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Universal Audio Digital: i plug-in del bundle Heritage Edition

Da qualche tempo le interfacce UAD vengono fornite con un pacchetto di plug-in addizionali oltre alla fornitura base. È la Heritage Edition, e qui vedremo tutte le funzioni e sonorità che consente di ottenere.

 

Da sempre le interfacce audio UAD serie Apollo vengono fornite con un set di plug-in base che sfruttano l’elaborazione DSP di bordo e consentono fin dal primo minuto di accensione di usare le capacità di elaborazione interna di questa serie di prodotti. Abbiamo visto in questo articolo il contenuto della dotazione base, e in tale occasione abbiamo visto come essa consenta di partire con i plug-in fondamentali.

Al contempo però è stato subito chiaro che alcuni di essi hanno un livello prestazionale inferiore ai migliori plug-in UAD attualmente disponibili e che quindi se si vuole la migliore prestazione che oggi la piattaforma è capace di esprimere bisogna upgradare. A tale upgrade della fornitura-base ci ha pensato direttamente Universal Audio perché da qualche tempo le Apollo X sono disponibili esclusivamente in versione Heritage Edition, ovvero un pacchetto in cui l’hardware è immutato ma la dotazione software è più ricca. In particolare la Heritage Edition comprende i seguenti plug-in inclusi nel prezzo:

UA 1176 Classic Limiter Collection
Teletronix LA-2A Classic Leveler Collection
Pultec Passive EQ Collection
Fairchild Tube Limiter Collection
UA 610 Tube Preamp & EQ Collection
Teletronix LA‑3A Audio Leveler
Helios Type 69 Preamp & EQ Collection
V76 Preamplifier
Oxide Tape Recorder
Pure Plate Reverb

Come si nota, 1176, LA-2A, Pultec, Fairchild e UA sono le versioni full degli omonimi pacchetti Legacy che sono contenuti nel bundle-base, per cui nelle prossime righe andremo a vedere solo le cose in più che tali versioni complete offrono. Gli altri plug-in invece verranno analizzati da zero.

Scopo finale dell’articolo è quello di aiutarvi a capire tutto ciò che si può ottenere con una Apollo X Heritage Edition appena tirata fuori dalla scatola e senza bisogno di acquistare altri plug-in.

UA 1176 Classic Limiter Collection

Il famoso 1176 è probabilmente “il compressore” per eccellenza degli ultimi 50 anni. Poiché l’hardware originale ha subito importanti aggiornamenti negli anni in cui è stato in produzione, UAD ha voluto rappresentarli tutti in questa Collection. Sono quindi disponibili qui tre plug-in distinti che emulano la Rev A (quella iniziale, più prona a saturare), la Rev E (la più famosa e un po’ meno coloristica) e la Anniversary Edition AE (col Ratio più basso posto a 2:1 invece che 4:1 delle altre). Ognuna di esse ha le sue specificità sonore dettate dai miglioramenti e dalle diverse scelte tecniche adottate nel tempo.

UA 1176 Collection

Rispetto alla versione Legacy vi sono anche altre importanti migliorie: anzitutto è stata modellizzata la distorsione da saturazione ferromagnetica introdotta dai trasformatori e quella introdotta dagli specifici transistor e FET usati nelle diverse release dell’hardware. In questa maniera si cattura non solo il suono della catena di compressione, ma quello di tutta la macchina compresi gli stadi di ingresso e uscita che tanto contribuiscono al suono. È anche possibile sentire l’apporto del modeling degli stadi di I/O senza alcuna compressione perché le versioni della Classic Limiter Collection consentono di deselezionare tutti i radio-button che impostano i vari compression ratio e quindi godere del suono caratteristico dell’1176 anche quando “non fa nulla”, proprio come si usava con l’hardware.

Ancora, questi plug-in introducono comandi non presenti sulle macchine originali: Headroom, Mix e un custom Sidechain Filter. Headroom in particolare modifica il livello di riferimento interno al quale scatta la compressione e quindi va usato per rendere meno evidente, o viceversa più marcato, l’intervento del comp a parità di livello della traccia in transito. Il Sidechain Filter invece è una customizzazione UAD che introduce sul circuito di sidechain un filtro passa-alto centrato in gamma bassa con una dolce pendenza di 3 dB/Oct. Lo scopo è quello di rendere il detector della compressione meno sensibile ai bassi, e quindi di far pompare di meno il compressore con segnali ad ampia banda che presentino un estremo basso carico e vivace.

Rispetto alle versioni Legacy il miglioramento della qualità sonora è netto, con un suono maggiormente tridimensionale, “più da hardware e meno da plug-in” se mi permettete la metafora. La versatilità introdotta dai nuovi comandi è sicuramente di grande interesse, soprattutto grazie al comando Mix che abilita con facilità la compressione parallela e che quindi riesce a espandere grandemente l’uso dell’1176 anche su bus o gruppi di batteria oltre che su strumenti singoli (terreno di solito ideale di questo tipo di comp). Personalmente adoro l’uso dell’1176 soprattutto su cassa, rullo, basso e voce ma in realtà questo è probabilmente il primo compressore cui rivolgersi in molteplici occasioni, e questa Collection ne rappresenta una virtualizzazione pressoché ideale.

Il musicista e fonico Emilio Albertoni, così racconta la sua esperienza con questo pacchetto: “Il compressore rock per eccellenza, difficile non trovarci un senso sulla batteria o sulle chitarre, emoziona sempre. Il suono oggi lo conoscono tutti, la versione UAD rispetto ad altre controparti della concorrenza è sempre più “a fuoco” e senza inutili orpelli aggiunti da altri costruttori che rimarrebbero comunque spenti. Il filtro sidechain e il controllo del mix permettono di usare feature moderne sul più classico dei classici: il comportamento analogico senza la noia dell’analogico”.

Il peso sul DSP è di circa il 15% per le versioni mono, ma esistono anche quelle stereo pesanti circa il 20%, utili per essere usate sui synth e sui gruppi. Comunque contenuto.

 

Teletronix LA-2A Leveler Collection

Analogamente all’1176, anche l’altro compressore storico LA-2A viene qui fornito in una collezione che lo sdoppia in tre versioni e lo modellizza in maniera più accurata e completa di quanto offerto dalla edizione Legacy. Il morbidoso e tollerantissimo LA-2A viene infatti qui proposto nel sapore “base” delle prime unità prodotte, in quello Gray (medi anni ’60) e in quello Silver (tardi anni ’60). A parità di architettura di base, man mano che ci si sposta dal modello più anziano a quello più recente aumenta la velocità di compressione e con essa la versatilità, mentre diminuisce un po’ la “mielosità” del suono complessivo.

Un trimmer denominato Emphasis, non presente sulla versione Legacy, provvede a filtrare il segnale che arriva al circuito sidechain. In posizione di default tutte le frequenze eccitano il compressore allo stesso modo, mentre man mano che il comando viene rotato in senso antiorario si eliminano gradualmente i bassi dalla rilevazione del detector. Come risultato il Teletronix comprime di più alle frequenze acute e accentua il suo carattere timbrico molto morbido.

UAD LA-2A Collection

Rispetto alla versione Legacy i tre LA-2A di questo pacchetto aggiungono una notevole qualità timbrica e altrettanta versatilità: il leggendario suono LA-2A prende il volo con tutta la sua caratteristica di far “sedere” istantaneamente in un mix qualsiasi strumento solista e soprattutto la voce. Bello e particolare è il modello più vintage col suo suono caldo e potente; più asciutto e forse il meno rappresentativo della triade è il Gray; semplicemente perfetto in ogni occasione e maledettamente efficace è il Silver. Il basso si riempie di sostanza ma non di “pancia” inutile, la tridimensionalità aumenta e come per incanto la voce si colloca esattamente nel range di dinamica che ti aspetti, perfettamente coesa col resto e non totalmente scollegata come era prima dell’intervento del compressore. Naturalmente il sottoprodotto di ciò è che si tratta di una compressione evidente e niente affatto trasparente, ma di grande rilievo per ogni solista che vada dal metal alla french-house con tutto quello che c’è in mezzo.

Peso DSP della versione mono 17%, peso della versione stereo 22%: sono valori nettamente aumentati rispetto alle versioni Legacy ma che comunque consentono ancora di trattare un discreto numero di tracce contemporaneamente.

 

Pultec Passive EQ Collection

Gli EQ passivi degli anni ’50 a marchio Pultec sono rappresentati qui pienamente grazie alla Collection che espande le funzionalità già viste nella versione Legacy: il modello EQP-1A è il classico EQ a tre bande con push/pull sui bassi (frequenze di taglio settabili tra 20 e 100 Hz), boost sugli alti (tra i 3 e i 16 kHz impostabili su sette step) e taglio passa-basso a 5, 10 o 20 kHz; il modello MEQ-5 lavora solo sulle medie frequenze e opera anch’esso su tre bande: Low Peak (boost su frequenze selezionabili tra 200 e 1.000 Hz), Dip (attenuazione selezionabile su 11 frequenze tra 200 e 7.000 Hz) e High Peak (esaltazione su cinque frequenze tra 1,5 e 5 kHz); infine il modulo HLF-3C è un doppio filtro HPF/LPF che lavora solo in attenuazione in quanto l’hardware originale non era nemmeno alimentato, e dispone di un passa-alto selezionabile su 11 frequenze di taglio tra 50 e 2.000 Hz (Low Cut), più un passa-basso che opera su 11 frequenze selezionabili tra 1,5 e 15 kHz (High Cut).

UAD Pultec Collection

Le differenze con la versione Legacy risiedono anzitutto nel fatto che quest’ultima non dispone del modulo HLF-3C, e poi che essa non modellizza i trasformatori e le caratteristiche di distorsione delle originali unità hardware. Da un punto di vista sonoro la suite Pultec è particolare e non è sicuramente il primo EQ a cui ricorrere quando si vogliono fare correzioni chirurgiche, anzi! Tutti gli interventi sono dolci e naturali, eufonici e musicali: per dare vigore e rotondità al basso elettrico la gamma inferiore dell’EQP-1A è formidabile, mentre per portare trasparentemente fuori una voce senza tuttavia alzarla di livello né fare enfatizzazioni innaturali il MEQ-5 può dare tantissimo.

Bello l’uso del filtro HLF-3C perché attenua ma senza distruggere ciò che sta oltre alla frequenza di taglio: per esempio può andare benissimo per rendere telefonica una voce di un controcanto senza che tuttavia essa diventi inutilmente risonante o esageratamente spinta. Complessivamente il suono di questa suite è di gran classe, naturale e vintage al contempo, adatto a quando si vuol spingere parecchio senza tuttavia farlo sentire.

Il carico DSP delle versioni mono resta tra il 6 e l’8%, quello delle versioni stereo tra l’11 e il 13%: è dunque contenuto e quindi si tratta di un plug-in che si può usare estensivamente su tante tracce.

 

Fairchild Tube Limiter Collection

Il grande, maestoso, mitico compressore/limitatore valvolare Fairchild 670 è il protagonista di questa collection che integra anche il modello monofonico 660.

Come abbiamo visto nell’articolo precedente, la versione Legacy del 670 è forse quella che meno si distanzia per funzionalità e suono da quella presente in questa Collection “full”. Qui in particolare gli sviluppatori hanno aggiunto la modellizzazione della distorsione data dai trasformatori e dai circuiti di amplificazione/buffering, hanno migliorato la fedeltà dell’emulazione delle costanti di tempo e delle curve di gain rispetto all’hardware, e inoltre questi plug-in lavorano internamente in upsampling in modo da offrire un modeling più accurato di tali caratteristiche sonore.

UAD Fairchild Collection

È qui presente un controllo di Headroom che non c’era nella versione Legacy e che consente di tarare il livello a cui il comp comincia a operare. Questo permette sia di adeguare il plug-in a lavorare con tracce particolarmente hot (con tanti saluti ai talebani del “riferimento” a -18 dBFS, che non è affatto univoco…), sia di spingere maggiormente la compressione a parità di livello di ingresso. La versione qui presente aggiunge inoltre un filtro passa-alto sul sidechain con pendenza di 12 dB/Oct e frequenza di taglio regolabile tra 20 e 500 Hz: anche in questo caso lo scopo è quello di rendere il detector della compressione meno sensibile ai segnali di bassa frequenza e quindi avere una compressione meno soggetta a pompaggio e alle macro-escursioni dinamiche date da kick e basso. Infine rispetto alla versione Legacy si guadagna qui anche un comando Mix per miscelare segnale diretto e segnale processato, e operare così facilmente la compressione parallela.

Tutte queste nuove feature, insieme al modeling più accurato, rendono la Fairchild Tube Limiter Collection ancora più versatile e attraente, rendendo di fatto questa serie di plug-in adatti a tanti impieghi che vanno oltre il classico uso in mastering per il quale il 670 è famoso. Si possono sperimentare con successo usi sulla voce solista e perfino su qualche soft-synth che ha bisogno di essere un po’ scaldato, oltre che naturalmente sui gruppi di batteria e di voci. Il suono rimane sempre naturale e mai esplosivo, ma il grado di controllo è molto buono e quindi può valer la pena invocare in un mix queste grandi manopolone nere piuttosto spesso.

Il carico DSP è 14% in mono e 20% stereo, medio-basso.

 

UA 610 Tube Preamp & EQ Collection

Nel pacchetto-base era già fornito il preamp-equalizzatore UA 610-B in versione full, ma qui si aggiunge il suo antenato vintage UA 610-A dei primi anni ’60. Entrambi i plug-in adottano la tecnologia Unison per modellizzare già nei primi stadi dell’hardware delle Apollo il comportamento delle unità originali in termini di impedenza di ingresso e comportamento del gain. Vengono qui modellizzati i trasformatori di I/O e le valvole di guadagno. Rispetto al moderno modello B, la versione A è meno versatile ma ha un suono ancora più caldo e caratteristico. L’equalizzatore prevede due filtri shelving fissi a 100 Hz e 10 kHz con escursione di +/- 6 dB, mentre il gain di ingresso è impostabile su Low o High. Restano il selettore Mic/Line per emulare il comportamento dei due diversi ingressi, il pad a -20 dB e lo switch per l’inversione di fase del segnale preamplificato.

UA 610-A e 610-B a confronto

La versione 610-A qui presente espande la palette timbrica di questo plug-in già molto coloristico in territori tipicamente vintage, caldi e saturi ma senza distorsione apprezzabile come tale: il suono si imballa ma “non si sfascia” mai, resta compatto e carico. Personalmente è un tipo di rappresentazione sonora che apprezzo molto, soprattutto per il soul, certo rock tradizionale ma anche per dei vocals “in-your-face” tipici dei generi elettronici più gotici quando si ha un cantante da valorizzare rispetto alla freddezza della base strumentale. Sicuramente il 610-A è uno dei più bei preamp della suite UAD, fornendo un suono già lavorato, “production-ready” e come tale dà grande soddisfazione se la voce in trattamento lo richiede. Grandioso anche sul basso elettrico se si vuole avere questo strumento come protagonista.

Occupazione DSP 24% in mono e 46%, sostanzialmente analoga a quella del modello 610-B e valutabile come media, ma poiché di solito lo si usa in tracking per fruire della modalità Unison essa non appare in grado di dare la minima preoccupazione.

 

Teletronix LA‑3A Audio Leveler

Cominciamo ora a vedere i plug-in che sono totalmente propri della Heritage Edition e non sono semplici migliorie rispetto alle versioni Legacy proprie del bundle-base. Questo Teletronix LA‑3A è un compressore ottico del 1969 che discende dal progetto LA-2A ma a differenza di questo impiega stadi di guadagno a transistor e non a valvole. Presentato da UAD come un “punto di crossover” tra la compressione sempre dolce ed eufonica dell’LA-2A e il punch dell’1176, questo LA-3A ha una collocazione in realtà tutta sua e deve essere conosciuto direttamente per apprezzarlo pienamente. Il campo di elezione è sempre quello vocale, ma anche sulle chitarre più dirette ed energiche può dare molto. È inoltre la stessa UAD a suggerirne l’’impiego sui soft-synth, ove certamente può dare una patina eufonica e al contempo vitale senza sconfinare nel calore vintage più ovvio.

I controlli restano quelli, semplici e immediati, dell’LA-2A: la manopola di Gain dosa il livello di uscita per compensare la perdita di segnale introdotta dalla compressione, mentre Peak Reduction lavora sulla soglia di compressione e quindi sull’intensità del trattamento. Uno switch Comp/Lim seleziona il rapporto di compressione 3:1 (Compressor) o ∞:1 (Limiter). Al solito, vista la tipologia di tecnologia di compressione adottata e il fatto che essa è sia dipendente dal livello che dalla frequenza del segnale in transito, tali rapporti sono solo indicativi.

Tipici di questa versione virtuale sono poi i comandi per il Mix tra segnale compresso e segnale diretto, e quello per l’Emphasis che mette il “solito” filtro passa-alto sul sidechain allo scopo di alleggerire il segnale inviato al detector di basse frequenze e rendere così la compressione meno dipendente da esse.

UAD LA-3A

La compressione data da questo plug-in è particolare e non sempre viene in mente di impiegarla: diciamo che va bene quando un LA-2A è troppo lento e un 1176 troppo violento. L’architettura del comp basata di fatto su un unico controllo non ne rende agevolissima la gestione, per cui può essere un ottimo comp su un cantante che ha già un buon controllo e una buona coerenza di emissione, oppure su una chitarra elettrica che è priva di particolari picchi di volume di suo e deve solo essere “energizzata”. Il compressore si rivela efficacissimo per tutte le forme di rock, mentre è assai meno indicato a mio parere per le voci soul e dance. Può invece fare parecchio bene sui vocal della trap se si vuole dare presenza ed efficacia ma senza conferire alcun carattere di eufonicità. “Arma segreta” è una buona definizione per capire LA-3A.

L’occupazione di DSP è pari al 6% in mono e sorprendentemente uguale anche in stereo, decisamente bassa: si presta a essere istanziato su tante tracce contemporanee.

 

Helios Type 69 Preamp & EQ Collection

UAD Helios 69Il nome Helios è poco noto ai non-addetti ai lavori ma contraddistingue un brand britannico di console di mixaggio che hanno fatto la storia del rock degli anni ’70, dai Led Zeppelin ai Pink Floyd. Qui siamo davanti a un channel strip modellizzato secondo. quello della console Type 69, dotato di funzioni di preamp ed equalizzazione, ed equipaggiato in tecnologia Unison per l’emulazione in hardware dell’impedenza e del comportamento non-lineare dei circuiti di preamplificazione.

Viene invece emulata interamente in software la tipica saturazione ferromagnetica degli induttori su cui erano basati i tre filtri dell’equalizzatore interamente passivo, che tanto contribuisce al suono di questo plug-in, nonché del trasformatore Lustraphone posto sull’ingresso Mic.

Sono disponibili un selettore di ingresso Mic/Line e un selettore di Gain del primo stadio di preamplificazione tra 20 e 70 dB. Un tale Gain permette per esempio di usare dei microfoni vintage a nastro e ottenere una preamplificazione “giusta” sia in termini di guadagno che di suono filologicamente corretto. Vi sono poi comandi per invertire la fase, mettere un pad a -20 dB e abilitare/disabilitare l’EQ.

È probabilmente proprio l’equalizzatore a essere il punto di snodo del suono Type 69, visto che il suo design a tre bande passive ha una timbrica unica, personale e parecchio marcata, aggressiva. Il filtro shelving degli alti è fisso sui 10 kHz, può attenuare fino a 16 dB ed esaltare fino a 12. La cosa interessante è che gli step di boost/cut sono di 4 dB l’uno: sono quindi esclusi i “tocchi leggeri” di equalizzazione e si è invece in territorio di interventi marcati ed evidenti.

Il filtro peaking dei medi è impostabile su otto frequenze comprese tra i 700 e i 6.000 Hz e ha uno switch che ne determina il funzionamento in attenuazione (fino a -9,9 dB) o esaltazione (fino a +15 dB). La campana di filtraggio è inizialmente morbida, ma si appuntisce per livelli più spinti di esaltazione.

Il filtro dei bassi infine è molto particolare: se si seleziona una delle frequenze di taglio di 60/100/200/400 Hz esso ha un comportamento peaking con esaltazioni possibili per un massimo di 15 dB. Se invece si sceglie una delle posizioni della manopola con indicazione in dB, allora il filtro si trasforma in shelving con taglio a 50 Hz.

Sicuramente siamo davanti a un’unità dal comportamento particolare e che non è di impiego universale, ma ha gran carattere e soprattutto fornisce un approccio all’equalizzazione non convenzionale e molto gustoso. Può dare moltissimo sulle voci, ove vi darà automaticamente una patina da cantante-superstar: la voce si proietta in avanti, diventa ricca ma al contempo riprodotta, quasi vinilica o radiofonica, con un timbro complessivamente molto bello e adatto sia al cantato rock che a quello più intimista. L’equalizzazione a scatti decisi asseconda questo comportamento e complessivamente delinea un channel strip che certamente non useremo quando siamo alla ricerca di timbriche neutre e naturali, ma al contrario personali e caratterizzate. A me questo poco conosciuto Helios è piaciuto molto e ritengo che dia gran valore al pacchetto Heritage.

Peso DSP del 44% in mono e 73% in stereo, decisamente elevato. Usatelo in tracking, ma dopo aver imparato a conoscerlo ché altrimenti stampate un colore alla ripresa che poi non riuscirete più a togliere.

 

V76 Preamplifier

Definito da UAD come “il più pregiato preamplificatore microfonico mai prodotto” il tedesco V76 era un dispositivo valvolare del 1954 realizzato dalla piccola azienda TAB evolvendo un progetto generalmente accreditato a Telefunken ma in realtà opera del Rundfunktechnische Institut (RTI) di Amburgo. Il suo impiego iniziale fu in ambito radiofonico e consisteva in moduli da inserire in grandi console di trasmissione dall’aspetto assai diverso da come lo immaginiamo oggi. In seguito tali moduli hanno cominciato a girare nell’ambiente del recording e oggi sono ricercatissimi grazie a una qualità costruttiva elevata e un suono che viene giudicato stellare nella sua pulizia.

UAD V76

Quando immessa in insert su un ingresso di Console, la replica UAD ovviamente fa uso della tecnologia Unison per modificare le caratteristiche elettriche degli ingressi fisici delle Apollo attraverso il colloquio bidirezionale tra plug-in e preamplificatore hardware. Questo consente alla replica di variare la sua impedenza e risposta in frequenza al variare del gain impostato, e al contempo di adattarsi pressoché a qualsiasi microfono si abbia a disposizione grazie ai 76 dB di guadagno complessivo.

In una ricerca spasmodica di skeumorfismo, il plug-in riporta sul suo pannello virtuale le scritte in tedesco della macchina originale, ma esiste opzione per averle anche in inglese. Si può selezionare tra ingresso micro o linea (cambia solo il gain ma non le caratteristiche del circuito), invertire la fase, impostare il gain tra 3 e 76 dB con 12 step e infine attivare due filtri (passa-alto tra 80 e 300 Hz, passa-basso a 3 kHz). Riguardo alla sezione di uscita si regola il suo gain tra -∞ e +12 dB che non agisce sulle caratteristiche timbriche del modulo, e si seleziona l’azione del level meter tra ingresso e uscita.

Il set di controlli è dunque analogo a quello di tanti altri pre ma ciò che fa qui la differenza è il suono: grande, rotondissimo, con una punta di “pancia” sui medio-bassi che può aiutare sia le voci maschili più asciutte che quelle femminili, è di gran classe. Si rivela tridimensionale, levigato e naturale, forse dà il meglio con microfoni di scuola timbrica tedesca e non di indole secca o asciutta. Come tutti i preamp qui presenti non è universale, ma offre un colore bello e naturale che vale la pena di provare sul cantante in quel momento in studio.

Ultima nota per il carico sui DSP: un’istanza mono vale il 29% mono 58% stereo e quindi si tratta di un plug-in dal consumo abbastanza elevato di risorse.

 

Oxide Tape Recorder

Gli effetti di compressione dinamica e distorsione armonica crescenti in funzione del livello introdotti dai registratori analogici a nastro sono molto popolari oggigiorno, e quindi bene ha fatto UAD a includere nel bundle Heritage un plug-in che si faccia carico di offrire questo tipo di trattamento. Benché il plug-in non emuli dichiaratamente nessun master o multitrack recorder, esso si presta a essere inserito su ogni traccia del mix per dare calore e punch. Oxide inoltre può essere usato sul master per dare il tipico effetto “glue” tipico di una registrazione su nastro magnetico un po’ imballata.

Sono modellizzati sia l’effetto dei circuiti elettronici di preamplificazione di un registratore analogico, sia la saturazione del nastro magnetico vera e propria. È inoltre disponibile l’effetto di una registrazione a 7,5 e 19 ips (inch per second), nonché quello dell’equalizzazione NAB o della CCIR. Il rumore di fondo del nastro magnetico, nella tipica conformazione di soffio (“hiss”) è naturalmente presente nel segnale di uscita ma è anche eliminabile su desiderio dell’utente.

UAD Oxide

L’ammontare di saturazione/compressione operata dal nastro magnetico si dosa col comando di Input perché spingendo più in alto il livello di registrazione il nastro satura di più e prima. All’ascolto il grado di vivacità che Oxide è in grado di apportare al mix è molto buono: la velocità di 15 ips suona più naturale come è giusto che sia, mentre quella di 7,5 ips impacca di più il suono conferendo una patina artificiale ma piacevole. Con l’equalizzazione CCIR il basso si alleggerisce un po’ e l’estremo acuto diventa più aperto e arioso, mentre la NAB è più carica di bassi e dall’effetto complessivo un po’ più “gommoso”. In ogni caso, rispetto al plug-in disattivato, la sensazione è sempre quella di un certo grado di artificiosità, di suono volutamente vintage ma non per questo scuro o lento: pensatelo come il suono di un buon vinile. Per iniziare a sperimentare con la saturazione da nastro magnetico, Oxide è un ottimo starting point.

Il peso DSP in mono è dell’11% e del 17% in stereo: non sono di per sé valori particolarmente elevati, ma tali da impedire di usare Oxide in massa su progetti di 20/30 tracce. Meglio dunque dosarlo su singole tracce (per esempio, di chitarra o piano), oppure su gruppi come quelli di drums e cori.

 

Pure Plate Reverb

UAD Pure PlateIl riverbero a piastra è un grande classico che da sempre ha il suo utilizzo di eccellenza sulla voce. Questo plug-in non emula nessun modello di hardware del passato ma permette un ottimo livello di personalizzazione dei parametri classici di un Plate Reverb. Un filtro passa-alto elimina gradatamente le frequenze basse (fc tra 90 e 180 Hz con una pendenza di 12 dB/Oct) allo scopo di alleggerire e così “de-impastare” il suono riverberato. Un predelay stacca la coda di riverbero dal segnale principale introducendo tra queste due realtà sonore un ritardo tra 0 e 250 msec. Infine, il comando di decadimento vero e proprio va da 0.5 a 5,5 secondi.

Sono disponibili controlli di tono per bassi e alti al fine di colorare dolcemente il campo riverberato, un parametro Mix per dosare segnale diretto e segnale wet e l’utile comando Wet Solo che permette il solo segnale di riverbero per apprezzarne colore, durata e pasta. Da un punto di vista sonoro il plug-in è quello che forse mi ha convito di meno all’interno del bundle: il suo suono è sempre molto usabile e può trovare spazio in tante produzioni ma rispetto ai migliori algoritmi di plate reverb rimane sempre un po’ bidimensionale e poco vivace. C’è un filo di alone sui bassi che fa parte della timbrica di questo riverbero, e la coda non si sgrana nemmeno per tempi di decadimento elevati. La prestazione è quindi valida e molto lavorabile, ma appena un po’ impersonale.

Il peso DSP è del 16% in mono e anche in stereo, tale da suggerirne l’uso in due/tre istanze in fase di mixdown e non di più. Del resto, se usaste più di tre ambienti in un mix probabilmente otterreste un campo sonoro caotico, per cui va bene così.

 

Conclusioni

Con la Heritage Collection si può ben dire che l’acquirente di una interfaccia audio Apollo X la tira fuori dalla scatola, autorizza i plug-in forniti e ha già praticamente tutto quel che gli serve per lavorare: ha dei preamp importanti, sia colorati che trasparenti, e riesce a sfruttare a fondo l’interazione hw/sw permessa dalla tecnologia Unison; ha due amp simulator per trattare chitarre e bassi; ha quattro suite di compressori (1176, LA-2A, LA-3A, Fairchild 670) che rappresentano quasi tutto ciò che di fondamentale è stato fatto in questo campo; ha dei buoni EQ, un valido delay e due buoni riverberi. Infine, per il mastering c’è l’emulazione di nastro magnetico e torna in campo il Fairchild, anche se sicuramente è proprio questo il comparto ove l’indirizzo timbrico del pacchetto UAD è di più “a senso unico”: oggi si possono desiderare tool di mastering anche meno vintage e più trasparenti, e per averli bisognerà mettere mano ai plug-in opzionali.

Certo, nel mondo di oggi in cui siamo abituati a mixare con centinaia di plug-in diversi contemporaneamente questo può sembrare non abbastanza, ma vi garantisco che qui c’è davvero tutto ciò che serve per lavorare davvero. Poi sicuramente potremo desiderare ulteriori channel strip di caratteri ben definiti (API, Neve, SSL), chorus e delay particolari, dei comp speciali e verticali come per esempio il Distressor e degli EQ di paste personali: del resto il catalogo UAD è lì apposta per soddisfare qualsiasi esigenza in questo campo. Ma ripeto, la base è già ottima e i plug-in della Heritage Edition completano alla grande le interfacce Apollo X permettendo di toccare con mano la qualità e soprattutto l’utilità dei tanto decantati “plug-in UAD”.

Per una dotazione base fornita insieme all’hardware, questo è tantissimo.

 

Per informazioni: https://midiware.com/marchi/producer/66-universal-audio

 

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 1200 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.