Live&Interview

BEAT live in Udine 6 luglio 2026: i King Crimson di Discipline sotto steroidi!

BEAT è il nome della superband formata dai due ex-King Crimson Adrian Belew e Tony Levin insieme al guitar-hero Steve Vai e al drummer dei Tool Danny Carey per riportare sui palchi la musica della Trilogia di Discipline. Il concerto? Semplicemente scon-vol-gen-te!

 

Premessa

“287” è l’unico numero che non torna nel concerto dei BEAT che ho visto a Udine in una bellissima sera di inizio luglio. Perché “287” è la somma degli anni di Adrian Belew, Tony Levin, Steve Vai e Danny Carey, tutti musicisti che diresti in “età pensionabile”.

Solo che invece di vedere un gruppo di vecchietti panzuti che cercano di ritornare agli antichi fasti tra movimenti rallentati dalla protesi d’anca e voci arrugginite dall’alcool, qui ti appaiono quattro rockettari pazzeschi, in una forma fisica, vocale e strumentale spaventosa, con un’energia da vendere e tale da ribaltare tanta gente con meno di metà degli anni. La loro missione è quella di riportare sui palchi i tre dischi realizzati tra il 1981 e il 1984 dai King Crimson di Robert Fripp in quella che poi è stata ribattezzata la “Trilogia di Discipline”: Discipline (1981), Beat (1982) e Three of a Perfect Pair (1984). All’epoca si trattava di opere nate per portare a un rigore ritmico e compositivo tipico dei primi ’80 lo spirito Progressive di uno dei gruppi che nei ’70 hanno riempito di maggior significato a questa parola.

Beat line-up

Allora ricapitoliamo… i Beat sono i King Crimson di Robert Fripp senza Robert Fripp, e il gruppo è composto da musicisti tra i 65 e gli 80 anni. Praticamente Mission: Impossible!

Danny Carey, il batterista dei Tool con la precisione e l’incisività di una mitragliatrice, è il più giovane del quartetto coi suoi “soli” 65 anni. Segue Steve Vai, un signore che con la sua chitarra non ha bisogno di presentazioni e che di anni ne fa 66. Poi c’è il front-man Adrian Belew con “soli” 76 anni, mentre Tony Levin porta le sue 80 primavere tonde con la scioltezza di un giovanotto: i curriculum di questi quattro musicisti sono di livello assoluto, ma immagino che se state leggendo questo articolo sappiate bene da che storia venga ciascuno di loro.

Insomma, 287 anni in quattro… Solo che appena attaccano “Neurotica” con una botta pazzesca – che manterranno peraltro senza mezza smagliatura per le due ore e dieci nette di concerto – quel “287” smette di avere immediatamente significato.

Ma andiamo con ordine. La scommessa dei Beat è raccolta in queste parole: “Was it King Crimson? No, and it didn’t need to be — it’s BEAT!” (“Erano i King Crimson? No, non hanno bisogno di esserlo, sono i BEAT!”). A pronunciarle è stato proprio Robert Fripp dopo lo show di Wolverhampton del 7 giugno 2026 che ha segnato l’inizio della tournée europea di questa super-band. Nata un paio d’anni fa dal desiderio di Belew di riportare sui palchi quel terzetto di dischi di 40 anni fa, è stata infatti benedetta dallo stesso Fripp il quale, pur rinunciando a parteciparvi, ne avrebbe addirittura suggerito il nome.

L’obiettivo dei BEAT non è ovviamente quello di riprodurre filologicamente e con precisione assoluta le partiture dei King Crimson degli anni ’80, anzitutto perché Carey non ha la grazia in punta di bacchetta di Bruford ma un drumming più energico, e poi perché una primadonna della chitarra come Steve Vai non può certo limitarsi a riprodurre didascalicamente le trame di Fripp come farebbe una qualsiasi cover band. Nondimeno, dopo il concerto capisci che i due non-KC hanno affrontato questa impresa musicale con grande apertura mentale e umiltà, restando fedeli all’impianto generale delle parti originali di Fripp e Bruford per quanto possibile, e poi inserendo il proprio valore aggiunto solo lì dove era possibile e sensato. Belew dal canto suo porta in scena il proprio ego musicale debordante di sempre: lui è un entusiasta incontenibile e credo che negli anni ’80 abbia fatto soffrire non poco Fripp (ma anche Bowie e David Byrne) col suo prendersi spontaneamente la scena anche se non era lui il leader “ufficiale”. In questo quadro, Tony Levin è invece quello che rimane più vicino a se stesso, ovvero al bassista/stickista dei dischi originali degli ’80. Vediamo dunque insieme come è stato il concerto, cosa e come hanno suonato, e quale è la tecnica dietro a tutto questo.

 

Lo show

Il concerto dei BEAT inizia con una puntualità quasi svizzera alle 21.03 sul palco allestito nel piazzale del Castello di Udine nell’ambito del progetto culturale diffuso UdinEstate.

Beat - il palco

I nostri quattro eroi si presentano sul palco insieme per il benvenuto, dopodiché lo spettacolo parte subito con una botta potente che dà la misura di tutto il concerto.

Belew è il front-man col suo cantato stralunato e la sua chitarra poliedrica, vestito bianco e t-shirt a rappresentare una figura tutto sommato composta e piuttosto in forma, sicuramente meno saltellante e sghignazzante rispetto agli anni ’80: praticamente un’altra persona, più apprezzabile ora che allora – a mio avviso – quando mi sembrava sempre un “corpo estraneo” su qualsiasi palco calcasse (prima Bowie, poi Talking Heads, infine King Crimson).

Beat - Elephant Talk
Foto: Willy Perco

Sicuramente è Belew il leader dell’iniziativa, ma sempre in un rapporto di primus inter pares con i suoi sodali: gestisce con sicurezza la sua parte di palco ma non invade mai quella degli altri, si muove con precisione, trasuda simpatia e ironia. È un musicista che è arrivato al punto di poter fare esattamente quello che vuole con la sua chitarra: lo sa e questo probabilmente gli infonde quella sicurezza e quel controllo che dimostra. Probabilmente l’assenza del “convitato di pietra” Robert Fripp, che ai tempi dei concerti dei KC sembrava controllare tutti dal suo sgabello e dalla sua posa immobile, rende Belew più sereno e in fondo più libero di esprimersi.

Alla sua sinistra c’è Steve Vai, indossa un completo oversize e un cappellone nero a falde larghe: un personaggio stilosissimo ed elegante, sempre piacevole e ironico senza mai risultare strafottente o pieno di sé. Trasmette la sensazione di una persona gentile e innamorata di quello che sta facendo. I movimenti del suo corpo finalizzati a ottenere il multiforme suono della sua chitarra si fondono in una danza che è anche espressione estetica, teatralità. Nel corso del concerto dimostrerà una grandissima versatilità sonora e tecnica, ma del resto da lui non ci si aspetta niente di meno.

Beat -Steve Vai

A destra del palco c’è invece Tony Levin, che rispetto agli anni ’80 sembra non essere invecchiato di un mese: posa atletica e incalzante, giacca bianca anche per lui, il bassista-stickista americano appare essere il vero “direttore d’orchestra” dei BEAT e con i suoi strumenti fornisce sempre la base ritmico-armonica per il resto del gruppo: preciso e fondamentale. Levin ha un’energia straordinaria a dispetto dei suoi 80 anni, e si muove con velocità e lucidità artistica invidiabili.

Sopra una pedana parecchio rialzata infine c’è Danny Carey, con la sua batteria-mostre fatta di elementi percussivi di diversi tipi che riprendono numerosi elementi del set che usava Bill Bruford negli show ai tempi della Trilogia: durante il lungo concerto Danny userà tutti questi elementi con appropriatezza e maestria, creando talvolta pattern percussivi granitici e talaltra parti intonate che si inseriscono perfettamente nelle armonie del gruppo. Anche nei pezzi più ambientali il suo apporto è fondamentale, con magari piccole percussioni a dare la sensazione del tempo che passa ritmicamente, tic-toc… Va comunque detto che di tutti i membri della formazione Carey sembra quello più distaccato e con un atteggiamento un po’ da session-man, ma probabilmente ciò è dovuto assai più al suo carattere che a uno scarso coinvolgimento nel progetto.

Beat - Carey + Levin

Il palco dei BEAT nel complesso è semplice, con il grande logo dell’elefante alle spalle del gruppo (il loro simbolo) e i cui occhi si illumineranno in maniera minacciosa durante l’esecuzione di “Elephant Talk”. Sobrie ed essenziali le luci e ottimo il suono, sempre pulito anche a livelli molto elevati: questo non è un concerto che vive di effetti speciali, perché qui è la band stessa a essere l’unico “effetto speciale” che basta e avanza.

Il concerto si è svolto in due tempi più un bis, con una pausa di 20 minuti tra il primo e il secondo tempo che ha offerto ai musicisti anche l’occasione di un cambio d’abito: dei veri dandy! Il rientro in scena è caratterizzato da un abbigliamento “più rock” in pantaloni e t-shirt per Belew e Levine, mentre Vai esibisce le sue famose camicie a fiori e Carey resta fedele alla sua divisa all-black di ispirazione metal con pantaloncini corti.

Complessivamente uno spettacolo fenomenale di ben due ore e dieci minuti di grandissima musica, garantito da una presenza scenica e artistica dei quattro musicisti che ha pochi rivali.

 

La musica

Il concerto dei BEAT è quasi integralmente centrato sui brani dei dischi che compongono la Trilogia di Discipline, come da motivazione essenziale alla base di tutto il progetto. Questa è la set-list:

Primo tempo:

  • Neurotica
  • Neal and Jack and Me
  • Heartbeat
  • Sartori in Tangier
  • Dig Me
  • Model Man
  • Man With an Open Heart
  • Industry
  • Larks’ Tongues in Aspic (Part III)

 

Secondo tempo:

  • Waiting Man
  • The Sheltering Sky
  • Sleepless
  • Frame by Frame
  • Matte Kudasai
  • Elephant Talk
  • Three of a Perfect Pair
  • Indiscipline

 

Encore:

  • Red
  • Thela Hun Ginjeet

Come si vede c’è un’eccezione importante, quella dello strumentale “Red” del 1974: si tratta di un pezzo dal suono molto heavy e denso che evidentemente i due chitarristi dei BEAT hanno voluto includere in scaletta come omaggio al genio strumentale di Fripp pur non facendo parte della Trilogia. Tra l’altro Belew ha ringraziato esplicitamente proprio Fripp e Bruford prima di iniziare la sua esecuzione.

I brani della Trilogia vengono dunque rivisitati in maniera magistrale: ho letto che secondo qualcuno i BEAT sarebbero una “cover band” o una “tribute band”, ma sinceramente credo che siano delle definizioni davvero povere di ciò che fanno davvero. Le strutture originali dei pezzi vengono mantenute pressoché intatte ma all’interno di esse vengono inseriti due elementi di innovazione: gli assoli di Vai che non sono mai fini a se stessi, e una reinterpretazione ancora più high-energy e martellante di quanto già non fossero le tese composizioni degli anni ’80.

Beat - 1st set

In questo senso l’apporto di Danny Carey è determinante perché il suo drumming potente e secco, di una precisione cronometrica, porta le esecuzioni dei BEAT a un livello di incisività e contemporaneità magistrali. Non si ha assolutamente la sensazione di ascoltare della musica composta 40 anni fa e il concetto di Progressive torna a volare, ma con lo spirito di oggi e non come uno stile proveniente da un’altra epoca.

Il suono dei BEAT è denso, pieno di stop&go che fluiscono naturali e spontanei, roba da perderci la testa per star loro dietro, ma assolutamente senza nessun senso di stanchezza o oppressione come quando capita di seguire partiture ispirate a una complessità fine a se stessa (qualsiasi riferimento ad altri gruppi Progressive passati e presenti è puramente intenzionale, n.d.r.). Le esecuzioni sono molto piene di note, di lick e di momenti di autentico virtuosismo, eppure non hai mai la sensazione che ci sia qualcosa di inutile o ridondante.

Come detto l’apertura di “Neurotica” è micidiale, poi arrivano “Neal and Jack and me” che è un brano tanto complicato quanto anche una canzone piacevolissima e “Heartbeat” che col suo funk martellante diventa quasi pop. Da quel momento in poi il primo set vira progressivamente verso una maggiore complessità che soddisfa pienamente gli amanti dei KC più intricati e cerebrali, ma sempre con un approccio high-energy.

Fa eccezione l’ambientale “Industry” in cui Levin esegue un ostinato di basso in 9/4 sul suo synth Nord Lead e Steve Vai riempie l’aria con lenti arpeggi di chitarra passata nello shimmer reverb.

Dopo la pausa il concerto riprende con il rito di “Waiting Man” dove Carey – che appare in mezzo al palco con l’understatement di un roadie che è venuto ad accordare i Rototom – suona una parte percussiva melodica e viene poi raggiunto da Belew che insiste sugli stessi drums per un duetto memorabile. Ok, è impossibile non pensare alla grazia con cui Bill Bruford eseguiva questa parte, ma Danny non lo fa rimpiangere in quanto a precisione, timing ed espressività.

Beat - Waiting Man
Foto: Willy Perco

The “Sheltering Sky” è forse il pezzo ove i BEAT si allontanano di più dalla partitura originale dei KC perché i soli di Steve Vai dilatano e amplificano le parti già ipnotiche che Fripp disegnava su questa tavolozza ambient. Da principio Vai sembra limitarsi a pennellare l’ostinato del brano originale, ma poi parte in un turbinio di note che fa girare la testa. Toccare la versione originale che era tanto rarefatta quanto squarciata da singole note affilate come dardi poteva essere azzardato, ma la scommessa di Steve Vai è pienamente vinta: il suo solo non risulta mai invadente ma al contrario musicale, prezioso e perfettamente innestato sullo spirito del brano, per un risultato che genera estasi e ammirazione profonda anche nella difficoltà e lunghezza che caratterizzano questa interpretazione.

“Frame by Frame” e “Matte Kudasai” scorrono via composte e fedelmente eseguite nel loro ruolo di grandi classici KC anni ‘80, ma l’esplosione di pubblico si ha – ovviamente direi – per la super-energetica “Elephant Talk” che si apre con con l’ostinato di Levin sullo Stick e prosegue col canto stravolto di Belew. Ed è sempre Adrian che poi ci delizia coi sui classici barriti di Stratocaster in feedback davanti all’ampli, con la povera chitarra che viene presa letteralmente per il collo, tirata, flessa, avvicinata e allontanata ritmicamente fino a generare suoni che solo lui sa fare.

Beat - Adrian Belew guitar
Foto: Willy Perco

Finale di set ad alta tensione con “Three of a Perfect Pair” e soprattutto con “Indiscipline”, rappresentata in un’esecuzione davvero tesa, visionaria e violenta che ne rende al meglio il testo ossessivo.

Il bis è con la citata “Red” che fonde atmosfere anni ’70 con una pesantezza metallica tutta contemporanea, e poi con l’inno “Thela Hun Ginjeet” sostenuto dal martellante basso di Levin che agita il pubblico finalmente alzatosi dalle poltrone di platea.

Beat - Elephant Talk

La tecnica

Siamo davanti a quattro musicisti che hanno una padronanza tecnica assoluta dei rispettivi strumenti, e questo già si sa, fa parte delle regole di ingaggio del progetto BEAT.

In questo quadro però ci sono dei distinguo da fare, anzitutto per il ruolo dei due chitarristi: come già ai tempi del dualismo Fripp/Belew, qui siano lontani anni luce dallo schema “chitarrista ritmico + chitarrista solista” tipico del rock. Al contrario le due chitarre, dei KC allora e dei BEAT ora, si scambiano continuamente ruolo con una naturalezza e una fluidità sorprendenti. Ciascuno dei due chitarristi può esprimere la propria tecnica e la propria visione del solismo come più ritiene, e l’altro lo sostiene sempre senza alcun senso di competitività.

Questo gioco funziona grazie anche e soprattutto al Chapman Stick di Tony Levin: questo strumento particolarissimo infatti – un tempo abbastanza popolare e oggi forse un po’ in declino, permette di suonare contemporaneamente una parte di basso con una mano e una di fraseggio ritmico con l’altra, un po’ come accade in molte partiture pianistiche. È questa feature dello Stick a permettere a Levin – attraverso la sua maestria nell’uso dello strumento – di essere in fondo il vero “chitarrista ritmico” dei BEAT che fornisce poi a Belew e Vai una solida base su cui incastrare i loro assoli incrociati. E anche quando Tony lascia lo Stick per imbracciare uno dei due bassi che ha sul palco il suo ruolo di fornire le fondamenta sonore al gruppo non viene meno: suona spesso in slap, è percussivo e quindi presente sia a bassa che alta frequenza, dà groove e inoltre quando serve aggiunge una seconda voce armonizzata al cantato del frontman. Tiene davvero su tutto, con una incisività e precisione che non vengono mai meno.

Beat - Tony Levin
Foto: Willy Perco

Sicuramente il mattatore del progetto è Adrian Belew, chitarrista e performer istintivo, viscerale ma comunque in possesso di una base tecnica notevolissima. Si muove sul manico della sua chitarra con una disinvoltura totale, il suo strumming è preciso anche quando è violento, e in tutto questo riesce a essere contemporaneamente un ottimo cantante. Rispetto agli anni ’80 la sua prestazione vocale sembra anzi addirittura migliorata: la voce non ha perso minimamente smalto né energia, l’intonazione c’è e le sfumature non difettano mai al suo cantare stralunato. Sicuramente gli anni che ha trascorso accanto a David Byrne si fanno sentire pesantemente nella sua impostazione vocale, tanto che certe sue interpretazioni sarebbero state bene anche in Remain in Light, ma Belew rimane comunque personale e perfettamente centrato nel ruolo che seppe ritagliarsi già nei King Crimson e che ora qui è rafforzato. Famoso per fare suoni che evocano il barrito dell’elefante e il whistle dei delfini, in realtà è capace di una gamma vastissima di espressioni e di colori con la sua chitarra, cosa che il concerto è puntualmente evidenziato. Grande e unico.

Beat - Setup Adrian Belew
Il set-up di Adrian Belew

Tutt’altra storia la presenza di Vai: quello che è senza ombra di dubbio uno dei migliori chitarristi viventi ha un approccio sicuramente più teorico, più astratto di Belew. Capisci subito che ha un bagaglio di studio enorme, che tutto ciò che suona è già scritto nota per nota in un pentagramma che ha nella sua testa, che passa disinvoltamente da una tecnica esecutiva all’altra in funzione della sfumatura di suono che desidera ottenere. Nei BEAT hai la sensazione che non smetta mai di considerarsi un ospite in casa d’altri, nel senso che non si impone, si presta a eseguire tutte le parti di chitarra necessarie a un’esecuzione rispettosa e inizia poi ad arricchirle coi suoi soli esclusivamente quando una reinterpretazione del lavoro di Fripp può avere senso. Qualcuno ha storto il naso sulla sua presenza nei BEAT perché porterebbe nel gruppo troppo virtuosismo, ma personalmente non sono d’accordo: replicare paro paro le parti di Fripp sarebbe stato impossibile da un lato (se non altro da un punto di vista emotivo), e dall’altro sarebbe stato mortificante per un maestro come lui. La strada di inserire i suoi liquidi soli, i suoi raggi di luce inediti, le sue mille tecniche, le sue cavalcate mozzafiato nella parte alta della tastiera è stata allora una scelta a mio avviso azzeccatissima, ed è quella che più contribuisce a rendere i BEAT diversi dei KC. L’innesto di Vai è a mio avviso vincente proprio per questo motivo: rispetta, attualizza, aggiunge e non stravolge.

Stesso discorso per Danny Carey: atteso che sostituire la grazia del drumming di Bruford sarebbe stato impossibile, la tecnica e la mano pesante di Carey portano il suono di questo super-gruppo a un livello di contemporaneità che è perfetto. Dispiace solo quella punta di distacco, di freddezza nelle interpretazioni che già si è detto sopra, ma sicuramente per suono e parti eseguite Danny è il miglior batterista che questo gruppo avrebbe potuto avere.

Alla fine c’è una cosa che ti lascia sconvolto di questo concerto: la naturalezza e l’apparente semplicità con cui questi quattro mostri di tecnica creano le loro magie. Hai la sensazione che saprebbero fare quello che senti anche se fossero addormentati, bendati e con una mano legata dietro la schiena. Anche la strumentazione che impiegano non è fantascientifica: i loro set-up si sono distillati attraverso decenni di esperienze e, a parte i cambi frequenti di chitarra da parte di Vai, non c’è un dispiego sovraumano di mezzi per ottenere tutto il complesso e stratificato suono dei BEAT ma solo pochi strumenti di qualità utilizzati con maestria pura.

Beat - Setup Steve Vai
Il set-up di Steve Vai

Conclusioni

Negli ultimi trent’anni il mondo della musica è andato in tante direzioni diverse dal rock, spesso grazie all’elettronica che ha portato la tecnica sullo strumento ad avere un ruolo meno importante di un tempo. Anche i fenomeni come i DJ superstar o i prodotti dei talent hanno portato il pubblico più giovane a dare meno importanza alla musica “realmente suonata”. Quando però assisti a uno show come quello dei BEAT capisci cosa è davvero il rock, cosa è la creatività e come la tecnica può mettersi al servizio di essa per renderlo attuale anche nel 2026.

Il concerto dei BEAT è stato un piacere puro, un’estasi di meraviglia sonora, due ore e mezza che ti riconciliano col concetto di rock progressivo e col perdersi nella musica che ne ispirò la nascita oltre 50 anni fa.

Bravissimi. Davvero bravissimi.

Beat - fine concerto
Foto: Willy Perco

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 1200 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.