Ashun Sound Machines Hydrasynth, la recensione totale

Lo strepitoso synth digitale della neonata Ashun Synth Machines. Una prova straordinaria per durata, impegno, profondità. Signori, tutto quello che c’è da sapere davvero su Hydrasynth!

 

L’Hydrasynth è lo strumento-evento del 2019: creato da una neonata azienda di origine cinese denominata Ashun Sound Machines (ASM in sigla), ha saputo immediatamente catturare l’attenzione dei sintetisti più esperti per il suo straordinario mix di funzioni, interfaccia e strumenti di controllo. New Musical Instruments gli ha voluto dedicare subito un’anteprima nel settembre scorso  allo scopo di descriverne le funzioni e le tante innovazioni. In quell’occasione si è evidenziato come ASM, anche se inedito come marchio, sia in realtà una griffe che capitalizza sulle esperienze del grande costruttore cinese Medeli (oltre 1.000 dipendenti), nonché su alcune “vecchie volpi” del nostro mercato provenienti da Arturia ed Elektron.

Dopo tale presentazione, mancava solo un unico, “piccolo” dettagliuzzo: mettere le mani sullo strumento!

Credetemi che non è stato facile: la casa aveva sì reso disponibile il synth per la vendita nel tardo novembre 2019, ma aveva anche fatto sapere agli operatori della stampa e dell’informazione che non autorizzava alcuna recensione ufficiale fino a gennaio/febbraio 2020. Inizialmente la cosa mi è apparsa incomprensibile ma, dopo aver ricevuto l’Hydrasynth il 7 gennaio di quest’anno, ho immediatamente compreso le motivazioni della casa: benché l’hardware fosse perfettamente  finito, il sistema operativo richiedeva ancora degli sviluppi che ASM aveva pianificato da tempo, e anche i preset di primo equipaggiamento non erano pienamente in grado di dare contezza di tutte le capacità timbriche della macchina.

Il test di Hydrasynth (d’ora in avanti Hydra, per gli amici) si è allora protratto per ben tre settimane, durante le quali sono usciti due aggiornamenti di OS e un nuovo banco di preset programmati in maniera professionale che finalmente hanno fatto giustizia alla macchina. Ho dunque scelto una modalità inedita di recensione: in Rete vi sono già altre review che descrivono in modo analitico (forse anche esageratamente e inutilmente analitico…) le tantissime funzioni della macchina, ma che poi a me non dicono abbastanza su come suona davvero. Non è il mio approccio, perché un synth può avere millemila funzioni ma se poi tutto ciò non conduce a un buon suono e a una gratificante esperienza d’uso tali funzioni alluzzano magari il programmatore ma non contano nulla per il musicista.

Ho invece preferito realizzare una recensione a quattro mani per “spremere” davvero lo strumento e raccontarvelo nella sua realtà: la parte descrittiva è stata allora redatta da me (Giulio Curiel) come al solito, mentre il test di utilizzo è stato condotto con l’amico Willy Perco: insieme facciamo 110 anni di età (e questo magari non è entusiasmante per noi…), ma soprattutto più di ottant’anni di esperienza tastieristica e sintetica che abbiamo voluto mettere a vostra disposizione per una review il più approfondita possibile. Le conclusioni poi sono state condivise da entrambi.

 

Costruzione, interfaccia, connessioni

Fisicamente lo strumento si presenta molto bene, solido e costruito senza alcuna economia. I materiali ricordano le tecniche costruttive di una volta, quando cabinet, pannelli frontali, tastiere e comandi erano realizzati senza alcun risparmio e col “giusto” livello di solidità, con la corretta profusione di materiali. I 10 kg di peso e l’ampio pannello frontale con comandi di dimensioni normali e certamente non miniaturizzate sono lì a testimoniare questa importante realtà.

Dovrebbe essere una cosa scontata, d’accordo, ma non lo è: tanti strumenti di oggi evidenziano l’uso di materiali “leggerini” e soluzioni tirate al risparmio. Qui no: se si eccettua l’alimentatore esterno (che consente tanti vantaggi per il produttore in sede di certificazioni e di consegna nelle diverse regioni del mondo) e le quattro ottave di tastiera, tutto appare realizzato senza alcun angolo tagliato in nome delle economie. L’estetica – dai, togliamocelo questo imbarazzo e diciamolo – potrebbe essere quella di un moderno synth Roland, ma fatto con più impegno di materiali. Il marchio di Osaka viene infatti alla mente per i fianchetti in alluminio naturale stile Jupiter-8 (o Jupiter-Xm, se guardiamo all’oggi), nonché per il pannello nero con prevalenza di scritte arancioni. Ma questo richiamo estetico certamente non vuol evocare nulla e forse è addirittura involontario, perché Hydrasynth è una macchina assolutamente originale sia nell’architettura che nel suono.

Guardando al frontale della macchina si nota subito la tastiera a quattro ottave, che è una meccanica originale dal feeling eccellente, coi tasti dal giusto livello di pastosità e resistenza: essi hanno un po’ di gioco laterale se spinti in tal senso, ma ciò non inficia assolutamente la bontà della meccanica. Come ormai noto grazie al tam tam che ha preceduto la effettiva disponibilità di Hydrasynth, questa tastiera è sensibile alla velocity e anche all’after-touch polifonico: si tratta di una feature disponibile solo su alcuni rarissimi synth di epoche gloriose come per esempio Yamaha CS80 e Prophet T-8, e poi sostanzialmente scomparsa dal mercato a causa della sua complessità costruttiva. Se guardiamo al mercato odierno, l’aftertouch polifonico non è presente su alcuna altra macchina attuale (se si eccettua l’Arturia MicroFreak, che però impiega una tastiera completamente diversa e priva di parti mobili): questo certamente mette l’Hydrasynth in una categoria a se stante e testimonia della capacità costruttiva di ASM e della grande azienda cinese Medeli che ne è alle spalle.

Sopra le quattro ottave di tastiera corre un ribbon controller di uguale estensione, altro omaggio ai grandi synth del passato a cominciare dai modulari Moog. Questo ribbon può funzionare in tre modalità distinte:

  • Pitch bend mode: per il controllo dell’intonazione degli oscillatori. In tale modalità si può scegliere tra l’escursione continua del pitch oppure a passi di tono/semitono secondo diverse scale già memorizzate.
  • CC control mode: per la generazione di MIDI CC da impiegarsi poi come sorgente di modulazione interna ed esterna.
  • Theremin mode: per gestire il pitch in maniera continua e al contempo innescare gli inviluppi.

Non mancano naturalmente le due tradizionali Pitch e Modulation Wheel, che possono illuminarsi di colori diversi selezionabili in fase di salvataggio della patch grazie a un sistema di LED RGB.

ASM Hydrasynth Key - dettaglio tastiera

Il reparto “performance” è completato da tre tastini per trasporre la tastiera e assegnarle la funzione Chord, dalla manopola del Master Volume, e soprattutto dalle due wheel per pitch e modulazione: si tratta di due controlli di dimensioni ideali – non c’è niente di “mini” in Hydrasynth, e questo scalda il cuore – dotati di una levetta sulla loro sommità per comandarli meglio e capaci di illuminarsi di vari colori in funzione delle scelte dell’utente in fase di programmazione grazie ai LED RGB incorporati.

L’analisi del pannello frontale prosegue identificando gli altri blocchi funzionali, ben distinti tra loro: vi è anzitutto una completa sezione per il controllo dell’arpeggiatore (di cui ci occuperemo in seguito), una per le connessioni CV/Gate e una denominata Main Systems che si occupa principalmente del salvataggio e richiamo delle patch. Qui troviamo un grosso e gratificante encoder rotativo a step per fare il browsing dei suoni, con alla base ancora una corona di LED RGB che cambia colore a seconda della categoria strumentale impostata per la patch in quel momento richiamata.

Ciò che però caratterizza e qualifica particolarmente Hydrasynth è il notevole sistema di editing dei parametri timbrici, che lavora in base alla sinergia tra le due sezioni Master Control e Module Select: la prima è una sezione di data entry che agisce direttamente su otto parametri visualizzati nel display principale e i cui valori vengono modificati grazie a otto encoder rotativi con corona di LED bianchi.

ASM Hydrasynth Key - Master Section

Ok, ma…. Quali parametri? Semplice, quelli del blocco funzionale selezionato nella sezione Module Select: qui si vede tutta la catena di sintesi di Hydrasynth, in maniera chiara e lineare che segue il flusso del segnale audio e dei relativi modulatori che lo alterano.

ASM Hydrasynth Key - Module Select section

Premendo uno dei pulsanti, ognuno dei quali rappresenta un modulo di tale catena, si entra nel suo editing grazie agli otto encoder. Se poi i parametri di quel modulo sono più di otto, l’accensione delle frecce Page indica che si possono appunto selezionare più pagine di controlli. La bravura dei programmatori di ASM è comunque stata tale da realizzare un’interfaccia utente che condensa nella prima pagina i parametri “vitali” di ciascun modulo e non costringe l’utente a fare paginate e paginate di navigazione per arrivare a ciò che desidera. Le pagine infatti sono al massimo due o tre, e i moduli-chiave ne hanno una sola. Molto bene!

Il pannello si chiude con un ultimo modulo, dedicato ai controlli di filtro: esso non offre nulla che non sia già raggiungibile coi comandi della sezione Master Control, ma è evidente che il progettista ha voluto realizzare una sezione di comandi dedicati ai due filtri disponibili, comandi che siano sempre e comunque raggiungibili in maniera diretta in modo da facilitare la performance visto il peso che ha la manipolazione del filtro in tempo reale. Troviamo dunque manopole dedicate per cutoff, risonanza, Drive/Morph, profondità di intervento bidirezionale di Env 1 e di LFO 1. Due pulsanti consentono di assegnare tali controlli al primo o al secondo filtro di cui dispone la macchina, ma purtroppo non a tutti e due contemporaneamente. Vedremo meglio in seguito la topologia di tali filtri e le peculiarità di ciascuno.

Passiamo ora all’analisi delle connessioni: posteriormente Hydrasynth offre un’uscita stereo su jack TRS bilanciati, due jack per pedali di sustain ed espressione ovviamente assegnabili, la tripletta MIDI DIN In/Out/Thru (anche qui, bando a quelle stupide economie che spesso sopprimono l’utilissima porta Thru), una porta USB per il dialogo MIDI trasportato su questo protocollo, e infine connettore e switch di alimentazione. Un gancio Kensington consente di assicurare fisicamente la macchina in funzione antifurto.

Sempre appartenenti al comparto “connessioni” devono essere considerati anche i sette minijack presenti nella sezione CV/Gate: la loro collocazione sul pannello frontale è solo incidentale, ed è stata ovviamente scelta per agevolare il patching di Hydrasynth con macchine modulari e semimodulari. Troviamo dunque due ingressi CV denominati Mod 1 e Mod 2 destinati a costituire altrettante sorgenti di modulazione proporzionali al voltaggio applicato ai loro jack, e un complesso set di uscite destinate a Pitch e Gate di tastiera, clock della macchina trasformato in segnale di Sync e Mod 1 e Mod 2 che traducono in CV due destinazioni della matrice di modulazione. Va evidenziato come Hydrasynth sia versatilissimo nell’interfacciarsi con diverse tipologie di sistemi modulari in quanto supporta numerosi standard:

  • CV: Volt/Oct +/-5V; Volt/Oct 0-10V; Hz/Volt +/-5V; Hz/Volt 0-10V
  • Gate: V-trig, S-trig, 3V, 5V, 10V
  • Mod In/Out range: +/5V, 0-10V, 0-5V, 0-1V
  • Clock In/Out: 1PPS, 2PPQ, 24PPQ, 48 PPQ, clock Voltage – 3V, 5V, 10V

In conclusione di questo esame della macchina possiamo certamente dire che essa è fatta bene, è matura e la neonata ASM si dimostra già in grado di fare ciò che vuole da un punto di vista costruttivo. Non ci sono sbavature in questa realizzazione  e anzi il livello costruttivo potrebbe essere di esempio a costruttori anche molto più famosi, che ultimamente hanno “alleggerito” un po’ troppo la costruzione di alcuni loro prodotti.

 

La catena di sintesi

Hydrasynth si basa su un’architettura in apparenza tradizionale di wavetable + filtraggio sottrattivo. Ciò che rende la macchina originale e interessante è però la facilità con cui viene gestita questa catena di sintesi grazie a un pannello di controllo molto ben studiato, alle tante possibilità di filtraggio e modulazione offerte, alla modalità di gestione della wavetable.

Si comincia con tre oscillatori che accedono a un pool comune di 219 forme d’onda a ciclo singolo. Mentre l’oscillatore 3 ne può sempre impiegare una e una soltanto per volta, gli oscillatori 1 e 2 possono creare ciascuno una propria Wavelist di otto waveform. Ognuna delle otto posizioni della Wavelist è liberamente e facilmente assegnabile a una delle 219 forme d’onda disponibili grazie all’interazione diretta con gli otto encoder presenti nella sezione Master Control e i sottostanti display alfanumerici. La transizione tra le otto waveform può poi essere governata da un processo di morphing. Ogni oscillatore può avere un keytrack compreso tra lo 0 e il 200% del pitch di tastiera ed essere accordato in un range di +/-tre ottave.

Già questa articolazione garantisce un notevole potenziale timbrico di partenza, ma poi il segnale degli oscillatori 1 e 2 viene ulteriormente processato: ciascuno di essi dispone infatti di due moduli Mutator messi in cascata (quattro Mutator in totale in tutto il synth) che effettuano una elaborazione sulla waveform di partenza. Sono disponibili ben sette diverse tipologie di elaborazione:

  • FM-Linear: offre i classici suoni di FM e può essere alimentata da numerose sorgenti di modulazione, compresi segnali esterni. Si possono usare infatti una sinusoidale o triangolare interne al Mutator oppure OSC1, OSC2, OSC3, Mutator A/B/C/D, Noise Gen, Ring Mod, External Mod 1/2 input.
  • Wavestack™: crea cinque copie in layer della forma d’onda di partenza in modo da offrire suoni detunati a intensità variabile.
  • Hard Sync: il classico suono di sync, che però se applicato a una wavetable in morphing può dare risultati inediti.
  • Pulse Width: possibilità di PWM su qualsiasi waveform, e non solo sulla quadra.
  • PW-Squeeze: un’altra forma di PWM, dalla sonorità più morbida.
  • PW-ASM: la forma d’onda in ingresso viene divisa in otto slice e per ciascuna di esse si può determinare la Pulse Width.
  • Harmonic Sweep: sposta le armoniche del segnale in ingresso.

I moduli Mutator possono inoltre dosare il segnale in uscita con un comando Dry/Wet per lasciar passare anche in tutto o in parte il segnale dell’oscillatore non processato. Infine, nel reparto di generazione sono disponibili anche un generatore di rumore bianco/rosa/marrone e un Ring Modulator che processa segnali selezionabili da OSC1, OSC2, OSC3, Noise, tutte le uscite dei Mutator e i segnali External Mod 1 e 2.

Dopo il blocco oscillatori il segnale entra in un mixer ove ognuno dei generatori sopra descritti ha il proprio comando di livello, panpot e Solo.

La successiva sezione è quella di filtraggio e anche qui Hydrasynth colpisce per la sua estrema versatilità: sono infatti disponibili due filtri indipendenti, configurabili in cascata (serie) o in parallelo. Il primo filtro è multimodo e può essere impostato nelle seguenti topologie:

  • 12 & 24 dB modern ladder (compensato in volume)
  • 12 & 24 dB  vintage ladder (non compensato in volume)
  • Threeler HP, LP
  • MS20 HP, LP
  • Low Pass Gate (in stile Buchla)
  • Vocal filter (con parametri per l’ordine delle vocali e per lo shift delle formanti)

Il secondo filtro è a stato variabile a 12 dB/Oct, modellato secondo la tipologia tipica di Oberheim che trasla da LPF a BandPass a HPF.

Nell’ambito della sezione mixer si ritrova un comando che dosa ciascuna sorgente verso i filtri, regolando con continuità quanto segnale entra in ciascuno di essi. Si può così, a puro titolo di esempio, avere OSC1 che lavora in FM ed entra nel filtro a stato variabile mentre OSC 2 fa la scansione di una Wavelist e viene filtrato con un filtro MS20: bello!

 

Le modulazioni

Hydrasynth è versatilissimo anche nel comparto modulazioni: sono a disposizione cinque inviluppi e cinque LFO dal comportamento molto articolato.

Ciascun inviluppo è del tipo DAHDSR (Delay, Attack, Hold, Decay, Sustain, Release) e le durate di ogni singolo stadio possono essere espresse sia in secondi che in divisioni musicali in modo da linkare l’inviluppo al tempo del progetto. Le pendenze sono variabili e possono andare da esponenziali a logaritmiche: vedremo sotto nel test di Willy come tale feature sia di importanza molto elevata nel definire il suono delle singole patch. Tali inviluppi sono inoltre loopabili nel segmento AHD e quindi se necessario possono comportarsi da complessi LFO. Per il trigger degli inviluppi si può scegliere tra le modalità Retrigger, Reset e Legato.

Ciascuno dei cinque LFO è ancora più articolato in quanto dispone di ben 10 waveform (Sine, Triangle, Square, Saw up, Saw down, S&H, Low random, Noise, Pulse Width 25%, Pulse Width 12,5%). Vi è anche la possibilità di configurare gli LFO in modalità Step Wave ove si possono definire otto step ciascuno di livello impostabile dall’utente. In questa maniera l’LFO agisce da step sequencer a otto passi, usabile sia sul pitch per fare sequenze di note, che sulle modulazioni. Sono presenti le funzioni di Step smoothing e Step glide. Le opzioni degli oscillatori di bassa frequenza continuano con la possibilità di modificare la fase di inizio della waveform, il delay di ingresso, il fade-in. Questi LFO possono girare in modalità monofonica, polifonica o free-running, possono andare anche in modalità one-shot e infine sono ovviamente syncabili al tempo di sistema.

Tutto questo ben di Dio è gestibile tramite una matrice di modulazione a 32 percorsi: ciascun percorso impiega una delle 29 sorgenti di modulazione e 155 destinazioni. Tra queste ultime va notato che un altro slot di modulazione può essere modulato a sua volta scegliendolo come destinazione, nonché il fatto che gli effetti e l’arpeggiatore di bordo (dei quali ci occuperemo tra un attimo) possono essere modulati anch’essi. Sul fronte dell’interazione  delle modulazioni col mondo esterno va invece evidenziato come i comandi MIDI CC e le CV analogiche presenti ai jack di ingresso e uscita del pannello possono essere usati sia come sorgenti che come destinazioni della matrice. Infine, è anche possibile disegnare delle macro di modulazione, ciascuna assegnata a uno degli otto encoder o bottoni della sezione Master Control.

 

Gli effetti

Hydrasynth dispone di tre distinti blocchi di effetto: i Pre-Effect consistono in moduli di Chorus, Flanger, Rotary, Phaser, Lo-Fi, Tremolo, EQ, Compressor (con side chain). Dopo di tale stadio il segnale confluisce nei processori di ambienza che offrono delay (Tape, Ping-pong, Analog, Pitch Shift, Reverse, Filter Delay) e riverbero (Room, Hall, Shimmer, Cloud, Dark Space). Infine vi sono i Post-Effect che offrono ancora Chorus, Flanger, Rotary, Phaser, Lo-Fi, Tremolo, EQ, Compressor (con side chain).

 

L’arpeggiatore

Sappiamo bene che un arpeggiatore gagliardo può costituire una risorsa creativa formidabile in un synth, e quello di questa macchina ne è un validissimo esempio: sono disponibili le modalità Up, Down, Up/Down, Up&Down, Random, Note order, Chord, Pattern, mentre le note arpeggiate possono essere ripetute su una, due, tre o quattro ottave. Sono disponibili controlli per Swing, tempo di Gate e Ratchet: quest’ultima funzione, spesso assente sui synth integrati ma invece di frequente impiego nel mondo modulare e nei synth più sperimentali, consente di dosare la ripetizione di uno o più step e la probabilità che ciò accada (Chance). Inoltre, poiché l’arpeggiatore di Hydrasynth può funzionare anche da generatore di frasi musicali, i parametri Ratchet e Chance in tal caso possono aggiungere una componente ritmica casuale al pattern risultante. Riguardo a questo versatilissimo modulo va infine rilevato che i parametri dell’arpeggiatore possono essere destinazioni di modulazione.

ASM Hydrasynth Key - Arpeggiator

 

Programmazione e memorie

Hydrasynth è dotato di ben cinque banchi da 128 patch l’uno. La selezione delle patch è facilitata da un browser integrato e dalla appena citata codifica RGB che, oltre alle due wheel, illumina di colori diversi anche la grande manopola centrale di selezione. In aggiunta la macchina sarà dotata di un ​plug-in con funzioni di Patch Manager per la gestione, spostamento, salvataggio e ricarica delle patch su computer.

 

Le impressioni d’uso e di esercizio di Willy Perco

Sin dalla sua prima apparizione in forma di prototipo, Hydra mi ha incuriosito profondamente per una ricca serie di caratteristiche che lo rendono così nuovo, così unico, così sofisticato e, nonostante tutto, così legato ad una gloriosa tradizione. L’aspetto estetico forse è quello di un vecchio Jupiter senza colori. Il pannello mi ricorda vagamente l’estetica di qualche synth sovietico degli anni ’70, qualche scatola di montaggio proposta da riviste di elettronica fai-da-te.

Afferrandolo e sollevandolo l’impressione è però nettamente diversa. Niente scatola di montaggio. Dell’Unione Sovietica che fu, Hydra ricorda semmai i carri armati. Robusto e piuttosto pesante, nonostante l’alimentazione sia esterna. Al tatto anche i potenziometri sembrano robusti e destinati a durare. Mi ricordano la qualità delle apparecchiature militari.

Quando viene acceso, l’aspetto del synth cambia. Diventa improvvisamente accattivante e interessante. Sparisce l’orso siberiano. Sparisce il kit di luci psichedeliche di Nuova Elettronica. Prende vita. Promette cose nuove. Decisamente simpatico anche il “light show” che si innesca dopo qualche minuto d’inattività. L’OS spegne i cinque display della macchina (cosa buona per la loro durata) e mostra tutti i colori che gli elementi retroilluminati sono in grado di produrre, in sequenze articolate e giocose.

Buona l’idea di arretrare i connettori posteriori per proteggerli dalla polvere e da sollecitazioni indesiderabili, mentre meno buona è la comodità d’accesso visto che le serigrafie corrispondenti sul pannello sono nere su un fondo grigio scuro.

ASM Hydrasynth - Il pannello connessioni CV

La tastiera ha solo 49 tasti, quattro ottave. È un problema di costi di produzione? I musicisti di oggi sono soggetti a disorientamento? Non lo so. Tutti i costruttori fanno la gara a chi fa il synth con meno tasti o con i tasti più piccoli. Fosse un monofonico capirei, ma questo c’ha pure l’aftertouch polifonico, quindi ragion di più per suonarlo con due mani. Percepisco la sua inclinazione per l’esecuzione dal vivo dalla disposizione dei controlli e dalla scelta dell’architettura del pannello di controllo. Questo è sicuramente uno dei punti più positivi di questo synth.

I preset di fabbrica, la prima cosa che si ascolta, sono presentati in maniera un po’ disordinata: l’utente ha l’onere di regolare in continuazione il volume e di navigare tra un ammasso di suoni messi insieme senza alcuna logica apparente, se non quella cronologica d’arrivo. Per fortuna che c’è un browser che li riordina per numero, nome e categoria. Nell’ultimo caso, forse il più utile in fase di esplorazione, vengono esclusi dall’elenco tutti i suoni non appartenenti alla categoria selezionata. Le categorie sono 18, fisse e non personalizzabili, ma ben assortite. Se ne avessero aggiunto un paio tipo “User1” e “User2” sarebbe stato ancora più pratico. Dopo qualche giorno d’uso ho imparato anche a capire, usare e anche apprezzare i preset di fabbrica: sono stati fatti da gente che indubbiamente sa il fatto suo e lo mette in atto per bene, ma come dicevo poco fa, sarebbe stato meglio compilarli con più cura. Debbo comunque fare i complimenti al produttore poiché durante la stesura di queste note d’uso sono arrivati ben due aggiornamenti di OS, e il secondo ha portato una ventata d’energia con un banco di 128 preset nuovi di grande qualità.

ASM Hydrasynth - Il nuovo banco di 128 preset

Il pannello è organizzato in modo esemplare. A portata di mano c’è subito tutto ciò che serve.  Quello che non si vede, perché magari legato a un suono particolare, è programmabile a discrezione dell’utente nella sezione centrale. Il display principale cambia la sua funzione appena si interviene su un controllo e mostra ciò si sta facendo, tornando poco dopo alla funzione di oscilloscopio del segnale audio d’uscita. Ben fatto e apprezzabile, ma se per caso non piacesse si può disattivare nei parametri di sistema.

Il vero colpo di genio nell’interfaccia di questa macchina è quello che io ho soprannominato “il quadro sinottico”, ovvero la sezione Module Select. È come il pannello degli scambi di una grossa stazione ferroviaria: con un solo colpo d’occhio sai dove succede cosa, accedi, modifichi… fantastico!

La complessità della macchina è notevole. Otto voci, ciascuna delle quali ha tre oscillatori, quattro modificatori di forma d’onda, modulatore ad anello, mixer, due filtri, cinque generatori d’inviluppo e cinque LFO più una sezione d’uscita con quattro moduli per gli effetti implicano la presenza di centinaia e centinaia di parametri da organizzare. È molto positivo che sia stata qui evitata l’articolazione su menu gerarchici, per lungo tempo la più gettonata in varie forme ma sicuramente la più odiata dagli utenti, specialmente quando i display sono piccoli e i parametri sono tanti. Qui no, qui le cose sono diverse tanto che mi sento di poter affermare tranquillamente che questa macchina non ha alcun reale bisogno di essere affiancata da un editor software. Resta una macchina complessa da usare per le sue tante funzioni ma qualora vi fossero difficoltà nel domarla queste non derivano sicuramente dall’interfaccia utente, che è ottima.

Nella versione a tastiera da noi provata c’è in più rispetto al modulo anche una sezione del pannello dedicata ai filtri ed un’altra dedicata ad un meraviglioso arpeggiatore, tutto da scoprire giocandoci. Bello!

Per tutta la lunghezza delle quattro ottave della tastiera, immediatamente sopra, corre un lungo ribbon controller e la buona notizia è che è perfettamente calibrato sulle note della tastiera stessa, che serve quindi come riferimento.

È arrivato adesso il momento di capire a quali usi e a quali utenti è destinato Hydrasynth. Posso anzitutto affermare che è un gran synth anche se non per tutti, e questo non solo per una questione di gusto. Per capire questa affermazione è necessario definire la macchina per ciò che è o non è:

  • è un sintetizzatore “puro”, produce cioè i suoi suoni e non riproduce suoni di altri;
  • non è concepito per l’emulazione di strumenti tradizionali anche se credo che, con una notevole abilità ed uno sforzo non indifferente, ci si possa avvicinare abbastanza;
  • è polifonico a otto voci, ma monotimbrico, niente split o layer: insomma, non è uno strumento d’accompagnamento;
  • l’unica automazione di cui dispone è il bellissimo arpeggiatore tutto da esplorare, pensato come parte memorizzabile di ogni patch e il cui output può essere trasmesso tramite MIDI o CV-Gate
  • ha le caratteristiche per l’esecuzione dal vivo, per essere proprio “suonato” (tastiera leggera, velocity sensitive, aftertouch mono e poly, pitch e mod. wheel, ribbon controller intonato con la tastiera);
  • ha anche la vocazione di strumento da studio, sia per la sua complessità e le sue innumerevoli articolazioni, sia per la presenza di una ricca dotazione di ingressi ed uscite analogici che gli consentono di entrare in una proficua simbiosi con altre apparecchiature analogiche, come per esempio moduli Eurorack. Beneficia anche dell’assenza di compromessi richiesta nello studio dello sperimentatore sonoro.

Si può insomma desumere che probabilmente Hydrasynth non sarà destinato a coloro che cercano il loro primo sintetizzatore, non fosse per il fatto che non è affatto semplice da domare, ma soprattutto perché è una macchina che non è il classico “tuttofare”. Nel panorama attuale, entro una fascia di prezzo analoga esistono altri sintetizzatori meno specializzati che offrono un approccio più tradizionale e, pertanto, dotati di una curva di apprendimento meno ripida. Magari sono pure politimbrici e nella loro catena di sintesi ospitano anche campionamenti di suoni reali che aiutano l’emulazione o, semplicemente, consentono risultati meno precisi e articolati ma portano ad una soddisfazione più rapida. A scanso di equivoci: campionamenti a parte, anche qui si può agire così, in maniera “semplificata”. Tuttavia sarebbe uno spreco disporre di una tale potenza di fuoco e non sfruttarla. Inoltre questa è una macchina che, nonostante l’eccellente ergonomia dell’interfaccia, non consente di trascurare il setting di alcuno dei suoi parametri. Non ci sono parametri più importanti e altri meno: qui  un approccio approssimativo produce risultati altrettanto approssimativi. Prendiamo per esempio i generatori di inviluppo: vogliamo ottenere un suono “punchy” in stile analogico? Non possiamo dimenticarci di impostare un valore positivo (cioè esponenziale) alle curve dei tempi di attacco, decadimento e rilascio. Il valore di default è zero (cioè lineare), ma va bene per altri tipi di suono.

Poiché anche l’uso di Hydrasynth come “preset machine” deve passare prima per una razionalizzazione dei banchi di fabbrica, vedo questo synth preferibilmente come un nobile ampliamento dell’armamentario di un musicista già evoluto che voglia estendere la propria tavolozza sonora, investendo una certa quantità di tempo per imparare a gestirla come si deve. Aggiungo un caso un po’ speciale che potrebbe rendere goloso questo synth per qualche palato raffinato, nella sua versione con tastiera: l’aftertouch polifonico. Un entusiastico benvenuto, quindi, a questa feature della macchina che è in grado di fornirci un’ulteriore modalità espressiva:

Parliamo ora in dettaglio dell’uso dal vivo della macchina: un sintetizzatore con tastiera dotata di aftertouch polifonico, ribbon controller, effetti  programmabili per patch e controlli personalizzabili per la modifica del suono in tempo reale, non può non essere soltanto uno strumento da lasciare nascosto in uno studio. Il suo DNA lo porta naturalmente in un’esecuzione dal vivo. Ogni generatore di modulazione (arpeggiatore incluso) può essere vincolato individualmente a un sincronismo interno o esterno. Il valore metronomico di quello interno è ovviamente parte di ciò che viene memorizzato con ciascun preset, ma può essere modificato al volo, anche con un semplice “tap tempo”.

Ovviamente non basta la vocazione espressiva dello strumento, ma ci vuole un po’ d’esercizio. Padroneggiare l’aftertouch polifonico non è proprio una passeggiata, a meno che proprio non si cerchino risultati pacchiani. Il mio primo giorno con la tastiera di Hydra è stato un disastro, il secondo così-così, il terzo andava già decentemente, mentre dal quarto in poi ero confidente con il tocco di questo keybed. Sì, perché il tocco di questa meccanica si distingue da tutti gli altri. Lasciando le impostazioni delle curve di risposta su valori neutri, proprio per saggiarne le caratteristiche senza interferenze, percepisco una corsa del tasto leggermente più corta della media, alla fine della quale l’aftertouch polifonico interviene immediatamente.

Stesso comportamento anche per l’aftertouch monofonico, o “di canale” che si voglia dire: evidentemente, esso viene calcolato come media aritmetica dei valori di quello polifonico. Ecco dunque che un tocco pesante da honky-tonk potrebbe innescare modulazioni indesiderate. È consigliabile invece un’esecuzione leggera considerando che, anche nella sua breve corsa, il tasto è in grado di restituire tutte le sfumature d’intensità.

Anche qui è necessario acclimatarsi: chi passa la maggior parte del proprio tempo su pianoforti veri o tastiere pesate ci metterà un po’ di più, ma basta solo un po’ di pazienza, niente di particolarmente gravoso. Per ogni evenienza, in ogni caso, tra i parametri di sistema ne è previsto uno che definisce il tempo di ritardo di intervento dell’aftertouch dopo la pressione del tasto, proprio per limitare effetti indesiderati. Ottima idea!

La sensazione della pitch- e modulation-wheel con il “dente” sporgente al posto del tradizionale incavo è stata inizialmente strana. Strana ma buona comunque, visto il raggio leggermente maggiore rispetto alla media dato dal dente stesso. Il gesto qui diventa di spinta, anziché di rotolamento. Inizialmente avrei gradito maggior dettaglio nella regolazione (tra i parametri di Voice) della massima ampiezza di modulazione, specialmente nei valori più bassi, ma anche qui è una questione di abitudine: basta girare un po’ meno la modulation-wheel.

Lo strumento è in grado di tenere in memoria una quantità veramente considerevole di preset. È dotato anche di una modalità “Favorite” che consente di programmare una collezione di suoni (quattro pagine da otto), scelti ed ordinati a proprio piacimento per un utilizzo rapido. Per ottenere ciò, sfrutta la sopra descritta sezione centrale con otto encoder e quattro display. La stessa sezione viene utilizzata anche da tante altre funzioni. Tra queste c’è anche la cosiddetta funzione “Macro”: in fase di programmazione di un preset c’è la possibilità di assegnare a ciascun elemento di questa sezione funzioni multiple e scalabili per la modifica in tempo reale del suono.

Per quanto riguarda l’uso in studio, la programmazione e la qualità del suono… Beh, qui siamo nel paradiso del sound designer!

C’è una dotazione di “moduli” decisamente superiore alla media della concorrenza diretta. Anche se non siamo in presenza di un sintetizzatore modulare, la ricchezza della dotazione della catena di sintesi, unitamente a una matrice di modulazione con 32 possibili incroci (che include anche tutti i possibili collegamenti di varia natura con altre apparecchiature) lo avvicina infatti molto al concetto. Potremmo definire Hydrasynth un “semimodulare integrato”, in quanto la catena audio virtuale non è alterabile, fatta eccezione per i due filtri che possono essere messi in serie o in parallelo. A tal proposito, a livello di mixer è molto utile la possibilità di poter dosare ciascuna sorgente sonora (oscillatori, modulatore ad anello, generatore di rumore) verso uno e l’altro filtro in proporzione variabile continua, a prescindere dalla configurazione dei filtri (serie e parallelo). Questo si rivela molto interessante in fatto di sound design e capace di portare a risultati ad ampio spettro sonoro.

Purtroppo non si può decidere in quale ordine si presentano i due filtri quando sono in serie, dato che sono diversi e non fanno le stesse cose: mi auguro che un futuro aggiornamento fornisca questa possibilità.

I filtri non hanno un carattere predominante: sono piuttosto anonimi ed il primo in particolare, che può assumere diverse tipologie, in realtà lo trovo poco caratterizzante. Scegliendo per esempio tra i vari LPF disponibili non si ottengono grandi cambiamenti di timbrica. Lo stesso filtro “Wovel” (a formanti vocali), non mi pare particolarmente determinante perché è come se “filtrasse poco”. Insomma è come se non fosse qui il punto di Hydrasynth dove far conto per definire un suono.

Il secondo filtro non prevede alternative poiché è un filtro a stato variabile a 12 dB per ottava, con la possibilità di variare continuamente la sua risposta tra passa-basso e passa alto, passando per un passa-banda. Si ispira un po’ a quello del SEM Oberheim, con la differenza che qui non c’è la reiezione di banda (notch). Anch’esso non appare particolarmente incisivo: fa bene il suo dovere, ma in modo estremamente trasparente.

Di notevole c’è invece che i filtri sono stereofonici. Sì, avete letto bene, sono stereofonici poiché la posizione stereo di ciascuna sorgente viene determinata dal mixer a monte dei filtri.

Con la revisione del sistema operativo 1.3.0, è stata aggiunta la possibilità di attivare a livello di ciascun preset un “Warm Mode”, una sorta di equalizzazione che conferisce al suono una maggiore presenza di bassi e toglie un po’ di graffio nella parte alta dello spettro audio. Ciò consente di apprezzare meglio la differenza tra i filtri di tipo “ladder” compensati e non.

Non so se quanto detto sopra sul comportamento dei filtri sia una scelta di chi ha ideato Hydrasynth, o piuttosto un limite tecnologico. In questa macchina la parte del leone la fa tutto ciò che è a monte del filtro, mentre generalmente sono i filtri che determinano per la maggior parte il carattere di uno strumento, digitali o analogici che essi siano. E qui arriva il problema: nelle architetture digitali, i filtri sono sicuramente la parte più gravosa in termini di calcolo. Bisogna dunque vedere se questo comportamento timbrico dei filtri discenda da un limite di potenza dell’hardware su cui girano, o se sia invece un’impostazione sonora voluta. Restando nel campo delle pure ipotesi, in futuro una qualche revisione dell’OS con un codice più efficiente potrebbe portare a comportamenti timbrici più incisivi: staremo a vedere!

Va detto in ogni caso che un po’ di pepe in più ai filtri lo si può conferire giocando opportunamente sulle modulazioni. Faccio riferimento in particolare alla forma delle curve degli inviluppi, e chiamo a supporto un esempio: una curva di decadimento lineare di un inviluppo applicato al filtro lo tiene inizialmente aperto troppo a lungo e poi lo chiude troppo in fretta. Se uso il suono prodotto in questo modo da Hydrasynth insieme ad altri strumenti in un mix, esso sarà inizialmente troppo presente e “tagliente”, e poi nel tempo sparirà troppo presto per effetto del mascheramento degli altri suoni. Una curva con un valore positivo (ho individuato il valore critico intorno a +35), conserverà invece l’incisività, toglierà l’invadenza iniziale e manterrà nel prosieguo quel po’ di sostegno che conferisce pienezza. È ovvio che una cosa simile si potrebbe ottenere anche con l’uso accurato di compressori esterni al synth, ma perché farlo su un’uscita complessa quando posso già ottenere un suono ben preciso a livello di singola voce come in questo caso?

Qui mi viene naturale una considerazione: questo synth non sembra avere un suo “carattere” da subito, fuori dall’imballaggio, ma ha tutte le regolazioni per conferirgli il carattere desiderato. In tal senso è una macchina difficile: non per l’interfaccia (eccellente) o per la struttura che, per quanto riccamente complessa, è tutto sommato tradizionale. No, Hydra è difficile per la padronanza e l’esperienza che richiede per piegarlo alle proprie esigenze.

Il manuale non arriva a scendere in questo livello di sottigliezze descrittive – che dunque l’utente dovrà scoprire da solo – ma è molto ben fatto e non trascura alcun aspetto della macchina. Anche l’indicizzazione del documento PDF è molto buona e quindi ne gode anche la rapidità di consultazione. È comunque un documento che si dovrà assolutamente tenere aperto nei primi tempi di utilizzo e lasciarlo sempre a portata di mano anche “per dopo”, per la miriade di scorciatoie e strade alternative che la macchina offre.

Concludiamo questa analisi tecnica con una valutazione dell’implementazione MIDI: con Hydrasynth

ci troviamo di fronte ad una dei più completi elenchi di parametri trasmissibili e ricevibili, in doppia risoluzione (tramite coppie di NRPN), da parte di un sintetizzatore. Ogni parametro disponibile da pannello, lo è anche  via MIDI. Tra le altre informazioni noto con gran piacere che l’MPE è trasmesso e ricevuto: chi volesse abbinare Hydra a una Roli Seaboard o un Haken Continuum, lo può fare.

 

Conclusioni

ASM Hydrasynth è un synth che va a coprire una parte dello spettro timbrico-sonoro che molti altri concorrenti non raggiungono, o raggiungono con difficoltà.  È un synth sia dal suono tagliente e chirurgico, che capace anche di creare tessiture sonore avvolgenti. È apparentemente facile da gestire, poiché è dotato di un’interfaccia utente intuitiva e ispirata, nata certamente dalla mente di qualcuno che ha un’esperienza mostruosa. Ma è anche difficile, perché richiede una più che buona conoscenza di come si crea un suono e di tutti i trucchi relativi.

Hydra è dunque un synth che avrà bisogno di tempo per essere capito, apprezzato e anche migliorato nelle sue intemperanze giovanili (ricordiamoci che è l’opera prima di un’azienda neonata). Le intenzioni sembrano delle migliori, in ogni caso, e i numerosi improvement del sistema operativo fin qui occorsi testimoniano dell’impegno di ASM nel far crescere continuamente la macchina.

Da un punto di vista di mercato siamo davanti a un synth dal prezzo estremamente interessante per ciò che offre, ma non per tutti: non si può mettere in mano una macchina da corsa ad un neopatentato, anche se costa poco. Con un synth non c’è il rischio di ammazzarsi, ma quello di rimanere ingiustamente delusi sì, e sarebbe un peccato perché la macchina ha tanto da dare.

Principianti astenersi, dunque? Non è detto: per com’è fatto, per la molteplicità delle funzioni a disposizione, per la chiarezza del meccanismo di editing, Hydrasynth potrebbe alla fine rivelarsi anche una fantastica nave scuola. La determinazione a imparare da parte del neofita dev’essere forte, però.

Restando sulla metafora automobilistica: prima della macchina da corsa, ho bisogno anche dell’utilitaria per fare le cose di ogni giorno. Ecco, nonostante il suo prezzo da utilitaria, Hydrasynth non è un’utilitaria e l’uso come tale è destinato a delusione sicura. Quindi possiamo dire tranquillamente che chi è alla ricerca di un synth “prêt-à-porter” qui è fuori strada.

In conclusione, di ASM Hydrasynth osiamo dire che è una gran macchina, sicuramente non “tuttofare”, ma capace di spaziare in gran parte dei territori esplorati dai suoi predecessori e dai suoi concorrenti attuali (con qualche limite per quanto riguarda i suoni più “vintage”) e con in più una forte apertura verso territori poco esplorati. Esattamente come fu il DX7 a metà degli anni ’80 e, chissà perché… anche qui ci si immagina un Brian Eno a smanettarci sopra!

Ammirazione e rispetto per Hydrasynth.

 

Caratteristiche tecniche

Prodotto: Ashun Sound Machines Hydrasynth

Tipologia: sintetizzatore digitale a otto voci

Dati tecnici dichiarati dal costruttore:
Metal Chassis
Steel top and bottom
Aluminum side panels
PolyTouch© Keybed, Polyphonic aftertouch, Velocity, 4 octave (67 cm, 26.4”)
Ribbon controller: Pitch bend mode; CC control mode – modulation source; Theremin mode – triggers envelopes and plays pitch. Continuous pitch or choose from multiple scales
5 banks of 128 patch memories
CV gate input and outputs: Support multiple CV/GATE standards
MIDI IN/OUT/THRU
Voice overflow mode for expanding voices with another Hydrasynth
Expression pedal input
Sustain pedal input
Polarity sensing input​
DC input jack
USB port (supports USB MIDI In/Out)

Accessori in dotazione: Alimentatore AC

Dimensioni: 800 x 350 x 103 mm (L x P x A)

Peso: 10 kg

Prezzo di mercato: 1.399,00 Euro

Distributore: Soundwave

 

La versione Desktop

Hydrasynth esiste anche in una versione da tavolo che consente un notevole risparmio sul prezzo di acquisto rispetto alla versione a tastiera. Lo street price di Hydra Desktop è infatti di 899 Euro, ben 500 di meno di Hydra Keyboard: in cambio bisogna rinunciare ovviamente alla pregevole tastiera con aftertouch polifonico e al ribbon controller che la sovrasta, perdendo un’importantissima fonte di espressività che tanto caratterizza questo strumento. Si guadagna però la presenza di 24 pad con cui suonare la macchina assegnando a ciascuno di loro una nota o un accordo, in base a 16 scale disponibili.

Altra limitazione del modello Desktop è la perdita di alcuni comandi fisici per inesorabili questioni di spazio: la sezione Arpeggiator perde le manopole Tempo, Ratchet, Chance e Gate, mentre la sezione Filter non ha le due knob che dosano la profondità di Env 1 e LFO 1 sui filtri.

Le dimensioni complessive del modulo sono di 440 x 223 x 70 mm e c’è anche la possibilità di montarlo in rack con un’occupazione di 5U.

Se vi state chiedendo quale delle due versioni acquistare, noi propendiamo per quella a tastiera nel caso non ci siano problemi di spazio, di budget e vi sia invece buona capacità tastieristica per sfruttare adeguatamente il keybed con aftertouch polifonico. Se invece vi sono limiti di spazio/denaro e si predilige l’esecuzione via sequencer o altra master keyboard, la versione Desktop può consentire l’accesso alle peculiarità sonore e di programmazione a un prezzo estremamente invitante: ancora una volta, la destinazione d’uso definisce  in maniera pressoché automatica la scelta!

ASM Hydrasynth Desktop

Giulio Curiel

Giornalista della storica rivista Strumenti Musicali dal 1993 al 2016, ho scritto oltre 800 articoli su synth, studio technology e computer music. Se non so di cosa parlo, sto zitto.

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