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Arturia AudioFuse X8 IN: otto ingressi in più per la vostra DAW a prezzo da urlo

Quando avete finito gli ingressi per synth e drum machine sulla vostra interfaccia audio, un convertitore A/D a otto canali con uscita ADAT è esattamente quello che vi serve. Se poi la conversione è pulitissima e il prezzo davvero basso…

 

Il nuovo Arturia AudioFuse X8 IN è un convertitore analogico/digitale (in sigla ADC) a otto ingressi analogici di livello unicamente linea, che esce in digitale su protocollo ADAT Lightpipe. Questo tipo di prodotti si usa per espandere il numero di canali di ingresso di una interfaccia audio o di un mixer digitale preesistenti, in quanto AudioFuse X8 IN non ha la capacità di parlare direttamente col computer. Sul suo pannello posteriore infatti non troverete nessuna porta di tipo “informatico”, che sia USB, Thunderbolt o altro.

Il prodotto ha debuttato sul mercato nella seconda metà del 2024 in abbinamento all’altro modello della serie, denominato AudioFuse X8 OUT che è basato specularmente sullo stesso principio di funzionamento e utilizzo ma è un convertitore digitale/analogico (DAC) con input ADAT e uscite analogiche e quindi serve a espandere il numero di output fisici di un sistema digitale.

In questo articolo esamineremo naturalmente il prodotto in maniera approfondita, ma prima faremo un recap importante sui convertitori ADAT, su quali esigenze soddisfano e su come si integrano in un sistema preesistente. In questo senso, molte delle considerazioni esposte di seguito potranno essere applicate all’intera categoria dei convertitori con uscita ADAT per un uso più consapevole e di successo di questo tipo di prodotti, specialmente da parte di chi negli anni ’90 non era ancora coinvolto in questo settore e quindi non conosce in profondità il formato sviluppato da Alesis.

Ne esce dunque un articolo un po’ più lungo di un normale test di prodotto: se la teoria non vi interessa potete saltare direttamente qui alla descrizione dell’AudioFuse X8 IN, mentre se invece volte approfondire i perché e percome di questo tipo di soluzioni basta che continuiate a leggere di seguito 😊

 

Un convertitore ADAT: perché?

Nel mondo della produzione musicale su DAW ci sono sostanzialmente due sole soluzioni per lavorare contemporaneamente con tanti strumenti fisici (synth, drum machine, campionatori) e usarli insieme senza ricorrere a un continuo e penoso attacca-stacca dei loro cavi:

1) si usa un mixer analogico con tanti ingressi, si fanno i livelli lì e poi si manda la sua uscita a due canali all’input stereo di una interfaccia audio, oppure

2) si usa un’interfaccia audio multiporta alla quale collegare direttamente tutte le uscite dei propri synth, e poi si mixa il segnale già digitalizzato tramite il mixer virtuale della DAW.

La soluzione 1) ha il vantaggio di consentire un intervento fisico immediato sui gain, panpot e livelli di ciascun canale, e se il mixer ha delle channel strip complete è anche possibile fare lì equalizzazione e mandate agli effetti esterni. Un altro vantaggio è dato dal fatto che una buona interfaccia audio con due soli input costa considerevolmente meno di una con otto o più ingressi di uguale qualità. Lo svantaggio enorme in compenso è dato dal fatto che si entra nella DAW con un segnale già mixato, ove tutti gli strumenti sono mescolati e non si può più intervenire individualmente su ciascuno di loro. La soluzione è quindi buona in fase di composizione e produzione, ma assai meno in recording.

È per questo che, ormai da diversi anni, molti musicisti hanno adottato la soluzione 2), ovvero quella di avere un’interfaccia audio con tanti ingressi, convertire separatamente in digitale l’uscita analogica di ciascuno strumento fisico e quindi trattarla come traccia separata sin dall’inizio all’interno della DAW. Qui vantaggi e svantaggi riflettono specularmente quelli della soluzione precedente: usando il mixer virtuale della DAW si perde la gestione fisica di gain, EQ e livelli (anche se si può sempre ovviare con un DAW-controller dedicato…) ma in cambio si guadagna la possibilità di intervenire separatamente sul suono di ciascuno strumento, anche a posteriori, con tutti i controlli del mixer della DAW e anche coi suoi n-mila plug-in. Il vero problema però è che tanti ingressi A/D di qualità costano, e che comunque anche se si prende una interfaccia audio a otto porte essi finiscono presto, soprattutto considerando che molti strumenti elettronici odierni escono in stereo e che quindi otto input accomodano appena le quattro coppie di stereo-out di altrettanti synth. Se poi avete una batteria elettronica con le uscite separate, il problema è ancora più acuto.

Volendo restare sulla soluzione 2, si può allora aggiungere una seconda interfaccia audio per aumentare gli ingressi disponibili sulla prima, ma anche qui la strada è in salita:

  1. ci sono problemi di costo, che raddoppia;
  2. sono pochi i produttori che permettono di creare sistemi in cui più esemplari della stessa interfaccia audio possono lavorare insieme come se fossero un unico device (tra questi per es. UAD Apollo, MOTU), mentre negli altri casi occorre usare sistemi più o meno accrocchiati che rimettere in sync il segnale digitale di più clock (come per esempio i famigerati driver ASIO4ALL su Windows) o anche nativi come l’Aggregated Device del mondo Mac (che tuttavia ha anch’esso un costo in termini di processing per permettere tale re-sync).

La soluzione a tutto ciò può dunque arrivare da un convertitore A/D con uscita ADAT. Il prerequisito naturalmente è che la vostra interfaccia audio disponga di un ingresso ADAT cui collegarlo: i modelli più economici di oggi purtroppo spesso non ce l’hanno, ma per esempio già la diffusissima Audient iD14 da 200 € ne è dotata.

Se poi avete un’interfaccia un po’ vecchiotta e quindi con convertitori più datati e meno performanti di quelli odierni si apre un altro scenario: un convertitore A/D con porta ADAT di fresca progettazione può essere l’occasione per rimetterla in pista aggiornandone le qualità di conversione, e anche questa è una possibilità da non sottovalutare.

 

Sì, ok ma… Cos’è l’ADAT?!?

Oggi si parla spesso di “preamplificatori ADAT” o “convertitori ADAT”, ma talvolta si dimentica che l’ADAT era un registratore digitale multitraccia presentato nel 1991 da Alesis. La stessa sigla che definisce il formato è infatti l’acronimo di “Alesis Digital Audio Tape” e identifica un formato digitale che usava una singola videocassetta S-VHS per registrare otto canali di audio campionato a 48 kHz su 16 bit. All’epoca fu un successo pazzesco perché, pur costando l’equivalente attuale di alcune migliaia di Euro, prima di esso chi voleva registrare su multitraccia digitale aveva a disposizione solo le macchine negli standard DASH (sviluppato da Sony) e ProDigi (sviluppato da Mitsubishi). Questi ultimi erano registratori strettamente professionali, grandi come una lavatrice e costosi come un appartamento, mentre invece l’ADAT era alla portata dei nascenti project-studio.

Lo storico Sony PCM-3324 in formato DASH (fonte: Sony)
Lo storico Sony PCM-3324 in formato DASH (fonte: Sony)

La cosa bella dell’ADAT è che sin da subito esso fu progettato per creare sistemi di registrazione modulari che andassero oltre le otto tracce del singolo recorder: questo avveniva grazie alla possibilità di mettere in stack più unità ADAT, sincronizzarle tra loro, gestirle da un unico Remote Control e creare così un registratore virtuale a 16, 24 o più tracce, fino a un massimo teorico di 128.

L'Alesis ADAT originale del 1991
L’Alesis ADAT originale del 1991

Per consentire il riversamento dei segnali audio tra più unità ADAT venne sviluppato un protocollo di connessione ad hoc, il cosiddetto ADAT Lightpipe: questo si basa su un collegamento in fibra ottica capace di portare otto canali di audio digitale fino a 48 kHz con profondità di codifica fino a 24 bit. Su questo cavetto viaggia inoltre anche il segnale di clock, strettamente indispensabile in un sistema digitale modulare articolato su più box in quanto nell’audio digitale è tassativo che una sola macchina sia il Master Clock e tutti gli altri si sincronizzino su di essa, pena altrimenti severi artefatti digitali.

Negli anni i registratori ADAT si sono evoluti, prima passando agli ADAT Type II a 20 bit di risoluzione (1998) e poi a 24 bit (2002) con l’impiego di un hard disk come medium di registrazione al posto della videocassetta. In seguito però l’ADAT si è estinto col dilagare della registrazione su computer PC o Mac.

Se il registratore ADAT oggi non esiste più, del cumulo di invenzioni che hanno reso possibile il fenomeno “ADAT” una è però rimasta, ed è appunto il protocollo di trasporto di otto canali digitali su fibra ottica denominato ADAT Lightpipe. Si tratta di una soluzione pratica, affidabile ed economica ancora oggi: il Lightpipe usa lo stesso connettore ottico precedentemente impiegato nei collegamenti S/PDIF e denominato TOSlink. Un cavo in tale formato costa ormai pochi Euro, è sottilissimo e flessibile, consente un collegamento punto-punto tra due apparecchi senza bisogno di apparati intermedi (quali per esempio i router tipici dell’audio su IP) e quindi risulta estremamente più pratico rispetto a un trasporto analogico su rame o ad altri formati digitali.

Arturia AudioFuse 8X IN - un cavo in fibra ottica terminato TOSlink

By Hustvedt – Template:One, CC BY-SA 3.0, Link

Un limite congenito al formato iniziale è che esso era stato pensato per portare segnali a SR non più alte di 48 kHz. Tale limite però è stato brillantemente superato con lo sviluppo da parte della Sonorus di una tecnica di multiplexing che splitta un flusso di otto segnali audio a 88,2 o 96 kHz di SR su due separati cavi Lightpipe. Questo collegamento è denominato S/MUX, e naturalmente per essere impiegato deve essere presente su entrambe le macchine che partecipano alla connessione.

 

Creare un sistema con convertitori ADAT: cosa c’è da sapere

Utilizzare un convertitore A/D o D/A in formato ADAT insieme a una interfaccia audio è semplice, ma ci sono alcune cose da sapere per ottenere i migliori risultati

Primo, i dispositivi di ingresso possono essere semplici convertitori ADAT che appunto effettuano la delicata conversione A/D e poi forniscono il segnale digitalizzato su porta Lightpipe, ma non hanno nessuna preamplificazione a bordo e quindi sono adatti a ricevere in ingresso solo segnali di linea (quali per esempio le uscite di strumenti, mixer, outboard): questo è appunto il caso di Arturia AudioFuse 8X IN. Altri prodotti concorrenti invece hanno anche uno stadio analogico di preamplificazione microfonica prima di quello di conversione e quindi si parla appropriatamente di preamplificatori ADAT.

Questa seconda categoria di apparecchi può far gola a chi deve microfonare tanti strumenti (per esempio un gruppo jazz o rock, o una ripresa multimicrofonica di batteria) e poi registrarli in digitale, ma paradossalmente per chi non usa microfoni e  vuole registrare segnali solo linea un preamplificatore ADAT potrebbe essere meno preferibile rispetto a un convertitore puro come questo Arturia: nei preamp accade infatti molto spesso che il circuito di preamplificazione microfonica venga attraversato dal segnale sia che si entri dal connettore Mic che da quello Line. Lo so che è sorprendente ma spessissimo è così, e come stanno davvero le cose ce lo dice solo lo schema a blocchi del singolo apparecchio. Se guardiamo per esempio il block diagram di un pre-ADAT Audient ASP800, vedremo come il segnale Line sia solo attenuato rispetto a quello Mic ma poi passi attraverso lo stesso preamp (il circuito racchiuso nel triangolo, nell’illustrazione sottostante):

Audient ASP800 - block diagram ingressi

Questo stadio di preamplificazione, per quanto accurato e ben fatto sia, è sempre e comunque un circuito in più, suscettibile di iniettare rumore di fondo e di introdurre un po’ di distorsione, togliendo di fatto un filo di trasparenza anche al nostro segnale di linea. Nella scelta di un convertitore ADAT bisogna dunque pesare l’eventuale esigenza di poter gestire anche segnali microfonici con quella di scegliere prodotti che offrano il percorso circuitale più breve possibile, altrimenti se si vogliono solo ingressi linea è meglio andare su un convertitore puro come quello qui in esame, o almeno su un preamp in cui l’ingresso Line bypassi realmente lo stadio del pre-micro.

Secondo, la qualità della conversione A/D del pre o convertitore che si sceglie è quella che marcherà indelebilmente la qualità sonora dei segnali che ci passano attraverso. Ho visto per esempio persone che come interfaccia audio usano una UAD Apollo, e poi la espandono con un pre-convertitore ADAT di livello nettamente inferiore quale il Behringer ADA8200. Qualcuno, per quanto assurdo possa sembrare ai professionisti che stanno leggendo, crede che la qualità della Apollo influenzerà in qualche modo il segnale in ingresso agli otto input del Behringer, ma ovviamente non è così: ciò che passa per quegli otto ingressi Behringer viene convertito in digitale con il rapporto S/N, la distorsione e in definitiva la qualità sonora intrinseca di quegli ingressi. Pertanto la mia raccomandazione è quella di scegliere un convertitore ADAT che sia all’altezza dei canali audio della interfaccia principale, altrimenti si butta giù il livello qualitativo medio di cui è capace il proprio set-up.

Come detto sopra però questo fatto, opportunamente ribaltato, può essere sfruttato a proprio favore nel caso si disponga di un’interfaccia audio anzianotta e quindi dotata di convertitori ormai superati: collegandoci un convertitore ADAT di ultima generazione come questo Arturia le sue performance audio verranno aggiornate a un livello attuale e se ne potrà evitare la sostituzione tout-court.

Terzo, bisogna fare attenzione ai collegamenti: anzitutto bisognerà affrontare il tema del clock perché tra convertitore ADAT e interfaccia audio uno solo di loro due può fare da master e l’altro deve essere impostato come slave. La scelta di quale apparato usare come Master Clock può non essere facile da fare a orecchio: un clock più stabile può tradursi in un suono più a fuoco e più “fermo” dal punto di vista spaziale e in una maggiore precisione ai transienti, ma stiamo parlando di sfumature che sono immediatamente discernibili solo da ascoltatori dall’orecchio esigente. In linea di massima si potrà usare questo convertitore Arturia come Master Clock se esso verrà collegato a una interfaccia audio vecchiotta, mentre sarà meglio usarlo come Slave se l’interfaccia è viceversa recente e di alto livello perché si può presupporre che abbia un clock interno di elevata qualità. In questo secondo caso sarà necessario provvedere a collegare il Word Clock Out della interfaccia che farà da master al BNC Word Clock In di questo Arturia, e poi impostare di conseguenza i due apparecchi in modo che ciascuno di essi sappia chi è il master e chi lo slave: nell’AudioFuse 8X IN si agirà sul commutatore presente sul frontale mentre nella interfaccia audio master si agirà probabilmente sul suo pannello di controllo software dal quale si gestiscono le sue impostazioni. Va in ogni caso assolutamente evitato di avere più di un master in un sistema di più apparati digitali, pena l’insorgere di artefatti più o meno severi quali scoppiettii e anomalie nel flusso audio. Sempre sul fronte dei collegamenti digitali con certe interfacce audio, bisogna fare attenzione a “spiegare” al loro software di gestione che il segnale che sta arrivando all’ingresso della porta TOSlink è in formato ADAT e non S/PDIF. Infatti alcune macchine possono gestire entrambi i formati, e allora serve una impostazione nel loro pannello di controllo per indicare all’hardware come interpretare il flusso digitale in ingresso: proprio recentemente in un gruppo Facebook ho letto del caso di un utente che “Non mi funziona l’ADAT” e poi era questione appunto di impostare correttamente questo parametro.

Come quarto punto veniamo ora alla questione dei collegamenti in funzione della frequenza di campionamento adottata: come detto sopra, se si lavora sempre a 44,1 o 48 kHz di sampling rate è sufficiente connettere l’ADAT Out di questo Arturia all’ADAT In della interfaccia audio con un singolo cavetto di fibra ottica, ma se si prevede di usare SR di 88,2 o meglio 96 kHz bisogna abilitare il collegamento S/MUX che impiega due cavetti complessivi per portare otto canali. Anche questo aspetto potrebbe richiedere di essere impostato ancora una volta dal pannello di controllo della vostra interfaccia.

Infine al quinto punto viene l’eterna diatriba bilanciato/sbilanciato: poiché questo convertitore Arturia ha gli ingressi bilanciati – come del resto la gran parte dei prodotti di questa categoria – è opportuno usare i collegamenti bilanciati ogni volta che si può. Va smontato quel luogo comune che vorrebbe i collegamenti bilanciati utili solo se i cavi sono lunghi, perché il bilanciato offre (quasi) sempre 6 dB di livello in più e un segnale in generale “più sano”, più pulito e tonico anche con collegamenti brevi. È però indispensabile ricordare che un collegamento bilanciato si ottiene solo se tutta la catena sorgente/cavo/destinazione è configurata in tal senso, mentre se invece la sorgente (per esempio un synth) ha solo uscite sbilanciate non sarà mai possibile ottenere un collegamento bilanciato neanche usando cavi a tre conduttori e connettori TRS collegati a ingressi bilanciati.

Potrebbe dunque essere utile affiancare questo Arturia AudioFuse 8X IN a una patch-bay dotata di connettori bilanciati e connettere i due apparecchi tra loro con cavetti jack TRS. In questa maniera sarà possibile fare collegamenti bilanciati in ingresso all’AudioFuse ogniqualvolta si attaccherà alla patch-bay una macchina con output bilanciato, mentre il collegamento resterà sbilanciato se collegherete un synth o una drum machine con tale tipo di configurazione di uscita.Arturia AudioFuse X8IN - vista laterale

Arturia AudioFuse 8X IN – l’hardware

Dopo che ci siamo soffermati in dettaglio su cosa è un convertitore ADAT e come si usa al meglio, adesso è arrivato finalmente il momento di andare a conoscere più da vicino questa unità Arturia. Come detto in apertura si tratta di un convertitore da analogico a digitale (A/D) con otto ingressi bilanciati di livello solo linea e uscita solo ADAT su connettore TOSlink.

Da un punto di vista meccanico siamo davanti a una box nera alta 1U rack e caratterizzata in larghezza dal formato denominato half-rack. Questa scelta non è casuale perché il costruttore ha previsto un montaggio in un mobile rack standard di due esemplari affiancati di 8X IN per fare un sistema a 16 canali di input, oppure di un 8X IN più un 8X OUT per configurare un sistema 8 In/8 Out. Sul fondo di ciascuna unità vi sono infatti avvitate una delle due alette necessarie al fissaggio in rack, e poi una piastrina destinata a vincolare meccanicamente le due box in modo da trasformarle in un tutt’uno meccanicamente solidale, un monoblocco largo 19” e alto 1U.Arturia AudioFuse X8IN - l'hardware per il montaggio a rack

Chi invece non sceglierà questo tipo di installazione può contare su una bella box piccola, pulita e compatta dotata di piedini antiscivolo in una sfiziosa gomma arancione. La cosa è importante perché con tanti cavi collegati che potrebbero tirare col loro peso, un fondo antiscivolo è d’uopo.

Il frontale è semplice ma ha tutto quello che serve in un prodotto di questo tipo: anzitutto ogni canale ha a disposizione un LED che fa da elementare level meter. Esso si illumina di verde per ampiezze del segnale in ingresso tra -60 e -6 dBFS, a indicare che finché siete sul verde vuol dire che il segnale c’è e va bene. A -6 dBFS il LED diventa arancione, a segnalare che il segnale è ancora pulito ma ci si sta avvicinando alla zona della temuta saturazione digitale. A 0 dBFS infine il LED diventa rosso, a indicare che si è in overload.

Arturia AudioFuse X8IN - Il pannello frontale

Non ci sono comandi di gain per ottimizzare il livello in ingresso al chip di conversione e permetterne quindi una regolazione fine, ma c’è comunque un comando Pad che attenua di -12 dB il segnale in input impedendo di saturare il convertitore anche con segnali particolarmente “hot”. Tale pad può essere ingaggiato separatamente per ciascuno degli otto canali (non c’è quindi bisogno di metterlo simultaneamente su tutti) grazie alla combinazione di due tasti-freccia che selezionano il canale da attenuare e di un tasto Pad che è quello che inserisce la effettiva attenuazione.

Un ulteriore tasto Link permette di abbinare tra loro le coppie 1/22, 3/44, 5/6, 7/8 in modo che l’eventuale applicazione del pad su uno dei due canali contigui si applichi anche sull’altro: in pratica si userà la funzione Link per connettere a due canali di AudioFuse 8X IN un apparecchio con un’uscita stereo, che quindi si vuole trattare come una cosa unica.

 

Il pannello connessioni

Arturia AudioFuse 8X IN ha un pannello posteriore semplice ma completo e razionale: anzitutto gli otto input sono su altrettanti jack TRS da ¼”, capaci quindi di accettare sia segnali bilanciati con un collegamento TRS che segnali sbilanciati con un collegamento TS. Non ci sono porte XLR, che avrebbero preso spazio e sarebbero state meno adatte a collegare strumenti, né connessioni su DB-25 che poi costringono a usare costosi adattatori (le cosiddette “fruste”).

Arturia AudioFuse X8IN - Il pannello posteriore

Vi sono poi le due prese TOSlink per l’uscita in formato ADAT Lightpipe degli otto canali dopo la conversione in digitale: se si lavora a 44,1 o 48 kHz bisognerà usarne solo la prima, mentre se si lavora a 88,2 o 96 kHz serviranno tutte e due per un collegamento S/MUX.

La porta Word Clock In su BNC serve per far entrare il segnale di clock dall’interfaccia master se questa sarà la scelta che farete, e in tal caso un utile deviatore a slitta permette di selezionare l’impedenza di carico di 75 Ohm o Hi-Z del circuito che si va a creare. Tale slitta è una finezza perché permette l’impiego dell’AudioFuse 8X IN non solo come anello terminale di una catena di clock ma anche come apparato messo lungo una linea che porti il clock a più apparati-utenti. Naturalmente la scelta se usare questo convertitore Arturia come master e quindi propagare il suo segnale di clock ad altri apparecchi digitali, o al contrario usarlo in slave e derivare il clock dall’esterno tramite il connettore BNC dipende dalla qualità del clock degli altri apparecchi in questione. In questo senso nulla e nessuno possono darvi regole generali, per cui se utilizzerete l’AudioFuse 8X IN in sistemi ove potete scegliere quale sia la sorgente di clock il mio invito è quello di condurre delle prove di ascolto in prima persona. Non saranno prove facili e tali da condurre a risultati immediati e macroscopici in quanto distinguere la qualità di diverse sorgenti di clock è cosa da orecchie allenate, ma nondimeno vale la pena di provare la combinazione che nella vostra configurazione conduce ai risultati migliori.

Menzione finale per l’alimentatore: esso è esterno e molto robusto, e si collega alla box Arturia con un collarino a vite per prevenire indebiti distacchi. L’assorbimento di un convertitore a otto canali è tale che i progettisti non hanno ritenuto opportuno pensare a una alimentazione via USB, e difatti il PSU fornito in dotazione ha un’uscita di 15 Volt DC con portata di 2 A.

 

I livelli di riferimento dell’AudioFuse 8X IN

Abbiamo parlato sopra di pad a -12 dB, ma qual è la effettiva sensibilità di ingresso di questo convertitore Arturia? Guardate che è un tema importantissimo in un apparecchio come questo che non ha preamplificazione ed è (quasi) privo di controlli di livello, perché da questo aspetto dipende “quanto bene” si sfrutta realmente tutta la gamma dinamica che offre il convertitore senza entrare troppo bassi, e quanto viceversa si è protetti dall’overload digitale.

In effetti non è immediato capire quale sia il livello di riferimento dell’AudioFuse 8X IN perché le specifiche parlano di un Maximum Input Level di +24 dBu in condizioni di “min. gain”. Si può quindi dedurre che lo 0 dBFS digitale si raggiunga, a pad inserito, con un segnale analogico in ingresso di ampiezza di 24 dBu, mentre con pad disinserito – e quindi in condizioni operative normali – lo 0 dBFS digitale si ottenga con un segnale analogico di +12 dBu ai jack di ingresso.

Questo, oltre a smontare per l’ennesima volta l’incauta affermazione per cui “-18 dBu in analogico corrispondono allo 0 dBFS digitale”, dimostra che i costruttori tarano di volta in volta la sensibilità di ingresso dei loro apparati digitali in funzione del ruolo che andranno a ricoprire nel contesto di loro riferimento. In altre parole, il costruttore ritiene che deve essere pienamente possibile raggiungere il massimo livello di modulazione digitale col segnale analogico più tipico che si presenterà a quell’apparecchio.

Nel caso di un convertitore come questo, che è pensato soprattutto per i musicisti, deve essere possibile arrivare nei dintorni dello 0 dB digitale con il tipico livello di segnale in uscita da synth, drum machine e apparati di questo tipo, e il progettista ha quindi valutato che tale livello sia posto a +12 dBu.

È quindi necessario ribadire una volta di più che è assolutamente infondata da un punto di vista tecnico la raccomandazione di registrare a -18 dBFS perché quello è semplicemente il punto in cui diversi (ma non tutti!) sviluppatori di plug-in hanno posizionato lo 0 VU delle loro emulazioni hardware e non ha niente a che fare con la fase di conversione A/D che invece avviene nel mondo fisico. In quest’ultimo ambito rimane sempre opportuno far lavorare i convertitori il più vicino possibile allo 0 dBFS se si vuole sfruttare tutta la loro gamma dinamica e soprattutto minimizzare rumore e distorsione.

Chi afferma che questa pratica sia “old school” e risalga al mondo dei 16 bit, mentre oggigiorno con 24 bit di codifica questo non sarebbe necessario “perché tanto non dobbiamo registrare jet al decollo”, probabilmente ignora che i 144 dB di dinamica offerti dai 24 bit sono solo teorici, ovvero rappresentano ciò che da un punto di vista matematico sarebbe possibile ottenere se i chip di conversione e più in generale tutti i circuiti del mondo reale fossero perfettamente uguali al modello della teoria.

Nella realtà invece ci scontriamo col fatto che anche un prodotto aggiornato e di prestazioni elevate come questo, e che pur sfrutta un chip ADC di recente progettazione e alta gamma come l’Ashai Kasei AK5578EN, è accreditato di un tappeto di rumore + distorsione armonica (THD+N) posto a -112 dB con tutta la pesatura A. In altre parole questo vuol dire che anche con un chip aggiornato come questo si ha una risoluzione-equivalente di circa 18,6 bit (ENOB, Effective Number of Bits) altroché 24! Se quindi entriamo con segnali troppo bassi ci avviciniamo gradatamente al tappeto di rumore e sprechiamo inutilmente risoluzione utile del segnale registrato. Il degrado di prestazioni non è niente di drammatico se registriamo anche a -20 dBFS, per carità, ma se con un po’ di accurato gain staging si può spremere la massima risoluzione del proprio hardware e al contempo evitare la saturazione, perché non farlo?

Se tali cifre e tali evidenze vi sorprendono, pensate che un tempo le cose erano ancora peggiori: una interfaccia blasonatissima come la RME FireFace 800 aveva una prestazione dichiarata di (THD+N) di -104 dB, quindi ben 8 dB peggiore di questo piccolo ed economico convertitore Arturia. Con una prestazione come quella della RME FF800 la massima risoluzione-equivalente in A/D diventa di poco più di 17 bit reali: quando affermo che in 20 anni le interfacce audio e i prodotti di conversione sono andati avanti e che i prodotti di allora, benché ancora perfettamente funzionanti, sono largamente superati dai prodotti attuali, mi riferisco proprio a questi dati prestazionali.

Tornando al nostro Arturia AudioFuse 8X IN, poiché qui non ci sono controlli di gain in ingresso l’ideale per sfruttare al meglio la risoluzione effettiva di conversione sarebbe che il segnale analogico che presentiamo ai suoi jack fosse in grado di arrivare ad almeno circa -10 dBFS in digitale. I miei test condotti con diversi strumenti elettronici hanno infatti indicato che tipicamente l’uscita di questa tipologia di macchine, quando connessa all’AudioFuse 8X In, arriva tra -18 e -12 dBFS, con picchi che magari possono essere anche un pochino più alti e arrivare a circa -6 dBFS, quindi ci siamo. Del resto questo approccio è confermato anche da Arturia, che nel manuale precisa che “Ideally, you should set the input level of your line signals so that the LEDs turn orange on the highest peaks and never turn red”. E poiché I LED si accendono di arancione a -6 dBFS fatevi due conti su quale sia il livello di registrazione consigliato da Arturia e perché…

In conclusione, numerosi synth e drum machine da me impiegati hanno dimostrato di poter arrivare a livelli in ingresso ai chip A/D tali da garantire una conversione con buona risoluzione e di non arrivare mai troppo vicini alla temuta “zona saturazione”, e quindi in ultima analisi si sono rivelati adatti alla connessione diretta a questo convertitore Arturia senza l’interposizione di ulteriori apparecchiature. Che poi è esattamente l’impiego più probabile di un prodotto di questo tipo e il motivo per cui quasi tutti lo acquisteranno.

 

La dotazione software

Benché AudioFuse 8X IN non sia un’interfaccia audio Arturia ha deciso di dotare comunque questo prodotto di alcuni plug-in che vanno a costituire la AudioFuse Creative Suite: si suppone infatti che la stragrande maggioranza degli utenti di questa box la useranno in abbinamento a una DAW e quindi tali plug-in possono fare sempre comodo e rappresentare un bonus commerciale rispetto al prezzo complessivo di vendita.

In dotazione ci sono dunque alcuni software sviluppati dal costruttore francese nell’ambito della sua FX Collection, dedicata per la maggior parte alle rendition di famosi processori hardware del passato. Qui troviamo i seguenti plug-in:

  • Analog Lab Intro, versione ridotta del player Analog Lab che riassume molti motori di sintesi della V-Collection
  • Pre 1973, emulazione Neve 1073 EQ
  • Pre V76, emulazione Telefunken V76 col suo EQ V612
  • Pre TridA, emulazione Trident
  • Comp FET-76, emulazione UREI 1176
  • Comp DIODE-609, emulazione compressore stereo Neve 33609
  • Filter Mini, emulazione della sezione VCF del mitico Minimoog
  • Chorus JUN-6, emulazione della sezione Chorus del synth Roland Juno-6
  • Rev PLATE-140, emulazione riverbero a piastra EMT 140
  • Phaser BI-TRON, emulazione Mu-Tron Bi-Phase
  • Delay TAPE-201, emulazione Roland RE-201.

Arturia Delay Tape 201

Il test

Il convertitore Arturia, una volta liberato dall’imballo, si dimostra monolitico, metallico, benissimo costruito. In una sola parola, “professionale” a dispetto del basso prezzo e quindi perfettamente a casa in uno studio di livello home e project. L’impiego dei pochi comandi è facile e intuitivo, ma indicativamente si tratta di una macchina “set&forget”: per quanto riguarda il monitoraggio dei livelli al suo ingresso sarà meglio usare i level meter della DAW o del mixer virtuale dell’interfaccia audio utilizzata che affidarsi ai suoi LED, in modo da avere una rappresentazione più ampia e quindi significativa della effettiva ampiezza dei segnali in input. Oltretutto il passaggio nella “zona d’attenzione” che inizia a -6 dBFS avviene con un cambiamento di colore tra verde e arancione che non è nettissimamente percepibile, visto che in realtà l’arancione è più un giallo-verde.

Se poi il segnale in ingresso risultasse troppo alto e tale da portare i chip A/D in saturazione (coi LED che si accendono di rosso), sarà sempre possibile abbassare un po’ il livello di uscita della sorgente, oppure ingaggiare il citato pad di bordo a -12 dB.

Da un punto di vista sonoro, il convertitore Arturia dimostra di avere una timbrica luminosa, chiara, analitica. Dipana egregiamente anche le trame ritmiche più intricate, è veloce e preciso, coi contorni di salita e discesa che sono netti. La gamma bassissima è magari leggermente meno profonda e ferma di prodotti di alta classe, come quasi sempre accade nel mondo del digitale quando si passa da prodotti dal prezzo normale a prodotti premium. La prestazione di questo piccolo Arturia offre comunque una prestazione validissima, per superare la quale bisognerebbe spendere molto, molto di più, e questo guardate che è un grande complimento.

Il confronto con la mia vecchia RME FF400 invece indica nettamente i progressi compiuti dall’audio digitale in questi anni: benché la FireFace in prima battuta pare si difenda ancora bene, dopo un paio di minuti di ascolto critico ti rendi conto che il suo suono è più imballato e meno preciso, più “riprodotto” e meno naturale.

Alla fine un convertitore come questo Arturia convince pienamente, sia per accettare in input synth e batterie elettroniche per i quali non avevate più ingressi, sia per svecchiare set-up ormai obsoleti.

Nulla da dire sull’operatività che è semplice e immediata. Da segnalare solo che gli aggiornamenti software sono possibili grazie a una porta USB che è posta dentro l’apparecchio, e che quindi per essere raggiunta necessita dello smontaggio del frontale. Nulla che con un cacciavite e pochi minuti non si possa fare comunque, ma del resto è probabile che nel corso della vita di questo apparecchio gli update necessari si conteranno sulle dita di una mano.

Arturia AudioFuse X8IN - L'aggiornamento dell'OS richiede l'apertura del frontale
La porta USB-C per l’aggiornamento dell’OS. L’immagine è riferita al modello 8X OUT ma è riferibile anche al modello 8X IN. Fonte: arturia.com

Conclusioni

Chiunque abbia bisogno di otto ingressi analogici in più nella propria DAW e abbia un’interfaccia audio con porta ADAT dovrebbe comprare questo convertitore Arturia. Un’affermazione un po’ forte? Sì, me ne rendo conto e di solito evito statement così assoluti. Eppure l’AudioFuse 8X IN offre un package così tremendamente conveniente nella fascia dei prodotti “normali” da essere irresistibile: otto ingressi linea con conversione pulitissima; suono trasparente, moderno, senza velature di sorta; uso “set&forget”; estetica piacevole e facilità di montaggio in rack. Certo, magari non lo paragonerei alle prestazioni sonore di conversione dei prodotti più blasonati di Apogee, Lynx, Merging o Prism, ma la box Arturia si posiziona a un prezzo che è 1/20 di quello di queste macchine!

Insomma, per chi abbia un home- o project-studio e abbia bisogno di otto canali in più per i propri synth, campionatori e processori, questo prodotto è una manna dal cielo perché permette di arrivare egregiamente allo scopo di una conversione A/D di ottima qualità spendendo pochissimo. A questo risultato si è arrivati anche rinunciando, molto intelligentemente, a fare un unico prodotto con 8 In e 8 Out, e quindi a non far pesare il costo di otto canali di conversione D/A neve chi magari non ne ha bisogno perché gli servono solo più input.

Arturia AudioFuse X8IN - Il montaggio a rack 1U con AudioFuse 8X OUT

Arturia si conferma un costruttore capace di vedere lontano, molto lontano nelle esigenze dei propri utenti, e di realizzare proprio il prodotto di cui avevano bisogno al prezzo di cui avevano bisogno: AudioFuse 8X IN ne è l’ennesima conferma.

“Fortemente raccomandato”… è proprio necessario che lo scriva?

 

Per informazioni

Prezzo: € 329,00 (street price)

Distributore italiano: Midiware

Produttore: Arturia

 

Caratteristiche dichiarate dal costruttore

Tipologia: convertitore A/D otto ingressi solo linea, uscita digitale ADAT

Ingressi LineaBilanciati TRS
Impedenza Ingresso Linea20 kΩ (bilanciato), 10 kΩ (sbilanciato)
Livello Massimo Ingresso+24 dBu (guadagno min., 1 kHz @ 0.5% THD+N)
Attenuazione Pad–12 dB
Risposta in Frequenza (A/D)20 Hz a 20 kHz ±0.06 dB tipico
Gamma Dinamica119 dB (A-pesato)
THD+N–112 dB (A-pesato)
ClockInterno o esterno su BNC
Frequenze di Campionamento Supportate44.1 kHz, 48 kHz, 88.2 kHz, 96 kHz
Ingresso Alimentazione100 V a 240 V AC, 50 o 60 Hz
Uscita Alimentazione15 V DC, 2.0 A, 30 W

 

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 1200 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.