#Errore04: “Che monitor prendo con 100 Euro? Non devo fare né mix né mastering…”

Non è vero che bastano 100 Euro per una coppia di monitor, indipendentemente da cosa ci dovete fare. Ecco perché, e soprattutto ecco una serie di alternative che a pochi soldi in più possono fare la differenza tra una “scatola da scarpe con i coni” e un vero monitor.

 

Nel gruppi Facebook dedicati ai synth e alla produzione musicale capita spesso di leggere domande come quella di apertura: si chiede un consiglio sui monitor, ma poi si vuol spendere pochissimo e si accampa come motivazione un uso non professionale. La cosa più grave, più triste è che c’è sempre qualcuno che risponde! Qualcuno che, invece di dire “guarda che con 100 Euro non prendi nessun vero monitor, butti i soldi e basta”, è sempre pronto a consigliare questo o quel modello dal potere “magico” di suonare tanto e costare poco. Purtroppo la magia non esiste, non nel comparto audio almeno, e dunque con 100 Euro/coppia si rischia di comprare una “scatola da scarpe” travestita da monitor da studio che non risolverà assolutamente i nostri problemi.

Ma perché accade questo? Beh, i motivi sono almeno tre:

  1. I neofiti non sanno distinguere tra le diverse esigenze del tracking, quelle del mixing e quelle del mastering, e pensano che siano tutte cose che non li riguardano.
  2. Il monitor è un oggetto assai poco “sexy”, è una scatola di legno con degli altoparlanti dentro che non dà la stessa emozione di un nuovo synth o una nuova drum machine, per cui non c’è molta voglia di spenderci sopra tanti soldi.
  3. Sul mercato esistono effettivamente diversi prodotti venduti come “studio monitor” che costano intorno ai 100 Euro la coppia, per cui la possibilità di avere dei monitor spendendo pochissimo sembra esistere.

Senonché… Senonché le cose stanno diversamente, in tutti e tre questi aspetti. Vediamole insieme!

 

Tracking, mixing e mastering: i tempi sono cambiati, e le esigenze anche

Un tempo, nelle attività degli studi professionali esisteva una distinzione ben netta tra le tre fasi di tracking, mixing e mastering. In tracking si provvedeva a riprendere gli strumenti, a piazzare i microfoni, a dare gli ultimi tocchi di sound design. In tale fase serviva un ascolto il più possibile rivelatore di ogni dettaglio e capace di lavorare anche a volumi elevati: un monitor grandicello, ben esteso in basso e ben presente in gamma media e alta poteva aiutare a capire meglio quanto si stava facendo, esattamente come la lente di ingrandimento serve agli orologiai che montano meccanismi di precisione.

Una volta acquisite tutte le tracce, il fonico provvedeva al mixing, ovvero a bilanciare in livello i vari suoni, equalizzarli, comprimerli, panpottarli, riverberarli, in modo da farli convivere tutti assieme all’interno di un unico downmix stereofonico destinato all’ascoltatore finale. Qui serviva un monitor che aiutasse sì a sentire tutto, ma anche che rappresentasse il mix col giusto balance, come lo avrebbe sentito l’ascoltatore medio dotato di un impianto piccolino o magari di un semplice radioregistratore. Fu in questo scenario che si iniziarono ad adottare come monitor secondari dei diffusori volutamente limitati in banda e in dinamica: venne dunque prima il turno dei “cubi” Auratone e poi degli Yamaha NS10, spesso motivati dalla frase “se si sente bene qui, si sente bene dappertutto”.

Auratone 5c

Infine il mastering: un tempo era solo la fase di verifica di qualità e compatibilità e non invece una fase di “finalizzazione creativa” come spesso è diventato oggi. Il mastering era il momento in cui si verificava che la dinamica e l’estensione in banda del mix non risultassero eccessive, che non vi fossero click a inizio o fine traccia, che tra un pezzo e l’altro di un disco non ci fossero differenze di volume e/o alterazioni di spazialità dovute a problemi di fase. Per il mastering dunque si ricorreva a un diffusore il più possibile neutrale, privo di distorsioni, di ampia dinamica e adatto a un ascolto anche in campo lontano (e non invece near field come i monitor da mixaggio citati prima) che emulasse l’ascolto domestico di qualità.

Lo studio di mastering di Sage Audio, Nashville (USA)
Lo studio di mastering di Sage Audio, Nashville (USA)

Bene, tutto questo sta alla realtà del recording musician di oggi quanto la favola di Cappuccetto Rosso sta alla filosofia dei movimenti animalisti odierni: mentre il vero mastering è rimasto appannaggio di studi realmente professionali, il dilagare degli strumenti elettronici e virtuali ha reso l’attività di registrazione un qualcosa che avviene spessissimo in casa o negli studi personali, e il mixing un’attività che non è più nettamente separata dalla fase di composizione e tracking, ma che di fatto si sviluppa contemporaneamente ad essa. Non a caso oggi dilaga la parola “produzione”, che ingloba in sé un po’ tutte le fasi che portano a un brano già abbastanza finalizzato: durante la produzione si fa sound design, si scelgono i campioni, si dosano gli effetti creativi come distorsioni e delay, si assemblano le frasi e le clip, e man mano che tutte queste cose progrediscono è pressoché inevitabile iniziare anche ad impostare i volumi e i panpot, a colorare con plug-in di EQ e compressione, ovvero a invadere il territorio del mixing.

Per questo è assurdo dire “non devo fare mixing”, perché chiunque faccia musica elettronica con una DAW di fatto è già in una fase di mixaggio permanente. Anche se il mix che si sviluppa durante la produzione non sarà quello finale, resta comunque la necessità di sentire durante tutta questa fase come i diversi strumenti si incastrano tra loro, se kick drum e basso hanno frequenze in sovrapposizione, come l’Autotune armonizza le voci rispetto alle parti di synth. Insomma, un monitor che vi faccia sentire quello che accade davvero nel progetto della vostra DAW è indispensabile sin dal momento-zero in cui cliccate sull’icona “Cubase”, “Live” o “Logic” sul vostro desktop.

Il tracking in una DAW integra anche una prima fase di mixing (fonte Steinberg)
Il tracking in una DAW integra anche una prima fase di mixing (fonte Steinberg)

Diverso, ma solo in parte, è il caso del mastering: è ben vero che il mastering dei progetti commerciali deve avvenire a opera di professionisti in studi dedicati (e dotati appunto di monitor adatti al mastering e non al mixaggio). Solo rivolgendosi a strutture di questo tipo si può avere la garanzia che il proprio prodotto suonerà bene ovunque, su qualsiasi tipo di ascolto e traslerà al meglio su qualunque supporto fisico e piattaforma di streaming. Ma è anche vero che vi sono tantissimi producer/gruppi che lavorano in casa e prima o dopo finalizzeranno in proprio una loro traccia, magari con l’aiuto di pacchetti dedicati al mastering fai da te quali iZotope Ozone, allo scopo di realizzare un CD autoprodotto, di pubblicarla in maniera indipendente per la vendita on-line su Bandcamp, o di caricare un video su YouTube.

Insomma, diciamocelo chiaramente: sono proprio i musicisti a budget più basso e che lavorano in modo totalmente indipendente, quelli che avranno bisogno di un monitor il più possibile versatile e ugualmente affidabile per produzione, tracking, mixaggio e qualche mastering occasionale. Alla fine della fiera “Non devo fare mixing/mastering” è una scusa che più si scende di spesa e meno sta in piedi, questa è l’amara verità.

 

“Ho già speso 3000 Euro per il PC, i synth analogici e la drum machine, non ho più budget per i monitor!”

Spesso chi è all’inizio affronta nell’arco di poco tempo spese importanti in strumentazione. Questo accade certo per la necessità di partire da zero, ma vi è anche la componente di “feticismo tecnologico” che porta l’appassionato a comprarsi il primo synth fisico che poi lo appagherà con il suo corredo di suoni emozionanti, manopole da girare, display da guardare, pulsanti da spingere.

I monitor, poveretti, non danno niente di tutto questo: più o meno uguali esteticamente tra diverse marche e modelli, sono solo degli scatoloni con due altoparlanti dentro che ben poco concedono in termini di “emozione da spippolo”. Sì, diciamoci la verità: per i monitor si spende malvolentieri perché non sono l’ultimo tipo di “giocattolo musicale” su cui perdere il sonno. Chi non ha mai lavorato in uno studio vero non sa quanto bene possa suonare un buon monitor, quanti dettagli in più possa rivelare, quanto influisca sul bilanciamento timbrico della musica che gli passa attraverso. Aggiungiamo a questo il fatto che viviamo in una società che negli ultimi anni sta trattando l’audio a pesci in faccia e il quadro è completo: da ascoltatori, i più giovani sono abituati a fruire la musica attraverso gli altoparlantini del PC, con le cuffiette no-brand del cellulare, con orribili casse Bluetooth da portare appese al collo, con dei “cosi” integrati da scrivania che in un unico scatolone inglobano gli altoparlanti di entrambi i canali, con i cassoni di plastica dei disco-bar che quando sono in distorsione “solamente” del 10% è già una festa… Perché mai dunque i principianti dell’audio dovrebbero credere che nello studio che stanno allestendo servano dei buoni monitor?

 

Quegli “studio monitor” che non lo sono

A complicare ulteriormente le cose ci si mettono i produttori, che negli ultimi anni si sono buttati a corpo morto nel mercato dei monitor “da scrivania” di prezzo bassissimo. Probabilmente ciò che li ha ingolositi è stato il successo dei diffusori Empire, poi reincarnatisi in Edifier: in base ai meccanismi più perversi di Internet, gli utenti che volevano spendere pochissimo per dei monitor hanno rilanciato la voce che erano “il best-buy” sotto i 100 Euro, in quello spirito un po’ da Robin Hood e un po’ da guru modello “Io vi salverò!” che oggi ha tanto successo in Rete.

Se il “gurismo” serve sia al guru di turno per accreditarsi come il più furbo della covata che a chi gli va appresso per sentirsi quello che “a me le multinazionali non mi fregano!”, è purtroppo vero che questo atteggiamento spesso non è portatore di informazioni tecnicamente corrette, solide, verificabili. La verità è che il gurismo in campo audio sta facendo suonare/ascoltare/mixare male migliaia e migliaia di persone che vanno appresso a “verità” tanto facili e comode da accettare, quanto tecnicamente inconsistenti e talvolta addirittura pericolose.

La tragedia si completa poi quando ci si mettono i siti generalisti di elettronica “nerdona”, ovvero quelli che trattano indifferentemente overclock di processori, webcam, console di gioco, dispositivi per Digital DJing, televisori 4k e, appunto, personal audio. Questi argomenti sono da loro trattati sempre nel modo superficiale e veloce che richiede un pubblico onnivoro e generalista, dal teen-ager appassionato di modding al giovane professionista urbano che deve mettere un po’ di musica e immagini nel suo loft. Accade così di leggere frasi come:

“Gli Edifier R1700BT sono il miglior sistema di studio monitor sul mercato, grazie alla loro perfetta combinazione di design, valore globale e qualità sonora”. (fonte: lifewire.com)

Ben capite che davanti a queste affermazioni c’è da ricominciare una profonda attività di formazione in campo audio a chi è stato esposto a tali “informazioni”, per fargli capire che per parlare di “best studio monitor” magari bisogna pensare ad arnesi da almeno 5/10.000 Euro la coppia, e che quei graziosi Edifier   da 149 € con tanto di Bluetooth sono più realisticamente dei monitor multimediali da scrivania adatti per essere attaccati a un computer per sonorizzare i videogame e gli ascolti di Spotify Free. Del resto, il celeberrimo R1000 è definito dalla Edifier stessa come “Multimedia speaker” e sul loro sito non vi è alcuna sezione dedicata agli “studio monitor”: dunque perché insistere a usare impropriamente un prodotto per uno scopo per il quale non è nato?

Edifier R1000

È però indubitabile che mentre noi appassionati di una reale informazione tecnica scriviamo post lunghi come questo, chi si accontenta di sparare (o anche solo ascoltare) giudizi come “Gli Edifier? Una bomba!” ha già provveduto a costruire un mercato per questi “cosi”. E siccome al cuor non si comanda ma al portafoglio ancora meno, in tale mercato si sono buttati a capofitto marchi realmente legati al mondo della produzione musicale come Alesis, M-Audio, Mackie, PreSonus, nell’ovvio tentativo di papparsene almeno una fettina. Accade così che nello stesso catalogo dello stesso costruttore coabitino veri studio monitor accanto a “cosi” invece che sono solo diffusori multimediali. Il cliente crede che si tratti di solo scalature diverse dello stesso concetto sonoro e qualitativo, e alla fine… compra e quasi sempre rimane deluso!

I monitor multimediali di cui stiamo parlando non sono realmente adatti a fare da studio monitor per una ben precisa serie di motivazioni tecniche facilmente verificabili:

  • I piccoli cabinet, per motivi di economia, sono realizzati in leggere pressofusioni plastiche o in legno/MDF di spessore minimo: in entrambi i casi si ottiene un box destinato a vibrare in presenza di volumi appena un po’ alti e/o di frequenze gravi, e quindi pronto a produrre distorsioni elevate.
  • I woofer impiegati sono piccoli ed economici nei materiali (dalla membrana al magnete), e sono quindi incapaci di produrre elevate escursioni a basse frequenze senza entrare in distorsione. Il risultato è una gamma bassa che difficilmente scende sotto i 100 Hz reali e in genere suona impastata e poco definita.
  • I tweeter, altrettanto economici, hanno spesso un suono un po’ stridente e fanno solo da completamento al woofer che in realtà si comporta quasi come un altoparlante a gamma intera. Non a caso spesso in questi diffusori il tweeter è tagliato con un semplice condensatore che realizza un filtro passa-alto a 6 dB/Oct, invece dei tagli ben più secchi da 18 o 24 dB/Oct spesso impiegati nei monitor veri.
  • L’amplificazione è povera e debole: un unico circuito integrato di bassa potenza viene usato nella quasi totalità di questi sistemi sia per la via bassa che per la via alta, mentre nei veri studio monitor attivi woofer e tweeter hanno ciascuno un proprio circuito di amplificazione per garantire minor distorsione e maggior fluidità nell’erogazione della potenza.
  • L’alimentazione è a sua volta povera e sottodimensionata, sempre per ragioni di costo. Ma un’alimentazione piccola vuol dire poco “ossigeno” per gli amplificatori, e quindi poca capacità di raggiungere elevate potenze indistorte.
  • Una costruzione tirata al contenimento dei costi, in cui uno solo dei due diffusori è attivo e contiene un unico alimentatore insieme ai moduli di amplificazione per i canali destro e sinistro, mentre l’altro diffusore è passivo e viene collegato con un cavo di potenza a quello master.

Tutti questi aspetti costruttivi permettono facilmente di distinguere i monitor multimediali dai veri studio monitor, anche di fascia economica, e sono quindi un chiaro segnale dei prodotti da evitare se si desidera una prestazione di livello minimo sufficiente.

È infatti forte opinione di chi scrive che i monitor multimediali siano completamente e totalmente insufficienti per qualsiasi esigenza di produzione musicale in quanto caratterizzati da limitata estensione in frequenza, limitata linearità, elevata distorsione, scarsa capacità dinamica, scarsa potenza.

E se qualcuno mentre legge queste righe sta pensando “ma io con i miei monitor multimediali ci suono e ci mixo!”, io non dubito che ciò sia vero, ma resto profondamente convinto che essi non siano degli strumenti di lavoro sufficientemente affidabili per svilupparci sopra la propria musica in maniera veloce, efficace e adatta a traslare su una molteplicità di impianti e di supporti. Qualcosa si sente, questo è ovvio, ma con un livello qualitativo non sufficiente a lavorarci con sicurezza, affidabilità e serenità.

 

“Ok, ma allora che monitor compro per spendere poco?”

Per fortuna il mercato odierno offre dei veri monitor da studio anche a prezzi comunque contenuti, e nella fascia dai 200 ai 500 Euro la coppia si possono oggi fare dei grandi affari e ottenere dei livelli prestazionali impensabili fino a pochi anni fa. Si è arrivati a questo livello di performance grazie a molti fattori, oltre all’ovvia produzione in paesi in cui il costo del lavoro è molto basso: a rendere molto accessibili gli studio monitor odierni hanno infatti contribuito fattori quali lo sviluppo di nuove tecniche di progettazione, simulazione e modellazione assistita dal computer; nuovi materiali per gli altoparlanti (bobine, magneti, cestelli); nuovi materiali plastici per i cabinet e il loro stampaggio; nuovi circuiti di amplificazione a basso consumo ed elevata resa musicale.

Per accedere a un monitor di queste caratteristiche l’importante è capire che si deve spendere il “poco ma giusto” in base a ciò che si deve ottenere, poi la strada è tutta in discesa.

A circa 190 Euro di street-price, e quindi per ben poco di più rispetto a certi monitor multimediali, si può accedere a una coppia di M-Audio BX5-D3: si tratta di monitor piccoli solo nelle dimensioni ma in realtà dotati di una buona capacità di sonorizzazione grazie a una “voce” che sembra provenire da diffusori ben più grandi e grazie alla buona potenza dell’amplificazione interna che difficilmente va in crisi. Li raccomando soprattutto a chi vuole suonare forte e divertirsi anche spendendo davvero poco, e comunque l’accuratezza è buona anche per farci dei mix sopra. Davvero difficile spendere di meno, e tutto un altro pianeta rispetto ai diffusori multimediali! Qui il link alla mia completa recensione.

Con circa 260 Euro ci si porta invece attualmente a casa una coppia di PreSonus Eris E5, un modello che consiglio da anni per il suo equilibrio, il suono naturale senza essere spento, la grande musicalità che però non implica affatto dover rinunciare al dettaglio. I piccoli E5 sono monitor con cui è facilissimo convivere e piacevolissimo lavorare, anche se ovviamente il basso potente e profondo è loro negato da fattori di dimensioni e di costo. In ogni caso un best-buy tra i monitor economici, e tra l’altro ben diverso dai modelli inferiori della stessa casa che invece rispondono piuttosto bene all’identikit dei famigerati “multimediali”.

PreSonus Eris E5

Salendo ancora un po’ si arriva ai JBL 305P MkII, versione appena rinnovata dei validissimi LSR305 che per anni hanno tenuto banco tra i monitor molto economici: Quando la prima serie stava uscendo di produzione, si poteva acquistarla in promo a 200 Euro la coppia ed era un affare d’oro, ma anche ai circa 290 € richiesti per il nuovo modello il prezzo deve ritenersi più che congruo per un monitor neutrale, asciutto, onesto, ma comunque con quella punta di estroversione e dinamica che da sempre si riconosce al marchio californiano. Qualche promo “assassina” poi ogni tanto provvede ad abbassare il citato prezzo, per cui vale sempre la pena di tener d’occhio il mercato.

JBL 305P MkII

Fin qui le “pulci” con woofer da 5”, ma se si desidera qualcosa di più in termini di estensione in basso e capacità dinamica ecco che due recentissimi modelli hanno sconvolto il segmento immediatamente superiore. Il primo è certamente il Kali Audio LP-6 fresco fresco della mia recensione: a circa 380 Euro di street-price il Kali offre una gamma frequenziale sostanzialmente completa e può quindi definirsi il primo full-range di prezzo abbordabile sul mercato. A questo abbina una grande profondità, plasticità e matericità della scatola sonora riprodotta, un livello di distorsioni lodevolmente basso per la categoria e una grande capacità di separazione tra i diversi strumenti pur senza risultare “clinico”. La versatilità di posizionamento e la possibilità di dosare anche qualche “etto di bassi” in più offerte dai controlli di bordo completano un quadro davvero positivo.

Ad appena pochi Euro in più l’ADAM T7v (qui la mia recensione) rappresenta il naturale concorrente del Kali, ma con un carattere lievemente diverso: ha maggiore spazialità in senso orizzontale, un suono più “tecnico” e trasparente, un filo in più di ariosità e dettaglio a frequenza altissima. Tra i due modelli non c’è un vincitore e un vinto, sono entrambe due ottime scelte che vanno pesate in base alle proprie aspettative di ascolto e di lavoro.

ADAM T7v

 

In conclusione…

Spendere poco per una coppia di monitor oggi è possibile, possibilissimo, e i modelli appena citati stanno lì a dimostrarlo. L’importante è non credere che “una cassa valga l’altra” e che anche con un economico monitor multimediale si possa lavorare in maniera affidabile: spendere troppo poco può portare a scarsa definizione in basso, estensione limitata, suono impastato. Una coppia di monitor da studio di qualità accettabile oggi viene via per 200/300 Euro o poco più: considerando quanto è fondamentale disporre di un ascolto fedele in tutte le fasi della produzione musicale, perché volersi fare del male cercando di spendere ancora meno?!?

 

Vuoi leggere gli altri articoli della serie “10 errori sui monitor near-field da dimenticare prima possibile”? Clicca qui!

 

Disclaimer

Questo articolo e quelli linkati in esso sono indirizzati soprattutto al pubblico dell’home recording e all’attività di produzione, registrazione e mixaggio in ambienti domestici o comunque non professionali. Diamo per scontato che gli studi professionali non siano i destinatari di simili indicazioni poiché in tali contesti i budget, le conoscenze tecniche, le predisposizioni acustiche sono diverse.

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

5 pensieri riguardo “#Errore04: “Che monitor prendo con 100 Euro? Non devo fare né mix né mastering…”

  • 10/07/2019 in 20:55
    Permalink

    Errore n.1: ti sei contraddetto alla grande proprio sul fulcro del tuo articolo già solo nominando le M-Audio BX5-D3, non aggiungo altro, se non l’errore n.2 (abbastanza grave): non aver nominato le Tannoy Reveal 802.
    E qui chiudo, se hai competenza hai già capito cosa intendo.
    Se ho fatto il mio ultimo pezzo capace di competere in precisione e qualità con il materiale di quelli famosi lo devo anche alle Tannoy (8″).

    Risposta
    • 11/07/2019 in 08:32
      Permalink

      Grazie per il tuo commento. Ipotizzo che tu non conosca direttamente gli M-Audio BX5 nella ultima versione D3, e che sia prevenuta viste precedenti realizzazioni del marchio. Io stesso, nella mia recensione a https://newmusicalinstruments.it/2018/06/m-audio-bx5-d3-il-massimo-del-minimo/ indicavo che “i monitor M-Audio e il loro approccio “tanto a poco” non sono mai stati in cima alla mia personale lista di prodotti raccomandati. Con la nuova generazione D3 della classicissima serie BX ho tuttavia capito subito che le cose erano cambiate, e che il costruttore statunitense aveva deciso di andare “oltre” alle prestazioni generose ma non sempre rigorose delle precedenti serie”.
      Per quanto i Tannoy Reveal 802, è normale non essere contenti se il proprio monitor preferito non compare in una lista di raccomandati, ma purtroppo non tutti i modelli in commercio possono essere considerati dei best-buy.

  • 16/07/2019 in 05:56
    Permalink

    interessante articolo. E…se tu dovessi “coniugarlo” su delle cuffie? cosa potresti gentilmente suggerirmi sulla stessa falsariga? grazie

    Risposta
    • 16/07/2019 in 11:17
      Permalink

      Ciao Luca, anche nel comparto “cuffie” è opportuno evitare i modelli no-brand che sembrano tanto piacere soprattutto in virtù del loro basso prezzo di acquisto. Anche in questo settore, risparmiare poche decine di Euro non ha senso poiché esistono modelli che costano comunque cifre molto raggiungibili ma vanno davvero bene. Te ne propongo tre, in tre fasce diverse ma tutte non particolarmente costose:
      1) Entry level: la AKG K240 Studio, la uso anch’io da anni e recentemente è crollata di prezzo perché hanno spostato la produzione dall’Austria alla Cina. E’ un po’ “leggera” sui bassi, ma molto dettagliata e ariosa, cosa che la rende adatta a lunghe sessioni in studio e a svolgere tanti compiti di monitoraggio.
      2) Midrange: beyerdynamic DT-880, è la cuffia più neutrale sotto i 200 Euro, talmente neutrale che a volte può sembrare un po’ spenta ma comunque molto pulita e senza grana. Tra le versioni Pro ed Edition, a dispetto del nome che può essere fuorviante, preferisco la Edition perché le differenze sono nell’archetto che stringe un po’ meno la testa e nel cavo che è liscio e non spiralato (pesa e tira di meno). Il vero problema è l’impedenza: la trovi facilmente a 250 Ohm ma devi avere un’uscita cuffia abbastanza potente per avere un buon volume. L’alternativa è la versione a 32 Ohm, ma è difficile da trovare e per questo viene venduta a un prezzo generalmente più alto. Il mio consiglio è che se opti per questa, prendi la Edition a 250 Ohm, e se il livello è troppo basso con le tue sorgenti potrai sempre restituirla.
      3) Upper-midrange: AKG K712 MkII, facile, ariosa ma con un basso più presente della media AKG che di solito è sul fronte del “leggero”. Molto dettagliata e pulita, è il tipo di cuffia che piace a me per la sua impostazione chiara e che permette di sentire davvero tutto ciò che accade nel programma musicale. Modello a mio parere definitivo.
      Ecco, ti ho dato tre alternative, e ritengo che nelle rispettive fasce di prezzo davvero diano una soluzione al tuo problema. Insomma, in ogni caso non puoi sbagliare

  • 16/07/2019 in 12:15
    Permalink

    ..che dire, gentilissimo. Anche perchè mi rendo conto che parlare di mixing “con cuffie” è una vera bestemmia. Ma io sono un hobbysta, e sono costretto a lavorare “in camera”….perdonerai quindi la mia bestialità…grazie ancora

    Risposta

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