Kali Audio LP-6, centro pieno al primo colpo

Il nome Kali Audio è del tutto nuovo nel mercato dei monitor, ma dietro di esso si celano due vecchie volpi che evidentemente la sanno lunga. Il risultato? Un monitor dal rapporto qualità/prezzo straordinario.

 

Kali Audio è un marchio californiano del quale fino a un anno fa nessuno aveva mai sentito parlare, ma già nell’autunno 2018 si era scatenato un tam-tam su Internet che indicava nel loro primo prodotto – il modello LP-6 in prova in questa pagina – un monitor dal rapporto qualità prezzo incredibile. Per qualche mese l’Europa, e soprattutto l’Italia, erano rimaste all’oscuro di questo primato nato negli USA ma già al Winter NAMM di gennaio venivano stretti accordi di commercializzazione anche per il nostro Paese.

Il tempo di qualche mese per iniziare la distribuzione effettiva in Italia, ed ecco che una coppia di LP-6 si è materializzata nel mio studio per un test quanto mai opportuno, vista la curiosità che nel frattempo è montata anche da noi.

Prima di parlare del diffusore in sé è però opportuno dare un’occhiata al profilo del costruttore: Kali Audio è effettivamente un nome nuovo, ma dietro di esso vi sono due persone con una lunga militanza in JBL Professional. Charles Sprinkle, Kali’s Director of Acoustics, è stato infatti progettista di sistemi di altoparlanti per nove anni e mezzo in JBL Pro, dove si è occupato degli M2, della serie 7 e del completo sviluppo della serie LSR 3 (cui appartengono gli LSR305 che io spesso ho consigliato in fascia entry level). Nathan Baglyos, Director of Sales and Marketing at Kali Audio, è stato invece parte della funzione di Business Development di JBL Pro per tre anni e mezzo e quindi rappresenta il braccio commerciale di questa nuova iniziativa. Insomma, se qualcuno si chiedeva come mai un nome completamente nuovo è in grado di esordire con un prodotto già molto maturo, il segreto è svelato: Kali è l’ultima tappa professionale di esperti che hanno già una grande esperienza alle spalle.

 

Il diffusore

Ora che sappiamo chi c’è dietro il marchio Kali, andiamo a guardare il monitor vero e proprio. Si tratta di un diffusore a due vie biamplificato, di dimensioni generose per la sua fascia merceologica. La progettazione avviene in USA e la costruzione in Cina, come da molti anni è standard per questa categoria di prodotti: come sempre, prima che qualcuno in vena di polemiche gratuite parli di “cinesate”, va evidenziata la ottima costruzione industriale dell’LP-6. I pannelli laterali, superiore e inferiore sono realizzati in MDF perfettamente rifinito con una copertura vinilica, mentre il pannello frontale è formato da una complessa fusione in materiale sintetico.

Questa costruzione consente numerosi vantaggi: anzitutto gli spigoli sono stondati e la sezione frontale è bombata per prevenire le diffrazioni ai bordi. Sempre grazie alla fusione plastica si è potuto integrare nel pannello frontale la bocca del reflex ampia e dal profilo complesso: il costruttore afferma che essa è stata studiata per far uscire l’aria alla stessa velocità lungo tutta la sua sezione di apertura ed evitare così turbolenze che, se presenti, si sarebbero tradotte in distorsione alle basse frequenze. Infine, il pannello frontale stampato ha permesso di alloggiare facilmente la flangia a forma di 8 che ingloba in sé la cornice degli altoparlanti e la guida d’onda del tweeter. Quest’ultima è definita dal costruttore 3-D Imaging Waveguide ed è mirata a modellare la dispersione del diffusore in modo da produrre un’immagine spaziale ampia e coerente.

Il pannello posteriore è costituito da una piastra metallica che supporta le connessioni e i comandi, nonché a smaltire quel poco di calore che si genera internamente: a tale proposito va evidenziato che LP-6 impiega degli amplificatori in classe D che, per la loro efficienza intrinseca, scaldano pochissimo e quindi non abbisognano di grandi alettature di dissipazione.

 

La tecnica

Il woofer impiegato da LP-6 è un componente da 6,5” realizzato con membrana in materiale sintetico e sospensione in gomma. Il costruttore afferma che usa una bobina di 1,5”, ovvero più grande di quanto impiegato di solito nella categoria, e un magnete di grandi dimensioni. Inoltre la bobina è avvolta su due strati di filo invece che quattro allo scopo di diminuire la modulazione del flusso magnetico dovuta al movimento nel traferro. Tutti questi accorgimenti hanno lo scopo di ottenere minore distorsione e maggiore tenuta in potenza, e in un conversario su Internet Kali cita un dato di distorsione alle basse frequenze di 6 dB inferiore a precedenti prodotti JBL (senza indicare in dettaglio a quali si riferisca).

Kali Audio LP-6 - La risposta in frequenza e le distorsioni di 2a e 3a armonica

Il tweeter è un componente a cupola morbida da 1” che Kali, sempre nello stesso post richiamato sopra, definisce “molto simile” a quello usato nei JBL Serie LSR.

Anche senza conoscere i dettagli del progetto, si intuisce facilmente che ciò che contribuisce molto a definire le prestazioni degli LP-6 è la sezione elettronica: abbiamo qui due amplificatori in classe D, abbinati a un DSP che si occupa di eseguire il taglio di crossover e di articolate funzioni di equalizzazione ambientale. Riguardo all’amplificazione, essa è accreditata di 40 Watt continui per il woofer più 40 Watt continui per il tweeter. Questo genera un paio di osservazioni: la prima, incondizionatamente favorevole, è che Kali indica il dato di potenza erogata in maniera continua (attenzione a questa parolina!), e non già la potenza di picco di cui l’amplificatore è capace solo per brevissime durate, come invece fanno altri costruttori per ottenere dati di potenza roboanti ma in definitiva lontani dalla prestazione reale. La seconda osservazione è che si è scelto di usare una potenza abbastanza elevata anche sul tweeter, mentre in un progetto del genere altri costruttori avrebbero optato per 20/25 Watt sulla via alta. La scelta di Kali Audio ha secondo noi due buone ragioni: anzitutto è probabile che si sia privilegiata l’omogeneità costruttiva, e quindi timbrica, impiegando moduli di amplificazione uguali per le due vie. E poi è altrettanto probabile che la scelta di avere una buona potenza anche sul tweeter sia stata guidata dalla frequenza di crossover molto bassa per un progetto di questo tipo. Gli LP-6 infatti hanno un incrocio a 1,5 kHz, quando altri monitor similari incrociano le due vie tipicamente a 2,2/2,5 kHz. Incrociare il tweeter più in basso richiede più potenza da parte dell’amplificazione e più tenuta da parte del componente, ma in compenso può portare maggiore omogeneità, chiarezza e coerenza in gamma media.

Veniamo al comparto delle regolazioni: qui il Kali LP-6 si dimostra un campione in termini di possibilità di adattamento all’ambiente, e al contempo esibisce un approccio molto personale. Tipicamente infatti i monitor hanno un comando di livello per la via bassa, e magari un filtro notch che taglia 2/4 dB attorno ai 160 Hz se si posizionano i diffusori su un tavolo o altra superficie piatta e riflettente come per esempio la torretta di un mixer da studio. Qui sono banditi potenziometri e pulsanti, e al loro posto c’è un array di dip switch da azionare con una piccola lama piatta per un controllo molto più articolato. Il costruttore, e qui sta la novità della questione, non indica l’azione di ciascuno switch ma riporta invece otto diversi esempi di posizionamento a ciascuno dei quali corrisponde una combinazione di tre switch accesi/spenti.

Kali Audio LP-6 - Le regolazioni in funzione di diversi posizionamenti

In questa maniera è il DSP interno a sagomare la risposta in funzione delle attenuazioni/esaltazioni a ben specifiche frequenze che il costruttore deve aver misurato nelle otto collocazioni-tipo, realizzando poi delle compensazioni elettroniche uguali e contrarie. Altri quattro switch provvedono a esaltare/attenuare di 2 dB la gamma bassa e quella acuta, in modo da dare ulteriore flessibilità all’LP-6 per adattarsi sia a diversi ambienti che a diverse preferenze di ascolto.

Sul fronte delle connessioni il Kali Audio LP-6 si dimostra completissimo: offre ingressi su pin RCA sbilanciato, jack TRS bilanciato e XLR bilanciato. Per ciascun connettore è serigrafata anche la sensibilità nominale di ingresso, mentre una manopola di livello consente un aggiustamento fine in un range di +/- 6 dB. Il pannello posteriore del monitor è completato dalla presa IEC per l’alimentazione e l’interrutore, ma va rilevato che un sensore provvede a mettere l’elettronica in stand-by se non arriva segnale audio per qualche tempo. La condizione di stand-by è segnalata dal LED frontale posto tra woofer e tweeter: esso infatti è illuminato in blu in condizioni di normale attività ma diventa arancione in caso di spegnimento per inattività. Vi è inoltre una protezione tramite limiter contro livelli troppo elevati, che interviene in maniera marcata indicando con la sua distorsione che è il caso di abbassare il volume di ascolto.

Le analisi sopra riportate possono applicarsi in buona parte anche al fratello maggiore di questo LP-6: esiste infatti un modello denominato LP-8 che, a fronte di un prezzo di vendita del 40% più elevato, offre un’impostazione similare ma è stato progettato per offrire volumi più elevati e un’estensione in basso appena appena migliore. Il costruttore evidenzia, in maniera davvero molto apprezzabile, che l’LP-8 non è il solito modello col woofer da 8” pensato per avere un basso più panciuto pur al prezzo di minore fedeltà del modello più piccolo, ma al contrario può garantire più headroom pur esibendo una timbrica analoga, perché soffre di minore distorsione e compressione dinamica ad elevati livelli di funzionamento. In ogni caso le differenze prestazionali-chiave tra i due modelli sono evidenziate nella tabella e nel grafico sottostanti:

Kali Audio LP-6 - Prestazioni LP-6 vs LP-8

Kali Audio LP-6 - FR LP-6 vs LP-8

Il test

Quando i monitor vengono posizionati in studio non danno affatto la sensazione di oggetto economico, nonostante il frontale sia dominato dalla plastica: si ha al contrario la sensazione di un prodotto moderno, ben ingegnerizzato e ben fatto. Il tweeter appare drammaticamente esposto a danni accidentali in quanto la sua natura di soft-dome senza alcuna protezione implica purtroppo dei rischi in fase di movimentazione: tenetene conto nel posizionare gli LP-6.

Appena la musica attacca, si rimane sorpresi da un suono bello e ricco. Ciò che colpisce più di tutto è un senso di completezza nell’emissione, e soprattutto di grande tridimensionalità in avanti: la coppia di LP-6 è molto brava nel ricreare davanti a noi una sfera sonora in cui i vari strumenti sembrano sospesi, ciascuno col suo grado di profondità, con la sua dimensione spaziale. Sembra di assistere a una proiezione 3D in cui gli strumenti ci vengono incontro, più che accomodarsi verso il fondo della congiungente tra i due diffusori. Pare di poter afferrare ciascun suono davanti a noi, manipolarlo, afferrarlo, tanta è la sensazione di tridimensionalità proiettata in avanti. Sempre nel campo delle prime impressioni, il suono è moderno, lucido e coeso: non c’è né il collassamento in un unico messaggio musicale bidimensionale tipica dei vecchi monitor anni ’90, né la rappresentazione radiografica in cui ciascun suono, ciascuna traccia vengono isolati e riproposti ben staccati dagli altri che suonano insieme a loro.

Atteso che l’asse Z è il piatto forte dell’LP-6, le altre dimensioni spaziali sono rese con correttezza ma senza particolare ampiezza: l’altezza del soundstage (asse Y) non è elevatissima, e la larghezza (asse X) si allarga poco oltre al confine fisico dei due diffusori. Altri modelli concorrenti propongono un soundstage più ampio, mentre qui il palcoscenico è più compatto. Anche lo sweet-spot ideale non è amplissimo e gradisce che il fonico sia posizionato ben frontalmente rispetto ai due monitor, ma in proposito c’è un trucco: se usate gli LP-6 alla distanza tra un diffusore e l’altro permessa dai classici production desk (tipicamente 130 cm), fregatevene della abusata regola del triangolo equilatero e ruotate un po’ i diffusori dalla stereotipa posizione che punterebbe dritta verso di voi. Potete ruotarli di circa una decina di gradi in fuori, finché non sentite la scena svuotarsi al centro: a quel punto è meglio tornare un po’ indietro e godere così di un soundstage leggermente più ampio rispetto a quello dettato dal posizionamento canonico. Altro trucchetto con questi monitor può essere quello di distanziarli tra loro se si dispone di una stanza un po’ grandina: a differenza di molti altri modelli entry-level, i Kali Audio LP-6 gradiscono posizionamenti in cui i due diffusori sono distanti anche 2 metri l’uno dall’altro e c’è abbastanza aria tra loro e il fonico. In questa posizione il soundstage diventa ampio e piacevole, oltre che naturale.

Veniamo alla timbrica: la definirei neutra e asciutta, senza sconfinare né nella dolcezza eufonica da una parte, né nella secchezza iper-analitica dall’altra. Complessivamente è un suono equilibrato, attendibile senza risultare asettico e povero. Anzi, i Kali Audio asettici e poveri non lo saranno mai, caratterizzati come sono da una personalità sempre piena, sicura di sé e improntata a una generosità onesta. Per “centrare” il livello e l’equalizzazione delle basse frequenze è necessario lavorare con attenzione e disponibilità di tempo sulle regolazioni del pannello posteriore: va benissimo partire dai settaggi tipici raccomandati dal costruttore per il proprio tipo di posizionamento, ma poi non è affatto disdicevole provare anche regolazioni diverse fino a trovare l’equilibrio migliore. I setting serigrafati sul pannello debbono infatti necessariamente intendersi come dei suggerimenti più che come delle indicazioni tassative, ma poi deve essere il fonico a trovare personalmente la condizione di maggiore equilibrio. Questo, se da un lato rende il set-up di una coppia di LP-6 un tantino più impegnativo e lungo del solito, dall’altro è in grado di ripagare con la sonorità più adatta al proprio ambiente. Inoltre, se si desidera un filo di bassi in più perché i propri gusti portano verso una gamma inferiore abbondante e succosa, qui è possibile lavorare coi controlli per raggiungere anche questo risultato, fermandosi solo quando il basso si impasta e perde di intelleggibilità perché si è esagerato.

Alla fine, raggiunto l’equilibrio desiderato, l’LP-6 gratifica il suo possessore con un basso piuttosto profondo e articolato, anche se ovviamente non preciso e scultoreo come quello di modelli dal costo triplo. È però la gamma media a colpire più di tutto, per la sua naturalezza, apertura, chiarezza che sono ottenute senza le enfatizzazioni di livello che certi costruttori famosi impiegano per raggiungere una fraintesa impostazione “monitor”. Qui, grazie anche alla buona prestazione spaziale, le cose suonano chiare, definite e anche piacevoli: non c’è bisogno di ricorrere alla frase fatta “sono monitor fatti per dirti tutto, non per darti un suono bello”. Il dettaglio c’è in quantità e qualità molto buone anche proseguendo verso l’estremo acuto della gamma, anche se il Kali (probabilmente per il tipo di tweeter impiegato) manca di quella scintilla di brillantezza e ariosità tipica di altre tecnologie. Manca insomma lo “zing!”, e questo per alcuni può essere un limite ma per molti altri una qualità che depone a favore di un uso più sereno.

Nota di gran merito per la micro-dinamica, per la velocità con cui dettagli, percussioni, pizzicati si muovono: diventa facile leggere le parti strumentali e anche seguire quelle vocali. La capacità dinamica verso gli alti livelli invece è buona ma ovviamente non tanto da buttar giù i muri: la potenza non elevatissima a disposizione e una certa tendenza alla compressione a volumi elevati raccomandano di lavorare con gli LP-6 in ambienti di dimensioni anche non piccole ma comunque non enormi (diciamo fino a 15 mq) e di non spingere verso volumi molto alti: se questa fosse la vostra esigenza, meglio dare un’occhiata al più stazzato modello LP-8.

La seduta si ascolto si conclude con un senso di grande soddisfazione e compiutezza: quando ti ricordi il price-tag dell’LP-6 davvero ti stupisci di come oggi sia possibile ottenere prestazioni che dieci anni fa sarebbero costate il triplo.

 

LP-6 esiste anche nella White Limited Edition
LP-6 esiste anche nella bella White Limited Edition

Conclusioni

Oggi è davvero possibile acquistare dei monitor di ottima qualità spendendo poco, o per meglio dire ottenere, in cambio di un esborso limitato di denaro, delle prestazioni acustiche che fino a qualche anno fa erano inarrivabili per questo segmento. Il Kali Audio LP-6 è un esempio fulgido di questa situazione e dimostra che, tramite un sapiente mix di competenza progettuale occidentale, produzione orientale, utilizzo degli ultimi materiali e soluzioni tecnologiche disponibili, si può arrivare ad avere un monitor full-range in grado di sonorizzare ambienti di almeno 15 mq con un eccellente grado di fedeltà e anche un pizzico di divertimento. LP-6 è un best-buy indiscutibile e dev’essere posizionato in cima alla shopping list di chi si accinga a fare acquisti nel segmento fino a 500 Euro/coppia: ha dettaglio, tridimensionalità, movimento dinamico, velocità. In più si distingue per due peculiarità tutte sue: la prima è la elevata versatilità di regolazione in funzione di diversi posizionamenti, e la seconda è un basso che può essere regolato anche per dare un po’ di abbondanza in più rispetto alla spietata neutralità, se questa è l’inclinazione dell’utilizzatore.

LP-6 è un monitor di grande soddisfazione: al prezzo cui viene proposto è davvero impossibile fare di più e meglio.

 

Scheda tecnica

Prodotto: Kali Audio LP-6
Tipologia: Monitor amplificato, due vie
Dati tecnici dichiarati dal costruttore:
Woofer: 6,5″
Tweeter: 1” soft dome
Range di frequenza (-10 dB): 39 Hz ~ 25kHz
Risposta in frequenza (+/- 3 dB): 47 Hz ~ 21 kHz
Frequenza Crossover: 1,5 kHz
Potenza amplificatore continua: 40 W + 40 W
SPL max: 112 dB
Connessioni di Ingresso: 1 x XLR (bilanciato), 1 x TRS (bilanciato), 1 x RCA (sbilanciato)
Dimensioni (LxAxP):
22,2 x 35,9 x 26 cm
Peso:
7,01 kg

Prezzo: 359,90 Euro la coppia

Distributore: Leading Technologies

 

FAQ

Ci può essere bisogno di un subwoofer?
No: questo LP-6 ha già un basso sufficientemente esteso da non richiedere un sub, che oltretutto non sarebbe in linea con l’impostazione risparmiosa di chi sceglie un sistema in questo range di prezzo e tra l’altro finirebbe probabilmente per creare numerosi problemi in ambiente. Il basso che si riesce ad ottenere da una coppia di LP-6 ben posizionata e ben regolata è nettamente più esteso e completo di quanto offrono i monitor da 5” di fascia di prezzo immediatamente inferiore, e certamente è proprio questo salto prestazionale rispetto a essi che può spingere un home recordist a orientarsi su Kali Audio.

Il Kali LP-6 si può posizionare in orizzontale?
In linea di massima, con un diffusore come questo ciò è sconsigliabile per diverse ragioni: anzitutto la guida d’onda del tweeter è asimmetrica tra piano orizzontale e piano verticale, e inclinando il diffusore sul fianco si otterrebbe il risultato di comprimere la dispersione orizzontale a beneficio di quella verticale. Inoltre il posizionamento ravvicinato e raccordato tra i due altoparlanti, nonché la bassa frequenza di incrocio, fanno ritenere che ne soffrirebbe molto la focalizzazione in gamma media.

Domanda secca: meglio ADAM T7v o questi Kali Audio?
Sicuramente si tratta dei due modelli attualmente più convenienti nel segmento, e probabilmente sarà difficile batterli per diverso tempo. Sono entrambi validissimi e non c’è un vincitore e un vinto, ma piuttosto diversi profili d’uso e stili di monitoraggio che indirizzano più verso l’uno o l’altro: l’ADAM ha uno sweet-spot più ampio ed ha una migliore prestazione spaziale in larghezza, mentre il suo atteggiamento sonoro è “tecnico” senza essere “clinico”, con un’analiticità raffinata. Il Kali offre uno sweet-spot più concentrato in senso orizzontale e ha un filo di spazialità in meno, ma è anche più proiettato in avanti verso l’ascoltatore con un eccellente effetto di tridimensionalità che rende la prestazione viva e coinvolgente, oltre che dotata di un dettaglio plastico raro a trovarsi. Il basso del Kali inoltre è un po’ più generoso e grazie ai controlli assai più articolati dell’ADAM gli puoi anche “sciogliere la briglia” e portalo in una direzione di maggior abbondanza se questo è il desiderio. È insomma indubitabile che per prezzo, dimensione, livello delle prestazioni questi due modelli siano molto vicini, ma con delle specificità che rendono ciascuno dei due più adatto a un ben determinato tipo di fonico/producer.

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

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