di modulazione generata dal Cycling Envelope. Ma “dove va” questa modulazione? La risposta è nella matrice che descriveremo dopo: è infatti tramite essa che si selezionano le destinazioni di modulazione di questo stadio, e se ne dosa la quantità applicata, target per target.

Va notato che sia l’inviluppo principale che il Cycling Envelope possono essere configurati anche in modalità Legato tramite un comando raggiungibile tramite la sezione Utility, in modo che il loro retriggering si attivi solo quando si suona staccato. Questo è utilissimo sia per gestire bassline monofoniche (suonando Legato si possono ottenere effetti tipo lo Slide del TB-303) che per far reagire in modi diversi l’unico VCF disponibile quando si usa la modalità parafonica: se per esempio non si vuole che note successive suonate quando si tiene un accordo reinneschino lo sweep del filtro, basta abilitare il Legato.

Diamo ora un’occhiata all’LFO principale: esso dispone di sei forme d’onda (sinusoidale, triangolare, sawtooth, quadra, random, smooth random) e può oscillare sia a frequenza libera che agganciata al master-clock. Il passaggio tra questi due modi è attivato nella maniera più semplice e intelligente che io abbia mai visto su un synth: basta premere la manopola Rate e l’LFO si sincronizza al clock (possibili divisioni tra 8/1 e 1/32, valori terzinati inclusi), mentre in modalità asincrona la frequenza di oscillazione può andare da 0,06 a 100 Hz. L’LFO può essere impostato in modalità free-running (ciclo di oscillazione slegato dalle azioni delle dita sulla tastiera), in modo LFO Retrig (il ciclo riparte a ogni pressione di nota), o ancora LFO Retrig Legato (come il precedente, ma solo se si staccano tutte le dita dalla tastiera). Il manuale è ricco di esempi su come usare questo modulo in maniera creativa grazie alla matrice di modulazione: l’LFO non è difatti collegato stabilmente a nessuna destinazione di MicroFreak ma il suo impiego viene sempre gestito tramite essa.

 

La matrice di modulazione

Si tratta di un modulo-chiave di MicroFreak, e anche in questo caso realizzato benissimo: offre una versatilità di configurazione simile a quella di un synth modulare, occupa pochissimo spazio, è pratica e veloce da impostare. Consta di cinque sorgenti di modulazione (Cycling Envelope, Envelope, LFO, Pressure, Key/Arp, ovvero le righe della matrice) che sono indirizzabili indipendentemente a sette destinazioni (le colonne). Di esse, quattro sono fisse (Pitch, Wave, Timbre, Cutoff) e altre tre sono assegnabili: basta infatti premere i pulsantini Assign 1/2/3 e ruotare una qualsiasi manopola di pannello (tranne il volume e il selettore dei preset) per impostare tale parametro come destinazione di modulazione.

Arturia MicroFreak - La matrice di modulazione

Per creare una modulazione si procede così: si sceglie la combinazione sorgente/destinazione scorrendo la matrice con la manopola Matrix. I LED posti all’intersezione di ogni combinazione scorrono a indicare le varie combinazioni, e quando ci si è posizionati su quella desiderata basta premere la manopola verso il basso. A quel punto, ruotandola si imposta il valore (positivo o negativo) di profondità di modulazione e il display OLED informa in dettaglio su ciò che si sta modulando e con che ammontare. Se si vuole azzerare velocemente un percorso di modulazione, non è necessario girare la manopola con precisione fino al valore 0 ma basta tenerla premuta a lungo: geniale! I percorsi di modulazione che sono stati attivati restano poi illuminati grazie al relativo LED, in modo da visualizzare graficamente cosa modula cosa.

L’implementazione di questa matrice è estremamente creativa e si presta a modulazioni davvero inedite su un synth integrato: basti pensare alla possibilità di modulare il glide o la velocità dell’arpeggiatore, per esempio. Inoltre è proprio grazie alla matrice che gran parte della varietà timbrica di MicroFreak viene ottenuta, attraverso la modulazione dei tre parametri degli oscillatori che in questa maniera si animano tantissimo.

 

La tastiera

Ne abbiamo già fatto cenno, ed è sicuramente uno dei tratti distintivi di MicroFreak sia dal punto di vista estetico che timbrico-funzionale. Il passo è all’incirca quello delle tastiere mini, i tasti neri sono leggermente sopraelevati rispetto a quelli bianchi e ogni tasto ha una barretta divisoria in plastica simile ai fret della chitarra: diventa quindi possibile sia suonare le note individuali che fare degli slide da una nota all’altra. Inoltre, poiché più si preme il dito contro la tastiera più centimetri quadri di pelle aderiscono ad essa, MicroFreak misura questo dato e lo usa per indirizzarlo alla Velocity o all’AfterTouch polifonico. Quest’ultimo, pur previsto da 36 anni dal protocollo MIDI, è stato implementato pochissime volte in un synth con tastiera meccanica per l’elevata complessità costruttiva che implica. In questo caso invece l’AfterTouch polifonico è disponibile in maniera semplice e può essere indirizzato sia alla catena di sintesi interna sia a strumenti esterni connessi via MIDI: è una feature davvero preziosa, che da sola mette MicroFreak in una categoria tutta sua per chi desidera certe doti di espressività.

Arturia MicroFreak - La tastiera su due livelli, con barrette a separare le note

La tastiera emette anche segnali di controllo analogici per l’impiego nel mondo modulare. In tal caso ovviamente si perde la funzionalità polifonica, ma dai tre minijack posteriori denominati CV, Gate e Pressure escono sotto forma di tensioni di controllo gli omonimi segnali generati da questo particolare controller. La tastiera in tal caso dà priorità all’ultima e più bassa nota eseguita. La raffinatezza dell’implementazione Arturia è tale che la CV del pitch può essere emessa nel formato 1 V/Oct (Moog ed Eurorack), Hz/V (Korg vintage), 1,2 V/Oct (Buchla); il trigger può essere STrig, V-Trig 5V, VTrig 12; il range del segnale Pressure è varabile tra 1 e 10 V.

La risposta della tastiera è configurabile in modo da adattarsi al modo di suonare di ciascuno: oltre a un parametro Keyboard Sensitivity (regolabile tra 10 e 100%), le due curve di AfterTouch e Velocity sono impostabili ciascuna su Linear, Logarithmic ed Exponential.

MicroFreak ha un controllo di Glide che regola il portamento secondo tre diverse logiche: Time è la modalità standard e dosa la transizione tra 0 e 10 secondi; Sync regola la velocità di transizione in base al clock della macchina, che può essere diviso in valori da 1/1 fino a 1/32 terzinato; Rate infine ragiona indicando il tempo impiegato per la transizione da un’ottava all’altra. Poiché il Glide è una possibile destinazione di modulazione, è possibile alterarlo con la pressione di tastiera e così per esempio accorciarlo o allungarlo in funzione di quanto forte si premono i tasti. Questo esalta le funzioni di controller di MicroFreak e permette stili di esecuzione particolari e molto espressivi.

 

Arpeggiatore e sequencer

Oggi è impossibile pensare a un synth senza considerare anche a come arpeggiarlo o sequenziarlo, e per fortuna MicroFreak è molto ben messo in questo comparto: una sezione Arp/Seq può essere attivata per lanciare l’arpeggiatore di bordo o farlo funzionare come sequencer. Nel primo caso si dispone di controllo per il numero di ottave su cui vengono ribattute le note (da 1 a 4) e, tramite pulsanti touch che compaiono sulla Icon Strip, scegliere tra diverse direzioni di arpeggio: Up, Order (sequenzia le note premute secondo l’ordine di loro attivazione sulla tastiera) e Random. Curiosamente mancano le usuali modalità Down e Up&Down, ma con un po’ di pratica si può emulare almeno la prima con la modalità Order e premendo poi le note nella sequenza desiderata.

La Rate dell’arpeggiatore è impostabile con modalità analoghe a quella sopra descritta per l’LFO: o la si regola in modalità libera o, premendo la manopola, si mette il modulo in Sync e si sceglie tra i valori compresi tra 1/1 e 1/32T. L’arpeggio può essere mantenuto in latch tramite il tasto Hold della Icon Strip, mentre adesso è arrivato il momento di parlare in dettaglio dei criptici comandi Spice e Dice che si trovano nella stessa porzione di strumento. Quando infatti sono ingaggiati arpeggiatore o sequencer, Dice (icona del dado, che conferisce il nome al comando) influenza il grado di randomizzazione della durata del gate, della presenza/densità dei trigger, del valore di Decay/Release dell’inviluppo e della profondità di modulazione che la matrice applica alla sorgente Pressure. Con Dice premuto, più ci si sposta verso destra nella touch strip e più tale grado di randomizzazione aumenta. Spice invece (icona del peperoncino) dosa la profondità di intervento del commando Dice, per cui i due comandi sono interdipendenti ed è necessario sperimentare con più posizioni dei due controlli per trovare il settaggio che induce la randomizzazione più ispiratrice. Con Spice e Dice a zero, arpeggio e sequenze suonano senza alterazioni, “come mamma li ha fatti”. Il tasto Pattern introduce poi un’ulteriore e diversa possibilità di randomizzazione dell’arpeggio rispetto alla coppia Spice e Dice: attivando esso infatti è proprio la struttura dell’arpeggio che viene randomizzata a partire dalle note premute sula tastiera. La nota più bassa ha il doppio delle probabilità delle altre di essere eseguita in quanto si assume che sia la fondamentale dell’accordo. Ogniqualvolta si rilascia e si ripreme la tastiera, si genera un nuovo pattern randomizzato. Infine va segnalato che la durata del Gate delle note arpeggiate può essere impostata da menu e memorizzata a livello di Preset.

Arturia MicroFreak - Arpeggiatore ed LFO

Veniamo ora al sequencer: esso dispone di due pattern A e B che vengono memorizzati insieme al Preset timbrico, per cui ogni suono gode di due proprie sequenze indipendenti. I pattern possono essere lunghi da quattro a 64 step. La loro registrazione può avvenire in step mode o in tempo reale, e il sequencer ha anche la possibilità di registrare step vuoti o legature di valore col tasto Tie/Rest. Ogni passo del sequencer può contenere fino a quattro note, la velocity/pressione di tastiera e fino a quattro parametri di automazione che si registrano in altrettante Modulation Track. I pattern possono anche essere editati a step o parzialmente sovrascritti in real-time, in modo da correggere eventuali errori di esecuzione. Anche i parametri di modulazione possono essere modificati in tal maniera e ciò apre la strada a effetti resi celebri dal Parameter Lock di Elektron. Esiste inoltre un’opzione di Smoothing che permette una transizione graduale tra il valore di modulazione di uno step e il valore che assume nello step successivo.

È importantissimo notare che il sequencer di MicroFreak può essere gestito in due modi: se si preme Play la sequenza parte e suona le note programmate finché non si disattiva la riproduzione. In questa modalità, se si agisce contemporaneamente sulla tastiera, le note eseguite su di essa interrompono la sequenza in quanto hanno la precedenza sul sequencer. Se invece non si preme Play ma il Preset contiene una sequenza già memorizzata e il sequencer è acceso, allora posando le dita sulla tastiera tale sequenza partirà automaticamente in esecuzione e verrà trasposta in base alla nota suonata sulla tastiera in quel momento.

Infine, una chicca: quando si esegue un arpeggio e questo piace, può essere trasformato istantaneamente in sequenza e memorizzato in uno dei due pattern A o B.

 

Memorie, MIDI, software

Il MicroFreak ha 256 locazioni di memoria definite Preset: i primi 128 Preset sono destinati ai suoni di fabbrica e i secondi 128 a quelli creati dall’utente. Queste due aree di memoria possono essere protette separatamente da sovrascritture accidentali, in modo per esempio da non rendere scrivibili i preset di fabbrica, ma se si desidera tutte le 256 locazioni di memoria sono alterabili. I preset possono essere assegnati a 11 categorie strumentali ed avere un proprio nome fino a 14 caratteri.

MicroFreak è molto versatile come controller MIDI: si può determinare se l’arpeggiatore/sequencer deve trasmettere i suoi dati all’esterno o meno, abilitare/disabilitare la trasmissione dei MIDI CC associati alle manopole di pannello, decidere se il generatore interno deve essere alimentato solo dalla tastiera/dal MIDI su connettore DIN/dal MIDI su USB o da una combinazione di questi, abilitare/disabilitare la funzione Thru sul connettore MIDI Out. La tastiera è utilizzabile come generatore di dati MIDI di Note On che può essere abilitato per uscire sulle porte MIDI e/o USB.

Il clock della macchina può essere interno, desunto da MIDI, USB oppure anche prelevato dal connettore analogico Clock In: in quest’ultimo caso si può scegliere se leggere il clock in arrivo come 1, 2, 24 o 48 PPQ in modo da garantire la più ampia interfacciabilità con sequencer e drum machine sia contemporanei che vintage.

Infine, la tradizionale utility di Arturia denominata MIDI Control Center è stata aggiornata per comandare anche MicroFreak, impostare comodamente i suoi parametri di configurazione direttamente da computer e fare da librarian.

Arturia MicroFreak - Il MIDI Control Center

 

Il test

Vediamo anzitutto la qualità costruttiva: il MicroFreak è costruito interamente in plastica ed è molto leggero (lo strumento pesa circa 1 kg) ma tutto appare fatto bene, con un’ottima capacità esecutiva industriale. Le manopole gommate girano bene, i pulsanti hanno il tocco sicuro e il piccolo display è nitido e molto informativo. Anche la parte della tastiera appare molto ben eseguita e non sembra minacciare alcun problema nei futuri anni di utilizzo. L’unico componente che giudico troppo piccolo ed economico è il minuscolo interrutore di accensione, che a lungo andare potrebbe cedere: meglio accendere/spegnere lo strumento staccando l’alimentatore o, ancor meglio, avere tutti gli strumenti dello studio sotto il controllo di un unico switch di alimentazione master. Complessivamente dunque la costruzione è ampiamente promossa, e il prezzo di vendita non autorizza alcuna critica sull’abbondante impiego di plastica.

Veniamo al suono: qui c’è da perdere la testa, o almeno un sacco di tempo! Le 12 configurazioni degli oscillatori vanno studiate una per una per conoscerle, apprezzarle e saperle sfruttare pienamente. Certo, si può muovere i quattro controlli arancioni a caso e vedere come la macchina risponde timbricamente confidando nei numerosi happy accident che certamente si manifesteranno ma, se si vuole davvero spremere i tantissimi suoni di cui MicroFreak è capace, un’esplorazione metodica (accompagnata da lettura del manuale) è cosa necessaria.

Già il primo algoritmo Basic Waves è interessante, con quella waveform che cambia continuamente e quel sub cupo e potente che si inserisce con Shape, ma in alternativa si può provare il Virtual Analog di provenienza Mutable che ha timbri simili e una ottima potenza sonora, molto 3D: certamente uno dei migliori algoritmi della macchina. SuperWave riporta sotto le dita il classico suono trance del Roland JP-8000, ma l’addizione della quadra a tale oscillatore amplia il repertorio sonoro molto oltre a tale riferimento storico. Di Wavetable e Harmonic si apprezzano sia i suoni eminentemente digitali che la possibilità piuttosto inedita di arricchirli e ingentilirli con il chorus. Suoni metallici, pizzicati e percussivi si ottengono molto bene con gli algoritmi Karplus-Strong e Modal, con quest’ultimo che è più versato su campane e mallet: si tratta di classici suoni digitali che ricordano molto quelli naturali ma che al contempo risultano sempre sintetici. Waveshaper e Formant sono anch’essi indicati per suoni digitali, in questo caso un po’ nasali o ruvidi. Bella grezza e sonora la FM a due operatori, anche se va rilevato che la sua struttura non consente i suoni più caratteristici delle macchine DX a quattro o sei operatori. Interessantissima la modalità Chord, pazzamente creativa soprattutto se si modula in corsa il tipo di accordo e molto adatta sia all’ambient che alla house. Infine il classico Speech, che certamente verrà abusato e darà luogo a una nuova ondata di pezzi con voci sintetiche: poiché non è sostanzialmente possibile generare parole a piacere oltre a quelle già memorizzate, dopo un po’ potrebbe venire a noia, ma per una spruzzata di colore è sempre utile.

È evidente che il suono di MicroFreak si scolpisce in gran parte nel blocco oscillatori, mentre il filtro come detto sopra è più liquido che aggressivo. Se lo tiri per il collo alzando la risonanza reagisce bene, non perde volume e tira fuori carattere, mentre per settaggi bassi di Resonance il suono dell’oscillatore prevale nel determinare il risultato finale. Da non trascurare la possibilità di usarlo spesso come HPF a cutoff basso e risonanza alta, per dare “botta” alle più basse frequenze e mantenere apertura e scintillio in alto.

I due inviluppi, ancorché “strambi” e limitati rispetto a dei classici ADSR, si dimostrano una bella squadra e vi sono molti modi creativi per combinarli tra loro: contribuiscono anch’essi al profilo sperimentale di questa macchina. Tra l’altro, la possibilità di avere quattro voci polifoniche con reale articolazione in volume e degli inviluppi che possono retriggerare o meno l’unico VCF a disposizione, rende la parafonia di MicroFreak la più avanzata che io abbia mai visto in un synth: non c’è quasi mai quella sensazione di “voglio ma non posso” che si sente in altri strumenti parafonici quando più note hanno poi articolazione timbrica e dinamica unica. Qui al contrario sembra quasi sempre di avere sottomano un polifonico vero, anche perché in molti preset gli inviluppi agiscono sui parametri degli oscillatori alterando il timbro in tempo reale, e questo come abbiamo visto avviene in modalità realmente indipendente voce per voce. Va rilevato come la pressione del tasto Paraphonic abbassi il volume di ciascuna voce rispetto all’uso di MicroFreak come strumento monofonico: questo accade quasi sicuramente per evitare di saturare la circuiteria digitale della macchina come accadrebbe invece se non ci fosse tale attenuazione e le quattro voci andassero a sommarsi in volume. Ciò non costituisce però un problema, in quanto è possibile regolare il Preset Volume per ciascuna locazione di memoria, e quindi pareggiare il livello di uscita tra Preset monofonici e Preset parafonici.

Veniamo ora a osservare MicroFreak come un unicum e non come somma di singoli moduli: la macchina è profonda, piacevole, ispiratrice, molto intensa da utilizzare. Non sarà un synth per tutti, sia perché richiede studio e approfondimento per conoscerla e quindi spremerla a dovere, sia perché per progetto mancano i timbri da monosynth classico. Mi spingo addirittura a dire che è difficile pensare a MicroFreak come primo synth di un set-up: ma come seconda macchina, come oggetto da sperimentazione è fantastico. La tastiera richiede un minimo di assuefazione: è velocissima e precisa ma esige che la vostra esecuzione sia pulita e le dita si stacchino bene dalla sua superficie se volete ottenere un’esecuzione non pasticciata. Tendo a vederla più come un controller particolare che come la “tastiera unica” dello strumento, e mi spingo a dire che per certi preset sarà meglio usare una master keyboard MIDI connessa esternamente, mentre per altri (ove la tastiera di bordo gioca un suo pesante ruolo con slide e touch) essa si rivelerà la chiave di accesso a performance inottenibili con altre macchine.

Arpeggiatore e sequencer, modulazioni ritmiche della matrice, suoni crudi oppure potenti e squillanti, tutto contribuisce a fare di MicroFreak una macchina originale e creativa: me lo vedo malissimo nei contesti rock più classici e nelle sonorità hip-hop più calde, mentre invece sarà pienamente a suo agio nella trance, nella techno, nella trap e dove in generale servono suoni più cattivi, acidi e meno rotondi di quelli classici. Bellissimo anche da impiegare nell’elettronica più sperimentale e nei panorami sonori più sognanti, MicroFreak si dimostra macchina polivalente e non solo legata all’aggressività: nelle mani giuste questo synth può diventare un caleidoscopio di colori, di movimento, di sperimentazione.

 

Conclusioni

Cominciamo dal fondo: dopo il solito, ovvio e inevitabile picco di vendite dell’inizio, saranno probabilmente numerosi coloro che venderanno il MicroFreak entro poche settimane dall’acquisto, quando l’hype della novità sarà loro passata. Sbagliando clamorosamente. Perché questa è una macchina che va conosciuta, usata, amata, studiata, sperimentata. Ha tanto da dare a chi voglia perdersi nelle sue possibilità di programmazione, che si tratti di un neofita o di un sintetista esperto con tante altre macchine già nell’arsenale.

MicroFreak non fa tutto, non è un synth classico e non è probabilmente adatto per essere il primo sintetizzatore per chi comincia e vuole tutto e subito: Arturia lo sa, tanto che nel suo sito web lo definisce “synth sperimentale ibrido” e poi continua così: “Un sintetizzatore come nessun altro, MicroFreak è uno strumento particolare, eccezionale, che ricompensa il musicista curioso”. Ecco, non potrei essere più d’accordo: MicroFreak è una macchina che ho ammirato profondamente nel conoscerla e testarla, per le tantissime buone idee che sono state profuse in essa, per i dettagli curati avendo ben in mente l’uso e la programmazione reali di un synth simile. L’unica cosa che forse davvero manca da un punto di vista sonoro è un delay integrato, ma per il prezzo davvero non è possibile pretendere null’altro oltre a quello che c’è in questo prodotto, e del resto un delay separato è anche più versatile.

Ho speso molto spazio e parole per recensire questo strumento, ma spero di avervi trasmesso le sue potenzialità, lo spirito sperimentale che ne è alla base, la sua anima indomita eppure a tratti gentile e profondamente musicale. Se avete voglia di sperimentare, usandolo da solo ma anche in abbinamento agli altri strumenti che già avete (tastiera e arp/seq sono micidiali applicati a tantissimi suoni!) dovete assolutamente dargli un occhio.

Nel fare i complimenti ad Arturia per quella che è una delle macchine pensate più intelligentemente e lucidamente sul mercato, non posso che evidenziare come il prezzo sia assolutamente conveniente per quanto offerto: MicroFreak ha la mia forte raccomandazione, previa verifica che il suo approccio sia adeguato al vostro modo di suonare e usare i synth.

Per fare musica nuova servono strumenti nuovi: MicroFreak lo è.

 

Caratteristiche tecniche

Prodotto: Arturia MicroFreak

Tipologia: sintetizzatore ibrido parafonico a quattro voci

Dati tecnici dichiarati dal costruttore:
Synthesizer with 256 preset slots and 160 factory presets
12 Digital oscillators with variable modes, with integrated open source Plaits engine created by Mutable Instruments
Analog State Variable Filter, 12dB/octave, resonant, Low Pass, Band Pass, High Pass
ADSR envelope
Cycling Envelope offering two modes (Envelope, LFO)
LFO with Sync: Sine, Tri, Saw, Square, Random, Slew Random
Modulation matrix with 5 sources and 7 destinations (3 custom destinations)
Monophonic or Paraphonic modes – Up to 4 voices
25-key capacitive keybed with polyphonic aftertouch
Capacitive touch strip
Crisp OLED display for editing and parameter values
Powerful arpeggiator: Up, Order, Random, Pattern modes
Spice & Dice Gate randomizers
64-step sequencer, 2 patterns per preset, 4 automation tracks per preset
CV / Gate / Mod outputs
USB, Clock and MIDI in and out
6.35mm master and 3.5mm headphone output

Accessori in dotazione: Alimentatore AC, due adattatori MIDI da minijack a DIN

Dimensioni: 311 x 233 x 55 mm (L x P x A)

Peso: 1,02 kg

Prezzo di mercato: 299,00 Euro

Distributore: Midiware

 

FAQ

Ma in pratica il MicroFreak è un Mutable Instruments Plaits con la tastiera?
Assolutamente no. Se è vero che sette algoritmi su 12 dell’oscillatore digitale sono gli stessi di Plaits, lo strumento è molto di più di questo: anzitutto i primi cinque algoritmi sono originali Arturia, e inoltre sono completamente nuovi e pensati appositamente per questa macchina il filtro analogico multimodo, l’architettura complessiva, i due oscillatori, l’LFO, la matrice di modulazione il modulo arpeggiatore/sequencer e la tastiera touch. In definitiva Arturia ha costruito una macchina innovativa da zero, integrando in essa alcune esperienze di Mutable Instruments grazie alla licenza MIT.

MicroFreak può essere alimentato via USB?
La macchina è dotata del suo alimentatore 12 V/1 A, e tali requisiti teoricamente renderebbero impossibile usare un’alimentazione via USB che come noto è limitata a 5 V/0,5 A. Senonché… Senonché durante il test ho scollegato per errore l’alimentatore dal MicroFreak lasciano collegato il cavo USB e il synth, dopo un reboot, ha ripreso a funzionare regolarmente.

Perché la tastiera piatta implica una suonabilità diversa e la necessità di adattarsi a essa?
Viene a mancare il riscontro fisico del ritorno a molla del tasto meccanico, per cui tutta l’operazione di abbassare le dita e poi sollevarle deve essere compiuta esclusivamente dalla muscolatura delle dita. Bisogna abituarsi a suonare un po’ più staccato che su una tastiera normale, ma dopo qualche ora di utilizzo non è difficile.

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

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