Suonobuono Polyvera, il piccolo synth ibrido che sfida i giganti e incanta con la sua timbrica
Polifonico a sei voci, architettura ibrida, un piede nel presente e uno saldamente ancorato nella preistoria dei synth digitali degli anni ’80: è l’identikit del primo synth prodotto da Suonobuono, costruttore boutique svedese dal cuore italiano. E il risultato sonoro è travolgente…
“Brainchild” è una parola inglese che non ha una traduzione puntuale in italiano, perché indica il materializzarsi delle idee, talvolta della visione, delle intuizioni di una persona. Ecco, Polyvera è proprio il brainchild di Stefano Sorrentino, un italiano laureatosi vent’anni fa in ingegneria delle telecomunicazioni al Politecnico di Milano e poi volato in Svezia a lavorare per una major del settore telco.
Tra un circuito e l’altro, l’ingegnere ha trovato negli anni anche il tempo di fare il music producer, piazzando oltre 100.000 copie dei suoi singoli e due milioni di pubblicazioni in compilation. Da questa esperienza risalente ai primi anni 2000 Stefano deve aver certamente mutuato un suo amore personale per alcune macchine da musica che lo hanno affascinato particolarmente, e quindi appena ha potuto ha creato il suo dream-synth nelle spoglie del Polyvera.
Ancor prima di parlare personalmente con Sorrentino – cosa che poi ho fatto allo scopo di capire meglio la macchina – è infatti evidente sin dall’ascolto dei primi preset di Polyvera quale sia il suo scenario di riferimento: è quello dei sintetizzatori ibridi apparsi a cavallo tra gli anni ’80 e i primi ’90, il cui timbro era totalmente condizionato dai limiti della tecnologia digitale dell’epoca (memorie ridottissime, convertitori a bassa risoluzione, CPU con scarsa capacità di calcolo, basse frequenze di campionamento), ma anche dalla grande pasta sonora offerta da VCF e VCA ancora analogici. Questa improbabile combinazione dava luogo a sonorità sgranate, metalliche, ricche di aliasing e talvolta taglienti, eppure al contempo calde, ricche, grandi. Belle!
Stiamo parlando di miti assoluti del mondo della sintesi come il PPG Wave 2.2 e 2.3, e della successiva ondata di synth e sampler ibridi quali il Waldorf Microwave, l’Akai S-612 e gli Ensoniq Mirage ed ESQ-1. Paradossalmente si tratta di macchine che all’epoca facevano spesso storcere il naso ai musicisti per la loro difficoltà di programmazione e per gli artefatti sonori associati alla acerba tecnologia digitale, e che solo in seguito avremmo imparato ad amare pienamente proprio per quel suono così personale e affascinante.
Ecco, Stefano Sorrentino ha voluto rendere omaggio ai synth e alle sonorità di quel periodo, ma per farlo ha creato uno strumento assolutamente originale e non certo il clone puntuale di questa o quella macchina. Il risultato è Polyvera, un sintetizzatore desktop programmabile a sei voci dotato di oscillatori digitali multifunzione, filtri analogici, tre inviluppi, tre LFO, matrice di modulazione e due effetti in uscita. Di esso, Stefano dice nel manuale “è lo strumento che mi sarebbe piaciuto possedere e suonare [all’epoca, n.d.r.]”. E allora, dopo le presentazioni, è arrivato il momento di andarlo a conoscere meglio!
Strumento e architettura
Suonobuono Polyvera abita in un case metallico inclinato che è perfetto per operare appoggiato su un tavolo ma che è anche montabile in rack con delle staffe acquistabili opzionalmente. La costruzione avviene in piccoli batch e recentemente si è aggiunta la possibilità di avere la variante color silver oltre a quella nera presentata al momento del lancio. Molto belli a mio parere i disegni in magenta e verde acido che donano fascino e personalità al frontale.

Il pannello è ricco di comandi fisici, a differenza di alcuni dei synth vintage sopra citati che invece erano schiavi della “dittatura del DX7”, ovvero quel canone estetico basato su un solo cursore di data entry che si era imposto con il grande successo del sintetizzatore Yamaha più famoso di sempre. La catena di sintesi è fedele alla classicissima impostazione “due oscillatori/filtro/ADSR/due effetti in uscita”, e quindi l’architettura di pannello la rispecchia in pieno:

Accade così che da sinistra a destra troviamo i moduli per i due oscillatori e il loro mix, il VCF, i due inviluppi (il terzo appare in opzione), gli LFO e gli effetti. Alla base del pannello c’è una tastiera gommata di un’ottava che, oltre a essere usata per triggerare localmente i suoni di Polyvera e registrare nel sequencer di bordo, è lo strumento principe per accedere ai diversi moduli che compongono la macchina e vederne così visualizzati i parametri nei display OLED monocromatici:

Sì, ho parlato di display al plurale perché questo synth ne ha anzitutto uno principale in basso a destra, ove compaiono il nome del preset richiamato e numerose altre informazioni:

E poi ve ne è uno specifico per gli oscillatori in alto a sinistra. In questo secondo display si visualizza la forma d’onda in quel momento selezionata e, se essa viene modulata, anche le sue variazioni in tempo reale. Inoltre lo stesso display visualizza anche i parametri-chiave degli oscillatori:

Il pannello posteriore evidenzia il buon livello di connettività di cui è capace questo synth: troviamo quindi un’uscita stereo su jack bilanciati, un ingresso audio stereo per segnali esterni (ancora su jack), prese per pedali di sustain e di espressione, tripletta MIDI In/Out/Through, porta USB per lo scambio dati (no audio), presa per l’alimentatore esterno in dotazione e infine lo slot per la scheda di memoria microSD. Quest’ultima è un componente essenziale per il funzionamento di Polyvera in quanto contiene sia il sistema operativo che waveform, campioni e altri dati. Se essa non è inserita lo strumento non funziona, e il costruttore raccomanda di usare quella in dotazione per ragioni di garanzia di performance. Se si devono aggiungere campioni o wavetable oppure aggiornare il sistema operativo la scheda va rimossa, inserita in un computer ove i nuovi dati verranno scritti, e poi rimessa nello strumento. Questo suggerisce che l’aggiunta di nuovi sample e wavetable sia un’operazione da fare di tanto in tanto, ma non quotidianamente, per mere ragioni di praticità e velocità operativa legate allo spostamento della microSD.

Il blocco oscillatori
I due oscillatori digitali di cui è dotato Polyvera hanno una matrice concettuale comune ma capacità complessive diverse. Il primo oscillatore è dotato di wavetable e supersaw, con un sub-oscillatore accordato un’ottava sotto che esegue la stessa forma d’onda. Il secondo oscillatore è anch’esso a wavetable ma al posto della supersaw ha una funzione Sampler: un singolo campione audio viene usato lungo tutta l’estensione di tastiera, senza possibilità di multisampling.
Nell’uso in modalità Wavetable gli oscillatori possono riprodurre waveform semplici e tipiche dei synth analogici, oppure tabelle più complesse come abbiamo imparato ad apprezzare dai tempi del PPG in poi. A questo proposito la card SD ne ospita già molte e di sapori vari (alcune vintage, altre più attuali), ma resta sempre la possibilità per l’utente di aggiungerne di proprie. La posizione di lettura della wavetable, che determina la waveform che verrà effettivamente riprodotta, può essere fissata in maniera statica col comando Osc Schape (e così il timbro si baserà su una unica forma d’onda), oppure modulata da una qualsiasi sorgente di modulazione della macchina dando luogo al classico “sferragliare” delle macchine a wavetable per tutto il tempo in cui una nota viene premuta. A differenza di quanto accadeva nel PPG, ove il passaggio da un sample all’altro in una wavetable era sempre secco, brusco, qui c’è la possibilità di attivare l’interpolazione per permettere o meno una lettura più “soft” e meno clangorosa della tabella.

La modalità di lettura delle waveform può essere scelta tra più opzioni, in modo da conferire a Polyvera la sonorità tipica di diverse macchine vintage, ciascuna delle quali affrontava a modo suo questo task. Non a caso il parametro si chiama Oscillator Style e si articola su: Clean (modalità a basso aliasing), Wave 2.2 (aliasing e quantizzazione basate sul modello PPG), Mir1 e Mir2 (il suono dell’interpolazione di ordine zero e quantizzazione a 8 bit come nell’Ensoniq Mirage), MirMod1 e MirMod2 (simili ai precedenti ma con un aliasing deliberatamente esagerato), 128s/8b (con ricampionamento a 128 sample e 8 bit di risoluzione).
Nel caso l’utente voglia importare le proprie wavetable è bene sapere che sono supportate tutte le frequenze di campionamento, che sono ammesse le risoluzioni di 8/16/24/32/32 FP bit e che la tabella può ospitare waveform con frame da 128 o 2.048 cicli. Una singola wavetable ammette fino a 256 frame, anche se la casa raccomanda di restare sui 64. Polyvera può importare wavetable create col Virtual Instruments Xfer Serum.
Quando invece per Osc2 si selezioni la modalità Sample, le opzioni di configurazione dell’oscillatore sono simili a quelle previste per la modalità wavetable: Linear (pochi artefatti digitali), Mir1, Mir1-Sat (emula la saturazione dello stadio di campionamento), Mir2-Sat (come la precedente ma più estrema). È possibile anche in questo caso acquisire propri campioni, sia campionandoli direttamente in mono o in stereo attraverso gli ingressi audio di Polyvera, sia importandoli sulla scheda SD. In quest’ultimo caso sono ammessi sample fino a 48 kHz di SR e fino a 32 bit FP di risoluzione.
La lettura del campione può avvenire in avanti o indietro, si può modificare il punto di Start, inserire un loop, modificare il punto di fine, il tutto con rappresentazione grafica della waveform risultante sul display:

I due oscillatori dispongono di un parametro di accordatura Coarse su +/- 24 semitoni e uno di accordatura Fine. Il secondo oscillatore può anche essere sganciato dal tracking di tastiera e operare così a frequenza fissa.
È possibile chiedere a Polyvera di fare una FM con Osc1 usato quale portante e Osc2 quale modulante. Chiaramente non si arriverà alla versatilità algoritmica dei synth a sei operatori come il DX7 e i suoi eredi, ma la possibilità di usare waveform complesse come materiale di partenza garantisce che si può fare molto – dal punto di vista timbrico – anche con due Osc.
Ulteriori opzioni sonore arrivano dalla possibilità di mettere Osc1 in hard sync su Osc2, combinarli attraverso un ring modulator, e infine completarli con un generatore di rumore. Quest’ultimo ha un comando Noise Color che permette di cambiarne la timbrica con continuità. Da segnalare un parametro Drift che permette agli oscillatori della macchina di riprodurre le imprecisioni di intonazione tipiche dei VCO dell’epoca vintage.
I due oscillatori tipicamente sono pensati per confluire entrambi nel VCF attraverso un mixer che dosa il loro rapporto di volume e regola il livello del sub-oscillatore, ma in alternativa è possibile anche ruotare il secondo oscillatore direttamente al VCA in modo da fargli saltare il filtro. In questo caso Osc2 può essere gestito in volume dallo stesso inviluppo del VCA, oppure da quello del filtro. Questa configurazione per potrà essere usata per riprodurre un campione con Osc2 senza filtrarlo (per esempio per definire l’attacco di un suono), mentre Osc1 fornirà il “corpo” del suono attraverso una wavetable che verrà filtrata in analogico.
Complessivamente si può notare come la sezione di generazione sonora di Polyvera sia molto complessa e offra la potenzialità di una grandissima palette timbrica già di base. Sicuramente richiede esplorazione ma ripagherà con tantissime opzioni in termini di suono.
Il VCF
Il filtro di Polyvera è un multimodo con ben otto diverse opzioni, un record su uno strumento contemporaneo basato su tecnologia realmente analogica e non già su filtri modellizzati digitalmente. Per capire bene il valore di questa opzione va infatti ricordato che in una macchina digitale operante tramite un algoritmo che gira su un DSP o un FPGA è possibile avere tanti tipi di filtro al solo tocco di un pulsante che richiami dal software diverse modellazioni matematiche, mentre in strumenti col VCF analogico come questo è proprio il circuito fisico che va riconfigurato per far prendere al segnale strade diverse, attraverso componenti diversi o comunque arrangiati tra loro secondo diversi percorsi.
Il costruttore afferma che Polyvera impiega “una replica di produzione europea di un chip di progetto classico degli anni ‘80” e poi precisa che “il circuito di filtro effettivo è originale e non copiato da alcuno strumento specifico”. Per tutte le otto modalità operative a disposizione è possibile regolare Cutoff, Resonance, Tracking (positivo o negativo) e Drive. Quest’ultimo parametro regola il livello in ingresso al filtro, provvedendo a saturarlo per le regolazioni più elevate.
Le otto modalità sono LPF a 4/3/2/1 poli, filtro Peaking, BPF, HPF e infine LPF a tre poli con incluso uno stadio di distorsione. La possibilità di scegliere tra tanti profili di filtraggio, da sola, conferisce a Polyvera una versatilità timbrica notevolissima: ce ne occuperemo in dettaglio nella prova di utilizzo.

Inviluppi e altre modulazioni
Il synth Suonobuono dispone di tre inviluppi, realizzati secondo il canonico approccio ADSR.
Il primo è cablato direttamente al filtro e può operare sulla frequenza di cutoff in maniera diretta o inversa.
Il secondo ADSR è dedicato al VCA e dispone di un parametro Amp Level che può essere usato per compensare il guadagno del VCA in funzione dei diversi livelli di uscita degli oscillatori e del filtro. Il suo obiettivo è quello di mantenere sempre ottimale la headroom dell’intero synth, e in particolare di evitare il clipping all’ingresso del successivo stadio digitale degli effetti.
Un terzo inviluppo denominato Mod Envelope è utilizzabile, come implica il suo nome, per essere usato come sorgente di modulazione di tipo ADSR classica, Attack/Decay, Attack/Sustain o infine CyclicAD (praticamente un LFO con profili di salita e discesa della waveform regolabili tramite i parametri di Attack e Decay).
Il synth dispone poi di tre LFO propriamente detti, indipendenti ma tutti uguali tra loro nelle dotazioni: Waveform (a scelta tra Tri, Saw, Square, Sine, S&H, Binary, Ternary, Noise), Frequency (si spinge fino a 100 Hz e può essere agganciata al clock), Key Retrigger, Fade In, Level. Va notato che ciascun LFO può operare “per voice” o in modalità “Common” in modo che lo stesso oscillatore influenzi le sei voci.

La matrice di modulazione di Polyvera dispone di otto slot, apparentemente non tantissimi rispetto ad altre proposte di mercato ma comunque più che sufficienti ad attuare percorsi di modulazione anche molto complessi. Per ciascuno slot la modulazione può essere impostata su valori positivi o negativi.
Le sorgenti sono LFO1, LFO2, LFO3, ModEnv+, FltEnv+, Velocity, NoteNr, ModWheel, Aftertouch+, MpeSlide, MidiModulator1, MidiModulator2, MidiModulator3, MidiModulator4, Random.
Le destinazioni, a loro volta, sono le seguenti: OSC1 Freq, OSC2 Freq, OSC1 Shape, OSC2 Shape, OSC1 & OSC2 Freq, OSC1/OSC2 Mix, SUB1 Level, OSC1 FM, FILTER Freq, FILTER Env, FILTER FM, FLT Attack Time, FLT Decay Time, FLT Sustain Lvl, FLT Release Time, AMP Level, LFO1 Freq, LFO2 Freq, LFO3 Freq, LFO1 Level, LFO2 Level, LFO3 Level, Mod Env Level, FX1 Mix, FX2 Mix.
Effetti
Polyvera dispone, in coda alla propria catena di sintesi, di due unità di effetto poste in serie. Effect 1 ha algoritmi di modulazione e delay (ChorSin:Bright, ChorDbl:Junoish, ChorDbl:Dimension, DigiDly:Long, DigiDly:PingPong, DigiDly:Reverse, AnaDly:Alias, Phaser:MXR90, Phaser:InvPh, Phaser:6Stages, Bitcrusher:Decimate, Distortion:Diode), mentre Effect 2 è interamente dedicato a effetti di ambienza (Rev:Hall, Rev:Plate, Rev:Cosmos, Rev:Grains).

Modi di voce, memorie, MIDI
Lo strumento è, come detto in apertura, polifonico a sei voci. Tali voci possono essere configurate in diverse modalità grazie al comando Voice Control: in Poly si ha il tradizionale comportamento polifonico; PolyStereo è simile ma col le voci leggermente spaziate tra canali L ed R in modalità alternata; Monophonic trasforma Polyvera in un monosynth e Legato aggiunge a questo il retrigger degli inviluppi solo quando si suona staccato; UnisonWide mette le sei voci in stack su un’unica nota di tastiera, le scorda leggermente tra loro e le distribuisce sul panorama stereo; UnisonMono è simile ma senza stereo-spread; Binaural usa due voci per ciascuna nota eseguita e le posiziona agli estremi del panorama stereo per ottenere un suono più ampio (in questo modo la polifonia si riduce a tre note contemporanee). I parametri Unison Detune e Portamento sono attivi solo nei modi ad essi relativi.
Per quanto attiene alle capacità di memorizzazione dei suoni, Polyvera dispone di quattro banchi di 128 locazioni l’uno, per un totale di 512 suoni memorizzabili.
L’implementazione MIDI della macchina è completa, con in più la possibilità di rispondere anche al sotto-protocollo MPE per sfruttare la maggior espressività per voce dei controller che lo implementano. Quattro messaggi MIDI possono essere selezionati per apparire come sorgenti nella matrice di modulazione. La stragrande maggioranza dei parametri della catena di sintesi genera e risponde a messaggi MIDI CC o NRPN, offrendo la possibilità di registrare il loro movimento nel tempo in una DAW e realizzare così automazioni anche molto complesse.
Arpeggiatore e sequencer
L’arpeggiatore è tradizionale, con le basiche modalità Up, Down, UpDown, Random, Assign disponibili per la selezione dell’utente. Il range delle note arpeggiate può estendersi su 1/2/3 ottave, la figura musicale sui valori 1/1, 1/2, 1/4, 1/8, 1/16, 1/32 e il gate per una durata di 1 step, ½ step, ¼ step.
Anche il sequencer a step è piuttosto basico e i suoi dati sono salvati all’interno delle memorie di patch. Ogni pattern può essere lungo tra 1 e 64 step e vi è la possibilità di riprodurre accordi fino a sei note per step. È inoltre possibile anche registrare l’automazione dei parametri: un solo parametro può essere registrato per ciascuno step, ma da uno step all’altro si può cambiare parametro. Le note devono essere inserite passo-passo, mentre i parametri di automazione sono registrabili sia a step che in real-time.
Utilizzo e suono
Il primo approccio con Polyvera è soddisfacente e rassicurante: lo strumento esibisce una costruzione solida, le manopole sono grandi, con un buon feeling e spaziate il giusto, i due display ben leggibili da ogni angolazione. Solo i pulsanti in gomma retroilluminata possono dividere i gusti dell’utenza, in quanto non fanno un click deciso ma esibiscono l’action morbida e talvolta imprecisa tipica di questa soluzione.
L’impiego di tutte le potenzialità della macchina, nonostante la ricca dotazione di knob e altri comandi fisici, implica comunque il ricorso ad alcune funzioni di menu ma tranquilli, la navigazione al loro interno è molto facilitata dalla presenza di pulsanti dedicati a ogni sezione della catena di sintesi e di manopole che si contestualizzano sull’attività in quel momento presente in display. Diciamo che basta una lettura del manuale e qualche giorno di pratica e poi ci si muove molto bene: Polyvera non è affatto una macchina su cui rompersi la testa, anzi!

Ottima e abbondante la connettività, con in più il sempre gradito bonus di uscite audio belle toniche, capaci di un output level gagliardo che già dice qualcosa sulla personalità sonora. L’ascolto dei primi preset completa il quadro: Polyvera appare subito come uno strumento dal suono potente, sia per dinamica, che per livello e resa complessiva.
La cifra sonora della macchina è assolutamente coerente con le premesse ed esibisce timbriche “clangorose”, sgranate, metalliche, ma anche piene e ricche. Vengono di certo alla mente i già citati riferimenti vintage, ma appena pensi di aver capito tutto e cioè che Polyvera sia una specie di Waldorf Microwave dei giorni nostri, ecco che l’avanzare dei preset ti stupisce e ti porta in ambiti sonori tipici dei campanelli puliti alla D-50 e ai pad potentissimi alla Oberheim.
Certo, con l’architettura a disposizione è facile ritrovarsi spesso in territori “paleo-digital” ma sarebbe un grave errore pensare che il primo synth di Suonobuono sia tutto qui: a questo risultato certamente contribuisce tantissimo l’architettura multimodo degli oscillatori digitali (Oscillator Style) e dei filtri analogici (Filter Type). Riguardo ai primi, va evidenziato che quando si opera in modalità wavetable non è sempre facilissimo distinguere tra la sonorità delle modalità Linear, Wave 2.2 e Mir1, mentre sono assai più colorate le opzioni Mir2 e soprattutto MirMod1 e MirMod2 che sono descritte dallo stesso manuale come dotate di “un aliasing esagerato”. Queste considerazioni dipendono tuttavia dalla wavetable ingaggiata e dalla nota suonata, perché man mano che ci si sposta verso waveform dal maggiore contenuto di armoniche superiori e verso le ottave più basse della tastiera le differenze emergono, eccome! Le possibilità di sound-design di Polyvera si mostrano quindi in maniera affascinante e permettono di scolpire il timbro digitale che si aveva in mente, completo della dose di artefatti desiderata, o viceversa di restare in territori “da synth analogico” con waveform più tradizionali e pulite. Bella anche la SuperSaw, aggiunta in un secondo momento rispetto al debutto della macchina attraverso un update di sistema operativo: all’ascolto mi è sembrata un po’ più “composta” di quella storica del Roland JP-8000 ma molto ricca di armoniche e di energia. Per quanto riguarda l’uso dei campioni, qui è tutto nelle mani dell’utente nel senso che va riscoperta la creatività che può derivare dall’uso di sample corti e senza multisampling, tipica degli anni ’80: in questo senso, il mio fortissimo invito per gli utenti di Polyvera è quello di importarsi campioni propri e fare sperimentazione creativa. Del resto questo ragionamento può applicarsi anche alle wavetable: lo strumento ne propone già molte e di sapori anche diversi tra loro, ma è chiaro che lo spettro sonoro di questo synth è destinato a espandersi ulteriormente attraverso l’import delle tantissime wavetable disponibili gratuitamente su Internet, o addirittura la costruzione di proprie attraverso uno dei tanti tool esistenti in Rete.
Grande, grandissima versatilità sonora deriva anche dalla selezione dei diversi tipi di filtraggio offerti dal VCF della macchina: qui c’è davvero la possibilità di cambiare profondamente la timbrica, la personalità stessa del suono, quasi si avessero più synth sottomano. Il filtro LP a quattro poli è il più tradizionale, bello, rotondo, succoso, per molti potrebbe rappresentare la scelta di default da impiegare per il 98% dei suoni. Il passa-basso a tre poli è invece più dolce, quasi lirico nel suo essere liquido e gradevole: è la scelta timbrica che non ti aspetti e che potrebbe dare a Polyvera un suono tutto suo, distintivo. Il passa-basso a due poli è un film a sé: urla, ha energia, tono e carattere. Molto aperto e sfacciato, può facilmente portare alla saturazione Polyvera per cui spesso bisognerà abbassare un po’ l’Amp Level in modo da non far accendere il LED di overload, e più in generale fare attenzione al gain staging della macchina. Infine l’ultimo dei passa-basso, quello a un polo, è blando, dall’intervento simile a un controllo di toni e probabilmente troverà i suoi migliori usi in pad che devono restare ben aperti in alto e ove la timbrica sia molto ben determinata già a livello di oscillatori.
Interessanti sono naturalmente anche il Peak, il Band-Pass e l’High-Pass, anche se ovviamente di impiego più limitato, mentre un’altra storia a sé è quella del filtro 18dB/oct + analog distortion perché esso tira fuori un’ulteriore personalità di Polyvera, quella acida. I parametri adottati fanno pensare alla volontà di emulare un BassLine TB-303 con un distorsore in uscita, ma naturalmente la natura polifonica di questo synth e la infinitamente maggiore versatilità degli oscillatori rendono tale filtro il candidato ideale per lo sviluppo di tutta un’ampia famiglia di sonorità Industrial molto anni ‘90/2000.
Continuando l’apporto al suono finale dei singoli stadi di Polyvera è indispensabile soffermarsi un attimo sugli effetti: quelli di Effect1 sono molto validi perché forniscono sapori fondamentali e assai ben mirati (chorus, delay, phaser, distorsioni) senza perdersi in decine di algoritmi che magari si userebbero poco e/o farebbero perdere inutilmente tempo nella loro scelta. Diverso è il discorso dei riverberi di cui è equipaggiato Effect2: qui riemerge l’intenzione dello sviluppatore di rifarsi ai modelli sonori degli anni ’80, coi loro algoritmi un po’ sgranati e metallici ma affascinanti proprio per questo. Se dunque avete bisogno di collocare il suono del Polyvera in una Hall naturale usate un plug-in esterno piuttosto che gli effetti interni, mentre se viceversa è di un suono “vintage digital” quello di cui siete alla ricerca allora i suoi effetti di bordo sono perfetti. Belli anche gli algoritmi Cosmos e Grains, decisamente più contemporanei e affini al nostro gusto ambient del momento.
Veniamo all’uso dello strumento nel suo complesso e nella facilità di sound design: come detto sopra la navigazione è facile e non indulge in profondità eccessive di programmazione, quelle che sulla carta danno luogo a miliardi di possibilità ma che poi in pratica si rivelano formidabili generatori di perdita di tempo e ben poco altro. La facilità di sound design invece la definirei “media”, e qui vale la pena di spiegarsi bene: alcuni synth hanno magari un bel suono ma poi editandoli scopri che per arrivarci occorre lavorare molto. Questo succede per esempio se un VCF non suona bene lungo tutto l’arco del Cutoff o se anche un piccolo aumento di Resonance si “mangia” una fetta importante di volume ed energia del suono in uscita. Vi sono poi casi di synth che restano senza vita senza un lavoro profondo e certosino sulle modulazioni, e anche questo consuma tempo e allontana dalla gratificazione immediata durante la fase di sound design.
Ecco, queste cose con Polyvera non succedono perché lo strumento “suona”, suona bene quasi sempre e con quasi tutte le posizion dei settaggi-chiave. Tuttavia la sua complessità, le tante possibilità degli oscillatori e del filtro richiedono comunque tempo e ragionamento. Muovere le mani a casaccio, specialmente nella scelta e impostazione delle wavetable, può anche dare una discreta soddisfazione ma alla fine non si va lontanissimo con un simile approccio o almeno non si sfruttano davvero le tante possibilità della macchina. Un piccolo rallentamento in questo senso arriva dal fatto che cambiando sia wavetable che filtri la commutazione non è immediata ma soggetta a un piccolissimo fade out/fade in tra un settaggio e l’altro. Niente di drammaticamente pesante, sa ben chiaro, ma un piccolo limite a chi cambia impostazioni e fa editing alla velocità del pensiero. Se invece si usa un approccio più ragionato a Polyvera, specialmente dedicando una fase iniziale a conoscere “di persona” ciascuna delle wavetable e dei filtri, ecco che allora andare a colpo sicuro in un editing mirato diventa assai più veloce ed efficace. In ogni caso le possibilità sono davvero tante e vale la pena di esplorarle.
Un ultimo invito arriva ad andare “oltre” ai preset di fabbrica: talvolta si ha la sensazione che non sempre siano capaci di rappresentare il meglio che lo strumento può dare e sono anche disposti in maniera un po’ disordinata. Probabilmente l’apporto di diversi programmatori non è sempre stato omogeneo, e magari qualcuno di essi deve aver dedicato più tempo di altri a capire la personalità e il suono dello strumento. Questa del resto è una macchina per chi vuol lavorare sul proprio suono, per cui l’attuale situazione dei preset non dovrebbe rappresentare un problema per tale utenza. Del resto sono quasi sicuro che nel tempo la dotazione di suoni di fabbrica salirà ancora.

Conclusioni: per chi Polyvera?
Tanti anni fa mi è stato dato un insegnamento giornalistico preciso: quando si fa un test di un prodotto non si nominano i suoi diretti concorrenti e non si fanno comparazioni dirette perché è “quel” prodotto a essere sotto i riflettori, e non gli altri. Tuttavia queste comparazioni, questi ragionamenti gli utenti li fanno, per cui stavolta meglio non nascondersi dietro a un dito e fare nomi e cognomi: Polyvera non ha un compito facile sul mercato perché si confronta con almeno un paio di synth che sono “pezzi da 90” in quanto costruiti da nomi grossi (Novation Peak) o comunque dall’heritage pesante (Groove Synthesis 3rd Wave 8M) che occupano una simile area di prezzo. Vi è poi da mettere nel confronto anche un synth che a me sembra il più vicino di tutti a Polyvera, e parlo del “vintagissimo” Waldorf Microwave 1.
Se però ci fermiamo un attimo a guardare bene, e soprattutto ad ascoltare, scopriamo che nessuna di queste macchine è davvero paragonabile: Peak è un synth più generalista come impostazione degli oscillatori e non ha i diversi modelli di filtro qui implementati. 3rd Wave 8M ha un suono nettamente più pulito, più “hi-fi” e meno influenzato dal modello sonoro paleo-digitale fatto di basse risoluzioni e tanto aliasing. Microwave 1 infine, oltre ad essere un synth dalla reperibilità ormai problematica sull’usato, somiglia di più alla timbrica-base di Polyvera ma ha un unico tipo di filtro, non ha gli effetti e soprattutto ha una gestione infinitamente più rigida e meno versatile delle wavetable e dei diversi tipi di sonorità degli oscillatori digitali.
Alla fine Polyvera rimane in compagnia solamente di sé stesso: un piccolo Davide che sfida i giganti Golia con una visione personale del suono ibrido, a mio parere molto bella, illuminata e intelligente. Non lo definirei un synth per tutti e certamente non per i principianti: chi arriva qui ha ben in mente cosa vuole ottenere, a quale tipo di suono tende e quanto desidera impegnarsi nella sintesi. Ma questo stesso utente, che saprà profondere in Polyvera tempo, attenzioni e impegno per sfruttare a fondo le tante possibilità offerte, beh avrà soddisfazioni molto, molto grosse da questo synth.
A me è piaciuto tanto, mi ha dato tanto e mi ha dimostrato una volta di più cosa succede quando uno strumento nasce non da un calcolo industriale ma da un atto d’amore del suo progettista. Stefano Sorrentino è un uomo gentile, disponibilissimo ma anche dalle idee molto chiare in termini sonori e di engineering. Polyvera è appunto il suo brainchild, come si diceva in apertura, e le sue idee animano questo synth come se fosse una cosa viva. Il prezzo riflette la complessità della dotazione e la produzione su piccola scala: questo aspetto, insieme alla possibilità di acquistarlo solo sul sito del costruttore e in pochi, selezionati negozi europei, potrebbe certamente allontanare gli utenti più generalisti. Tale prezzo però a me pare perfettamente adeguato al grande valore sonoro che Polyvera è capace di dare all’utente più maturo e appassionato.
Bello strumento davvero! Vi invito a scoprirlo.
Per informazioni
https://suonobuono.net/polyvera/
Prezzo: Polyvera (Silver edition/Black edition) € 1.199,00 + IVA.
(le foto di Polyvera sono di Amelie Karlsbro)
